QuaranThreevial N°3: SuperDiscoMarket. Un articolo di A. Maglione

QuaranThreevial N°3: SuperDiscoMarket

di Alessia Maglione

superdiscomarket
Truz Truz di Luchadora

Martedì 14 aprile, giorno di quarantena N° Boh, ho perso il conto. Ormai i miei concetti dello spazio-tempo sono completamente alterati e regolo le mie giornate in base alla posizione del sole. So che è appena trascorsa la Pasqua, e a seguito di una serie di accurati calcoli trigonometrici, dopo aver studiato l’andamento dei venti e registrato il livello di umidità dell’aria, mi sono bardata di tutto punto per andare a procacciarmi del cibo. Ebbene sì, oggi è il fatidico giorno dedicato alla spesa, quel giorno della settimana in cui non sai se uscendo ti dovrai armare di pazienza, coraggio, saggezza o semplicemente di guanti e mascherina.

Fortuna vuole che i miei calcoli matematici siano corretti: tutti gli onesti cittadini si erano già riempiti le credenze in preparazione del pranzo di Pasqua, di conseguenza in fila non c’è quasi nessuno. L’assalto ai supermercati ormai c’è già stato. Perché sia chiaro, quarantena sì, ma non dite a un italiano medio di rinunciare alle proprie tradizioni, che la lasagna al ragù non si farà di certo da sola.

Dunque mi metto comodamente in fila, libro alla mano per impegnare il tempo, mascherina sul naso che a respirare sotto al sole ha generato un effetto sottovuoto su tutta la mia faccia, guanti di plastica traspiranti quanto le lenzuola di flanella della nonna, euro pronto in tasca per accaparrarmi il carrello, che per una volta che ci vengo qua la spesa è bene farla sostanziosa, e attendo pazientemente.

E nulla, inutile dirvi che provare a leggere mentre sono in fila al supermercato si rivela essere un’impresa titanica, non tanto per l’attesa in piedi sotto il sole dell’ora di pranzo, quanto per i discorsi che la gente ormai fa quelle rare volte che esce di casa, avendo così modo di esprimere tutto il proprio estro.

Mi ritrovo così al centro di due scenari bizzarri, a cui assisto mantenendo ovviamente la dovuta distanza di sicurezza.

Di fronte a me si trova uno strano terzetto, composto da due tipi bellocci sulla quarantina e da una ragazza vestita e truccata di tutto punto manco dovesse andare al Cocoricò. Che ormai qui, l’unico modo per imbroccare, è andare al supermercato o portar fuori il cane, pure se è immaginario, va bene uguale. Chiacchierano, ridono e scherzano in questa disposizione a semicerchio e insomma, si crea questo ginepraio di ormoni che solitamente si annusa nelle discoteche il sabato sera, e giustamente che volete farci, coi locali chiusi bisognerà pur trovare un modo per arrangiarsi, no?

Ma se la scena che ho davanti quasi mi diverte, quella che si svolge alle mie spalle mi lascia tra il dubbio, il nervoso e lo sconcerto, guarnendo la mia giornata con quella nota di odio razziale e ignoranza che proprio mi mancavano per affrontare alla grande la settimana.

In sostanza succede questo: due signore di origine albanese si mettono in fila insieme, e la solita bacchettona di turno le riprende dicendo che a far la spesa ci deve andare solo una di loro, che le regole sono uguali per tutti e che loro stanno cercando di fare le furbe (perché sono albanesi, ovviamente). Inutile dirvi che, dal mio modesto punto di vista, la bacchettona non aspettasse altro che la ragazza albanese rispondesse a tono: c’aveva proprio voglia di insultar qualcuno oggi, glielo si leggeva da sotto l’occhiale da sole glitterato.

Classica scena da rissa da bar. Rapido scambio di insulti, minacce di chiamare i carabinieri e noto come la bacchettona, alle ragazze subito dietro di me, italianissime ed entrambe in fila insieme per fare la spesa, non abbia detto assolutamente nulla.  Dopo aver ragionato su come ormai questa coda abbia assunto tutte le caratteristiche di una discoteca del centro di Firenze, mentre penso a tutta la rabbia e all’odio razziale ingiustificato che la bacchettona ha riversato sulla povera ragazza albanese che, puntualizzo, sarebbe entrata da sola mentre l’amica avrebbe aspettato fuori, finalmente mi armo di carrello e il solito buttafuori dalla faccia stanca mi fa entrare nel supermercato. Mi passano sulla fronte ‘sto coso a ultravioletti per misurarmi la temperatura che fa venire un po’ di ansietta e sono dentro.

Grazie a Dio sto bene e anche oggi è andata, non morirò di fame. E meno male che mi ero portata la lista, che quasi mi scordavo di comprare la carta igienica.

Torno a casa, mi levo guanti e mascherina, che ormai faccia e mani si sono totalmente lessate, mi disinfetto, mi lavo, mi asciugo, mi stiro e mi rilasso e mentre smisto le buste mi accorgo che:

a) alla fine non ho comprato praticamente un cazzo, e mi toccherà tornare a fare questa sceneggiata tra qualche giorno;

b) il signore che sta qualche palazzo più in là ha praticamente finito di costruire la sua verandina e me ne compiaccio, dato che sto seguendo i lavori del cantiere da più di un mese, e sono curiosa di vedere come sarà il lavoro finito;

c) la signora di sopra sta preparando un dolce, sento ‘sto odore di burro che mi entra dalla finestra e boh quasi quasi ne faccio uno anche io, che tanto non c’ho una sega da fa’;

d) s’è messo a piovere col sole, e c’è questo buon odore di asfalto bagnato che mi ricorda l’estate e le cene con gli amic… ma vaffanculo è ora di aprire del vino.

QuaranThreevial N°3: SuperDiscoMarket. Un articolo di A. Maglione

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