Post-Match di A. Biagioni || Hobby e Sport || THREEvial Pursuit

Boxing: WBC/ WBA World Heavyweight Title Preview: View of ring construction before Muhammad Ali vs George Foreman fight at Stade du 20 Mai. 
Kinshasa, Zaire 10/26/1974 - 10/29/1974
CREDIT: Neil Leifer (Photo by Neil Leifer /Sports Illustrated/Getty Images)
(Set Number: X19074 TK4 C24 F11 )

05 Dic Post-Match di A. Biagioni || Hobby e Sport || THREEvial Pursuit

 

Post-match

di Andrea Biagioni
Copyright by Neil Leifer

Copyright by Neil Leifer

Sarò onesto con voi sin dall’inizio, cari lettori: il THREEvial di oggi è un atto di egoismo. Lo è perché nasce dall’incapacità di chi scrive a chiudere una storia e lasciarne andare altre. È un problema quasi patologico. Quando si inizia a raccontare una storia, capita spesso che non sia la trama principale quella a cui più ci si affeziona, ma le decine di trame secondarie che si nascondono in essa. Purtroppo, però, il tempo e la narrazione non lasciano loro che lo spazio di poche righe: altre volte capita addirittura che rimangano lì da dove sono venute, nel dimenticatoio, e questo equivale a lasciarle morire. Per questo, quando ho messo l’ultimo punto al racconto di una notte a Kinshasa di quarantaquattro anni fa e mi sono reso conto di tutto quello che avevo lasciato indietro, ho provato una sorta di amarezza, come se avessi lasciato qualcosa in sospeso. E quindi mi sono convinto che sarei dovuto con là con la mente, per un ultima volta: perché chi scrive non dovrebbe mai lasciar morire una storia che vale.

Muhammad Ali e Geroge Foreman alla premiazione degli oscar nel 1997 (fonte ABC News).

Muhammad Ali e Geroge Foreman alla premiazione degli oscar nel 1997 (fonte ABC News).

Di nuovo. Kinshasa. Stade du 20 Mai. Ore 5 del mattino o giù di lì. Immagino George Foreman abbattuto che scende le scalette del ring, mentre Muhammad Ali viene portato in trionfo negli spogliatoi ormai allagati dalle piogge monsoniche. Immagino lo sguardo stupefatto di Joe Frazier. Immagino Don King e Mobutu che si sfregano le mani per il successo dell’operazione Zaire, ovvero “facciamo un mucchio di soldi e, se possibile, facciamo fare bella figura allo Zaire, cioè a Mobutu”. Immagino un intero Paese in festa, un Paese che sente di aver lavato con quell’evento una qualche vergogna, ma che tra pochi giorni tornerà ad essere carne da macello. E immagino ventidue uomini, i cui nomi a Kinshasa nell’Ottobre del ’74 non devono nemmeno essere pronunciati, che sono dentro a tutto questo come un pugnale conficcato nel costato.

Il vero motivo per cui Mobutu aveva deciso di organizzare la Rumble in the Jungle era dovuto sì al fatto di far bella figura e una buona impressione in mondovisione, ma in realtà nasceva dalla necessità di lavare un’onta che per lui era più bruciante di qualsiasi delusione politica. Da buon appassionato di calcio, infatti, aveva puntato tutto sui Mondiali di Germania ’74 per dimostrare quanto fosse diventato potente e avanzato lo Zaire sotto la sua guida. Aveva praticamente impedito ad ogni calciatore di talento di emigrare in Europa, come avvenuto nei decenni precedenti (Belgio ovviamente, e Francia le mete più battute), e le squadre zairote erano diventate tra le più forti del continente. La Nazionale andava ovviamente di pari passo con questa tendenza, tanto da vincere la Coppa d’Africa nel 1968 (ancora come Congo) e nel 1974. I calciatori vennero sommersi dai dollari del proprio leader ma anche da un’enorme responsabilità, perché erano la prima nazionale dell’Africa subsahariana a partecipare a un mondiale e Mobutu riteneva che i quarti di finale fossero l’obbiettivo minimo da centrare per i suoi Leopardi (sarebbero Leoni, ma visto che lui portava sempre un cappello di pelle di leopardo, quello doveva essere il loro soprannome).

La Nazionale dello Zaire a Germania '74 (fonte Gazzetta Fan News).

La Nazionale dello Zaire a Germania ’74 (fonte Gazzetta Fan News).

