L’addio del “Chino” Recoba (pt. 1), un articolo di Cartavelina || Three Faces

L’addio del “Chino” Recoba (pt. 1)

di Cartavelina

Álvaro Recoba
Álvaro El Chino Recoba (Photo by Dante Fernandez-Photosport/Focouy)

«Alvarito dove sei?»
«In camera nonna, sto provando a vestirmi».

A donna Maria le si strinse il cuore per quel “provando”: provava sempre a fare tutto da solo. Lo raggiunse, Alvarito l’aveva sentita arrivare, e rideva.

«L’ho messa al contrario anche stavolta?»

Una lacrima scese silenziosa e sinuosa sul volto di donna Maria.

«Fammi vedere bene» mentì lei.

Come si avvicinò al nipote, lui alzò la mano e guidato dai sensi più ignoti andò con l’indice a raccogliere la rugiada oculare della nonna.

«Non piangere, oggi è una bella giornata, andiamo a El Parque a vedere l’ultima del Chino, devi essere i miei occhi, non dovrai perderti nessun particolare».

L’anziana signora si ricompose, lo baciò in fronte e gli sfilò la maglietta che era al contrario.

Uscirono di casa alle 12 e 37 minuti e si diressero a prendere il tram 23 che li avrebbe portati alla coincidenza con il numero 42, il quale dopo molte curve li avrebbe lasciati davanti a El Parque. Maria era sempre stupita quando camminava per Montevideo, era così dolcemente barocca. L’iperattivismo di Buenos Aires, sull’altra sponda del Rio de la Plata, qui non arrivava. Come se ci fosse una barriera invisibile a fermare il tempo. Ritmi più compassati, la modernità era passata, si era fermata, aveva lavorato e poi si era arresa di fronte all’impossibilità di togliere quel senso di curiosa blandezza agli uruguagi. Per tutto il tragitto donna Maria guardò il nipote che sorrideva, come se percepisse qualcosa a lei ignoto, e notò come tutti gli altri sensi cercassero di colmare il vuoto lasciato dagli occhi. Sfiorava con la mano, in maniera impercettibile, le persone che aveva intorno e a un certo punto strinse forte una sciarpa: sapeva che era del Nacional. L’uomo abbassò lo sguardo e iniziò a scompigliare i capelli ad Alvarito con fare bonario. Poi incrociò lo sguardo della signora Maria e lei lesse nello sguardo dell’uomo un misto di tristezza, dolcezza e di quell’imbarazzo che si prova quando si vorrebbe dire qualcosa ma mancano le parole per raccontare una tale complessità. Si limitò a prendere la sua sciarpa e a regalarla ad Alvarito, dicendogli che quella era sempre stata della sua famiglia, di padre in figlio, che era stata a Tokyo a vedere i ragazzi del Nacional vincere la Coppa Intercontinentale nel 1972. Si raccomandò di trattarla con rispetto e amore. Alvarito si fece scuro in volto.

«Mi manca la vista, signore, non il cuore».

Estadio Gran Parque Central
Estadio Gran Parque Central, ultima casa del Chino Recoba

L’uomo gli dette un pizzicotto sulla guancia e una lacrima rigò la sua pelle con la stessa struggente dolcezza con cui un’ora prima aveva rigato il volta di donna Maria. Scesero dal 42 e si trovarono davanti a El Parque, il gigante di cemento, ancora vuoto, che dopo qualche ora si sarebbe riempito di corpi, emozioni e, si augurava Alvarito e la nonna per lui, di gioia. Arrivarono al cancello di entrata del settore dei distinti, opposto alla tribuna, e si respirava nell’aria l’odore di salsedine portata dal vento. In quella stagione soffiava sempre un leggero soffio verso l’entroterra che lasciava nell’animo la voglia di lasciare tutto e salpare verso orizzonti inesplorati e mari sconosciuti. Vennero fermati da uno steward che con voce distratta li informò che ancora non potevano entrare, erano arrivati troppo presto. Donna Maria prese per mano Alvarito, che protestava rabbioso. Nello stesso istante in cui si voltarono per cercare un posto all’ombra dove smaltire l’attesa sentirono una voce rauca riprendere il maldestro steward. Era una voce a lei familiare, le risvegliò passate emozioni. Voltatasi, vide davanti a lei Alfonso, per tutti il Mono, Diaz ovvero lo storico massaggiatore del Nacional, per lei però era stato solo colui che le aveva fatto provare per la prima volta quella strana sensazione di smarrimento nel mondo. Quella sensazione che spesso con troppa facilità viene chiamata amore. Era da cinquant’anni che non lo vedeva ma la voce era già rauca ai tempi, non poteva sbagliarsi.

