Qui mi sento bene – Viaggio in Sardegna – M.Bahier

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07 Apr Qui mi sento bene – Viaggio in Sardegna – M.Bahier

Qui mi sento bene. M.Bahier
Potrei iniziare il mio racconto di viaggio parlando di quando ho messo per la prima volta piede in Sardegna. Però non avrebbe senso, perché alla fine c’è sempre di mezzo una ragione, uno stimolo, un colpo del destino quando qualcuno si sposta dalla propria terra.
Quindi sì, la mia storia con l’isola inizia da prima. Ecco come.

Nel periodo in cui stavo vivendo a Lisbona, ho conosciuto un paio di italiani: con loro e altri amici di diverse nazionalità passavo la maggior parte del mio tempo a cazzeggiare. In questo piccolo appartamento c’era tutto il mondo: non è che si facesse chissà cosa, semplicemente discorsi e dibattiti interminabili accompagnati da “Sagres”, mentre aspettavamo l’ora dell’ultimo metrò che ci portava nel cuore dell’allegria della capitale portoghese. Era bello confrontarsi con persone di diverse culture, tutte cadute nello stesso posto per varie ragioni.
Questi amici italiani, sopratutto i sardi, mi avevano già raccontato un po’ dell’Italia e della bellezza della Sardegna e, in loro, vedevo una semplicità che mi affascinava.

Poi, l’anno dopo, di nuovo sulla strada, tornando dalla Slovenia, mi sono fermata un po’ in Italia per scoprire Venezia e lì, mentre stavo assaggiando il vino veneto con un paio di persone, ho conosciuto una bellissima e sorridente ragazza sarda con i capelli rossi. Dopo le prime chiacchiere per conoscerci meglio, disse che mi aveva già visto sulle foto del viaggio a Lisbona del suo ragazzo, Alessandro, che era uno dei ragazzi dell’appartamento. “Che culo!”.
Non avrei mai pensato di beccare proprio lei, lì, su un ponte a caso d’un canale come ce ne sono tanti a Venezia, sedute insieme ad assaporare un bicchiere di vino rosso. La coincidenza, già di per sé, non mi lasciò indifferente. Capii solo poi che con lei c’era qualcosa di particolare che non saprei spiegare: era come se ci dovessimo incontrare, era destino.

Proprio in quel periodo, mi ero lanciata nella ricerca di un luogo dove poter partecipare ad uno dei tanti progetti del Servizio Volontario Europeo. Volevo riprovare un’esperienza all’estero e sarei anche potuta partire per i cazzi miei come avevo già fatto, ma questo programma che avevo trovato mi affascinava perché si trattava di uno scambio in cui lavoro e soldi non erano legati, e questo mi piaceva.

Avevo fatto diverse richieste per recarmi nel sud dell’Europa e, due giorni dopo essere andata via da Venezia per raggiungere in Liguria un amico conosciuto a Lisbona, mi è arrivata una mail dalla Sardegna: “Sei stata selezionata per svolgere l’esperienza dello SVE a Narbolia, un piccolissimo paese della costa ovest della Sardegna”, diceva. Tra l’altro, sempre attraverso il Servizio Civile, avevo messo in sospeso la mia conferma per andare in Grecia, volendo rifletterci durante il viaggio. Quando poi mi è arrivata la risposta positiva direttamente dalla Sardegna, il mio istinto mi ha suggerito subito cosa fare: il tempo di leggere la posta elettronica e avevo già confermato la mia presenza. Avrei fatto il mio servizio nel piccolo paese sardo chiamato Narbolia.

Ecco come sono approdata in Sardegna, insieme ad altri tre volontari provenienti da diversi paesi, il tre luglio 2012.

Adesso, la cosa più difficile da fare, è riordinare le idee per organizzare gli eventi in ordine cronologico, trovando il filo della storia. Il mio arrivo, ancora oggi, non mi sembra così lontano, eppure ho difficoltà a ricordarmi i primi sentimenti che ho provato: e un turbine di domande mi trova senza risposta.
Com’era quando non capivo un tubo di quello che mi diceva la gente perché non conoscevo la lingua italiana? Come facevo a comunicare? Quando la mia lingua si è sciolta? Come, pian piano, si sono formate le prime amicizie?