Prima partita. Avversario: Scozia. Risultato: 2 a 0 per i britannici. Commento nel post-match: abbiamo perso, ma tutto sommato poteva andare peggio. Per Mobutu non è così. Seconda partita. Avversario: la Jugoslavia, i brasiliani d’Europa. E questa sì che è dura: dopo quindici minuti lo Zaire è sotto 3 a 0; dopo un tempo siamo sul 6 a 0; nel secondo tempo ne arrivano altri tre. 9 a 0. E nella terza gara arriva il Brasile, quello vero, campione del mondo in carica. Di raggiungere i quarti ovviamente non se ne parla più, ma il problema è che il Brasile rischia l’eliminazione e con tre gol si qualifica alla fase successiva. Ed è esattamente quello che succede: Brasile sul 3 a 0 a dieci minuti dalla fine e qualificato. Ma è raro che i verdeoro si fermino quando sanno di poter segnare ancora e l’occasione si presenta sotto forma di punizione dai venticinque metri. In battuta c’è il sinistro di Rivelino, per il quale una punizione da venticinque metri o un calcio di rigore non hanno tutta ‘sta gran differenza. Joseph Mwepu Ilunga lo sa ed esce inspiegabilmente dalla barriera, lanciandosi come una furia su Rivelino e calciando il pallone nell’altro metà campo. L’arbitro rumeno Rainea tira fuori il giallo e forse si domanda se questi africani conoscano davvero le regole. I brasiliani ridono. Gli zairoti no.

Mwepu Ilunga è stato deriso e vilipeso per decenni, poi nel 2002 raccontò i fatti che stavano dietro a quel gesto assurdo: dopo la partita contro la Jugoslavia gli uomini di Mobutu si erano presentati a Gelsenkirchen e avevano minacciato loro e le loro famiglie se avessero perso con più di tre gol di scarto contro il Brasile. Mwepu cercava solo di prendere tempo. Dopo quell’episodio, ci furono anche degli “scambi fisici” tra brasiliani e zairoti. Rivelino e compagni annusarono che dietro c’era qualcosa di terribile e, caso raro per i brasiliani, si fermarono. I Leopardi ebbero salva la vita e tornarono a Kinshasa, ma quando arrivarono all’aeroporto si resero conto che l’unica cosa rimasta per loro in quel Paese era il disprezzo di un intero popolo.

Lavata l’onta del mondiale, grazie all’organizzazione del match Ali-Foreman, Mobutu continuò a governare lo Zaire praticamente fino alla morte, avvenuta per un cancro alla prostata nel 1997 a Rabat in Marocco, dove si era rifugiato dopo il colpo di stato orchestrato da Laurent-Désiré Kabila con l’appoggio delle truppe ruandesi e ugandesi. Era il 20 Maggio 1997 ed erano passati trent’anni esatti dalla fondazione del Movimento Popolare della Rivoluzione, unico partito riconosciuto da Mobutu (che lo aveva creato) fino al 1990. Con la caduta del muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda, infatti, lo Zaire aveva perso il ruolo strategico nella politica internazionale e Mobutu si trovò praticamente senza alleati fuori dai suoi confini. L’unica soluzione per mantenere il potere era condividerlo con un Parlamento multipartitico, che non si fece problemi a corrompere e manipolare. Stranamente, infatti, non si tennero elezioni negli anni successivi. Scrivo “stranamente”, perché in realtà in Zaire tra il 1970 e il 1984 si erano tenute ben tre elezioni, solo che c’era un unico partito da votare e l’unico candidato rispondeva al nome di Mobutu Sese Seko: nel 1970 solo un centinaio di votanti espressero il proprio dissenso alla conferma di Mobutu come presidente; nel 1977 furono poco più di duecentomila su dieci milioni e mezzo di votanti; nel 1984, il computo era 126 mila contro 14 milioni e 700 mila cittadini zairoti. Ma non è tanto l’aver espresso il proprio dissenso che rende speciali queste trecentomila anime: è il coraggio di aver detto No con un fucile puntato alla schiena.

Per Donald “Don” King, The Rumble in the Jungle è stato lo spartiacque tra l’essere un signor Nessuno o il più grande promoter nella storia della boxe. Quasi un anno dopo il match di Kinshasa, a lui fu affidata l’organizzazione del terzo confronto tra Ali e Frazier. Don King fece l’unica cosa che sapeva fare: prendere un aereo e convincere un qualsiasi dittatore a farsi dare una borsa milionaria per i due pugili. Ne trovò uno nelle Filippine, Ferdinand Marcos, il quale non si fece problemi a sborsare quasi 15 milioni di dollari. Ah ovviamente coniò anche un nome per l’evento, che ovviamente rimase: The Thrilla In Manila.

Don King e Donald Trump nel 2016 (fonte: cnn com).

Don King e Donald Trump nel 2016 (fonte cnn.com).