«Maria, come stai?»

Lei rimase in silenzio, occhi spalancati e espressione inebetita nel volto.

«Sei te Maria, vero?»

«Ciao Alfonso, sei…»

«Si, la chioma ribelle ha lasciato spazio a questa piazzetta rugosa ma sono io».

«Che piacere».

La voce incerta nascondeva maldestramente le emozioni vissute che si risvegliavano come ridestate da un lungo letargo. Alvarito rideva divertito, percepiva che quella persona doveva essere stata importante per la nonna. Il silenzio, che rischiava di farsi imbarazzante, fu prontamente interrotto dal Mono che chiese chi fosse quel bambino che le stava accanto. Maria si riprese e presentò il nipote.

Alfonso si abbassò, con qualche incertezza, per avere il volto all’altezza del piccoletto e lo freddò con un «per che squadra tifi?»

La voce era amichevole, fintamente brontolona. Alvarito, che con una mano accarezzava il volto dell’anziano massaggiatore per immaginarne la fisionomia, si irrigidì, come un militare alla chiama mattutina, e sollevò la sciarpa che il tifoso gli aveva donato sull’autobus.

«Tifo Nacional, signore. Sono un Bolsocharruista».

«Bravo ragazzo, che dici se ti faccio entrare anche se non sarebbe ancora l’orario?»

Recoba Artwork
Recoba Artwork Mondiale 2002

Alvarito si voltò verso la nonna, con aria speranzosa marcata ancora di più da quegli occhi così bianchi. Maria guardò il Mono Alfonso con sguardo grato e acconsentì. Entrarono nel Parque. Il gigante ancora dormiva, riposava per quel pomeriggio di calcio, per quell’addio al Chino Recoba, tornato a deliziare i palati dei suoi primi tifosi. La signora Maria guardava il prato verde e pensava alla sua giovinezza, al Mono Diaz. Lo aveva trovato invecchiato, appassito ma era solo una maschera. Quando aveva parlato aveva sentito ancora una voce viva, la voce di quel ragazzino capellone che le aveva rapito il cuore. Le tornarono in mente le serate passate sul Rio de la Plata a parlare del futuro, a raccontarsi sogni. A volte si tenevano per mano senza dirsi niente ma quel calore non lo aveva più riprovato. Le riaffiorò alla mente quella volta che il Mono le aveva chiesto se avesse voluto dare un’occhiata al passato e alla sua risposta affermativa le disse di alzare gli occhi al cielo. Lei non aveva capito subito, vedeva solo tante, troppe stelle. Diaz le disse che le stelle ci mostrano quello che sono state, la luce che vediamo è quella che hanno emesso milioni di anni prima. Era tutto sommato uno sguardo sul passato. E si ricordò che lo baciò, per farlo suo, per fare incetta di quella giovanile emozione. Non ricordava perché era finita con Alfonso, ma forse anche quella storia aveva avuto la stessa illusione di ogni altra, sua stessa conclusione e il suo peccato era stato quello di aver creduto speciale una storia normale [1].

Si ridestò perché non sentì più la mano di Alvarito nella sua. Si guardò intorno e non lo vide. L’assalì un primordiale panico, la colse un senso di vertigine. Ripresasi, alzò lo sguardo e vide il nipote correre felice, guidato probabilmente da battiti di cuore e flussi emozionali, tra i gradoni dello stadio. Al richiamo il bambino si fermò subito e aspettò che la nonna lo raggiungesse. Si misero a sedere e parlarono del più e del meno, in attesa che cominciasse la partita. Lo stadio iniziava a risvegliarsi e i tifosi, formiche guidate da una laica fede, stavano occupando, inconsapevoli teatranti di un’opera che può essere buffa o tragica ma quasi sempre vera, l’immensità dell’impianto. Alvarito iniziò con le domande. Aveva una parlantina stordente. Chiedeva alla nonna di descrivergli tutto, volti, abiti, gesti. Era curioso di capire se quella positiva tensione che lui stava vivendo la stessero provando anche i suoi compagni di stadio. La nonna gli parlò di un uomo seduto due file sotto a loro che se avesse continuato a mordersi l’unghia del pollice si sarebbe ben presto cibato di se stesso, in un rituale antropofago che avrebbe lasciato segni tangibili su di lui. Poco più in là c’era una signora, grassottella, con due occhi strabuzzati fuori dalle orbite. Come se la pressione sanguigna stesse impazzendo in lei. La descrizione dei presenti fu interrotta da un boato. Alvarito capì, senza doverlo chiedere, che erano entrati i ragazzi in campo. El Parque ruggiva, gli venne in mente cosa si dice della Bombonera, casa del Boca Juniors.