Mi ricordo che durante le prime settimane iniziali non facevamo granché. Passavamo molto tempo a sorseggiare birre sul balcone dell’appartamento in cui vivevo coi miei coinquilini. Mi ricordo di questa sensazione strana di trovarmi in un paese deserto nel pomeriggio, del caldo che ci cadeva addosso come una mazza, dei piedi sempre umidicci.

Poi, durante una mattinata di lavoro, abbiamo fatto conoscenza con la coordinatrice delle attività estive, una donna dagli occhi verdi e sinceri e di una dolcezza infinita. Dopo le presentazioni e un po’ di chiacchiere per rompere il ghiaccio, ci siamo avvicinati al bar. Da lì abbiamo incontrato una sua amica, che dava una mano durante il servizio: questa ragazza dai capelli neri lunghissimi era la prima persona che incontravamo a parlare inglese e, per noi, rappresentò un soffio d’aria fresca sul cammino non facile dell’incomprensione. Quel giorno, ci invitò ad andare al mare con lei nel pomeriggio: “Appuntamento qui tra qualche ora”, ci disse.
Quando siamo tornati al bar per incontrarla, andando nel cortile, scoprimmo un sacco di gente seduta al tavolo, rilassata. Ricordo di averla cercata con lo sguardo fino ad individuarla. Anche lei mi vide e si avvicinò: “Vieni, ti presento gli altri”. Da qui, si può dire, è cominciato tutto.

I miei coinquilini e io, dopo più di due settimane incollati al culo gli uni degli altri, avevamo voglia di nuovi incontri, di vita, di festa. Almeno: io ne avevo voglia.

A quel punto, frequentavo in maniera eccessiva il bar, perché non avevo internet a casa, dicevo, ma anche per cambiare un po’ aria e dissetarmi. Di solito, dopo qualche lattina, abbandonavo i miei compari per fare due chiacchiere col primo che avrebbe avuto la pazienza di ascoltarmi.
In uno di questi giorni siamo andati al mare con un paio di ragazzi del paese, dato che il sole si dava da fare e il passaggio al mare di pomeriggio era quasi d’obbligo. Col culo in acqua già da un paio d’ore, guardando la gente tuffarsi dagli scogli a ripetizione, io viaggiavo nei miei pensieri godendomi lo spettacolo che ci offriva la natura: roccia bianca quasi lunare, boschetti sparsi tutt’attorno d’un verde scuro, acqua trasparente e piatta come l’olio e un cielo pulito che si estendeva sopra le nostre teste all’infinito.

Quando il sole si era fatto troppo forte per rimanere in spiaggia, ci siamo spostati per svuotare qualche birra sul lungo mare. Poi siamo tornati al bar del paese per l’ora dell’aperitivo. Mi ricordo bene che, animata della mia ebbrezza, mi sono avvicinata istintivamente verso il bancone del bar, non molto lontano da uno dei ragazzi della banda. Un grande tizio, magrolino, con i capelli riccioli del colore del carbone e lo sguardo profondo. Per essere sincera, non posso entrare nei dettagli delle cose che gli dissi, per causa delle troppe birre che avevano imprigionato la mia memoria.

Dopo quest’episodio, eravamo spesso invitati ad andare a zonzo con loro durante le serate, i giri in spiaggia e i festival. Ormai mi ero fatta catturare e lasciata prendere dalla marea di novità.
La prima estate si è svolta così: lavoro di mattina, siesta nel pomeriggio e dolci serate ornate di luppolo per concludere le giornate.

Mi torna alla mente di una volta in cui eravamo seduti per terra davanti al bar già chiuso da un po’, parlando di un sacco di cose diverse.
Durante un breve momento di silenzio, uno dei ragazzi del gruppo mi ha rivolto qualche parola in lingua sarda, sotto l’orecchio attento di tutti. Ovviamente gli ho risposto: “Non ho capito niente ! Cos’hai detto?”.
Tutti si sono messi a ridere, e lui ha iniziato a tradurmi le sue parole: “ A vederti così, con noi, sembra che sei nata
qua”, mi dice.
“Forse perché qui mi sento bene…”, gli rispondo io, col sorriso.

Melanie Bahier

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