Su come riuscisse (e riesca tutt’oggi) ad essere allo stesso tempo molto piacevole, estremamente scaltro e totalmente privo di scrupoli ci si potrebbe scrivere un romanzo. È stato denunciato praticamente da tutti i suoi assistiti, partendo da Muhammad Ali per arrivare fino a “Iron” Mike Tyson, per “trattenute illecite”, se così vogliamo definirle, sui compensi che sarebbero realmente spettati loro. Ha sempre avuto una straordinaria capacità di fiutare un affare e appropriarsene, talento che gli ha sempre attirato le simpatie dei potenti, e a 87 anni suonati sembra non aver perso il suo tocco. Perché dopo aver promosso (e molto probabilmente finanziato) la campagna elettorale di George W. Bush, dopo aver supportato (e probabilmente finanziato) quella di Barack Obama, il buon Don ha pensato di appoggiare apertamente (e molto probabilmente ideare) la campagna elettorale di un altro Donald che ormai detiene la Casa Bianca da quasi tre anni. Se guardate le foto che i due si sono fatti scattare insieme in alcune occasioni, l’unica frase che può venirvi in mente è certamente, “Only in America”, come direbbe il buon Don.

Dopo il match di Kinshasa, George Foreman cadde in depressione. Tornò a lottare nel Giugno 1976 contro Ron Lyle, vincendo in cinque round: un match al cui confronto quello tra Rocky Balboa e Ivan Drago potrebbe apparire come una scaramuccia tra bambini. Ma George non era più lo stesso e si ritirò nel 1977 ad appena 28 anni, liberandosi volontariamente di tutte le ricchezze accumulate in carriera per dedicarsi a predicare la parola di Dio nelle strade di Houston. Novello San Francesco, venne raggiunto un paio di anni dopo da una telefonata di Ali, del quale era rimasto buon amico. Pur apprezzando profondamente la scelta di vita del rivale, Ali gli consigliò di tornare sul ring: in fondo aveva solo trent’anni e poteva avere ancora qualche buon match in canna. E infatti Foreman tornò su un ring, ma nel 1987 e a 38 anni suonati tra il divertimento e lo scetticismo generale dell’ambiente. Furono tutti un po’ meno divertiti quando se lo videro di nuovo con la cintura alla vita: quella conquistata nel 1991 contro Evander Holyfiled a 42 anni, poi persa e riconquistata nel 1994 contro Michael Moorer a 45 anni e 299 giorni, diventando il campione più anziano di sempre nella storia della boxe.
Ma il momento più commovente sarebbe arrivato due anni e mezzo più tardi, quando alla cerimonia degli Oscar aiutò un Muhammad Ali ormai fisicamente debilitato dal Parkinson a salire sul palco. Dovevano ritirare l’ennesimo premio della loro carriera, quello per We were kings: il documentario che ripercorreva quella notte indimenticabile di Kinshasa.

Marvin Frazier posa accanto alla statua del padre - fonte PhillyVoice.

Marvin Frazier posa accanto alla statua del padre (fonte PhillyVoice).

Joe Frazier, mentre osservava da bordo ring Ali riuscire dove lui aveva fallito, stava probabilmente già pensando a quello che sarebbe avvenuto un anno dopo: con Foreman fuori dai giochi, infatti, il ruolo di number one contender sarebbe toccato a lui. Per un anno si preparò con l’unico scopo di distruggere fisicamente Ali e quasi ci riuscì in un’afosa mattina di Ottobre del 1975 a Manila, in quello che rimane il match più feroce mai combattuto nella storia della boxe. Ma Frazier perse, perché alla 14.a ripresa il suo manager Eddie Futch gettò la spugna: era convinto che quell’ultima ripresa per Smokin’ Joe avrebbe significato morte certa. La scelta di Fitch anticipò di cinque secondi quella che Angelo Dundee stava per prendere con Ali e per la stessa motivazione. Quando Marvin Frazier andò a sincerarsi delle condizioni del padre negli spogliatoi dell’Araneta Coliseum, gli disse che aveva visto Muhammad e che questi si era detto dispiaciuto di aver offeso Joe trattandolo per settimane come un “gorilla”. Joe rispose al figlio che quelle scuse non valevano niente, perché non gli erano state rivolte personalmente e l’odio per Ali non si placò praticamente mai.
Dopo che un tumore al fegato se lo portò via nel 2011, al suo funerale, il reverendo Jesse Jackson disse: «Rocky non era un campione, Joe Frazier lo era: Rocky era finzione, Joe realtà. Rocky non ha mai affrontato Ali, Holmes o Foreman: non ha mai assaggiato il sapore del sangue. Qui in città c’è una statua di Rocky. Mi aspetto che ne erigano una anche a Frazier». Ad ascoltarlo un commosso Muhammad Ali, perché l’odio tra i due era sempre rimasto lo stesso, ma il rispetto, beh, quello non era mai mancato.

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