Ultima Recoba el Parque
Il caldo tifo del Parque all’addio del Chino Recoba

La Bombonera no tiembla, late. La Bombonera non trema, batte.

El Parque quel giorno era uguale e lui trovava il tutto doveroso. Si salutava El Chino Recoba, era il minimo.

«Nonna»

«Dimmi Alvarito»

«Non raccontarmi la partita, siamo troppo più forti, vinceremo di sicuro, sarà solo questione di tempo. Raccontami di lui, guardalo per me».

Un’altra lacrima rigò la guancia di donna Maria, stavolta però fu seguita da due o tre compagne. La forza di gravità ebbe velocemente la meglio e non rigarono la guancia ma precipitarono al suolo come bombe, le sembrò di sentire anche il rumore. Crearono una mini pozzanghera tra i suoi piedi.

«Va bene, sarà fatto» rispose.

Fu assalita da un’ansia mai provata, lei sempre così equilibrata, padrona di se stessa. Aveva in sé le parole per vedere per lui? Insomma parlare con un altro che guarda con te è un conto, usare parole che rendano nella mente di chi non vede un’immagine era tutta un’altra storia. Bisogna usare parole che rendano colori, pensieri, dubbi.

«Sta palleggiando Alvarito, sembra contento».

Era stata piatta nella descrizione.

Cosa voleva dire “sembra contento” alle orecchie di chi non vede?

«Si sta guardando intorno, sorride divertito» prosegue «si vede che ama il pallone. Però credo ami il gioco, non il mondo calcio».

«Da cosa lo capisci nonna?»

Recoba farewall
Recoba saluta i suoi tifosi (Photo by Miguel Rojo/AFP/Getty Images)

«Non lo so, me lo immagino, credo sia un uomo che ha avuto un dono senza volerlo e che abbia dovuto convivere con le stimmate del predestinato quando avrebbe voluto solo giocare a pallone».

«Credi se ne sia pentito di non essere stato un vincente?» la interruppe il bambino.

«Non lo so Alvarito ma credo che qualcosa debba aver fatto se ci sono migliaia di persone qui per lui».

Il nipote annuì, convinto della bontà delle parole della nonna.

Intanto i giocatori stavano riprendendo la via degli spogliatoi e Recoba camminava con lo sguardo abbassato come se cercasse qualcosa, forse stava raggomitolando gli anni fin lì vissuti, per cominciare a fare bilanci. Tutt’intorno un’unica voce.

RE-CO-BA RE-CO-BA RE-CO-BA

Sembrava l’urlo di guerra di una tribù africana, c’era qualcosa di ventrale in quel grido. C’era riconoscenza, un corale tributo a un uomo. Donna Maria notò che Alvarito, voltava la testa a destra e a sinistra come se potesse vedere, passò una mano sul suo capo.

«Le senti nonna?»

«Cosa?»

«Senti le speranze, le ansie, i dubbi che si muovono nell’aria? Sai ho imparato una cosa, che le emozioni, se stai ad occhi chiusi in un posto dove vengono vissute, acquistano una loro specificità materiale. Diventano un vento leggero che ti accarezza, provando a contagiarti».

Un’altra scorribanda di lacrime bagnò le sue guance. Un signore accanto a lei, in silenzio, le passò un fazzoletto, sorridendole.

Intanto si levava sempre più frastornante il coro “Dale Bolso, Dale“.

[1] Da Farewell di Francesco Guccini, ascoltatela se non l’aveste già fatto.

L’addio del “Chino” Recoba (pt. 1), un articolo di Cartavelina || Three Faces

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