Pittura Alchemica || Intervista a F. Petani || Arte e Letteratura || THREEvial Pursuit

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07 Mar Pittura Alchemica || Intervista a F. Petani || Arte e Letteratura || THREEvial Pursuit

 

Pittura Alchemica

Intervista a Fabio Petani

di Matteo Bidini, Niccolò D’Innocenti, Simone Piccinni

a cura di Simone Piccinni

 

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Può l’arte abbracciare l’alchimia, scindendosi in parte dalla pura estetica? Per Fabio Petani, artista classe ’87 nato a Pinerolo, la risposta è decisamente sì. Al punto che di questa connotazione alchemica Fabio ne ha creato una sorta di marchio di fabbrica nella sua attività pittorica, una “astrazione di una tag” nel mondo del muralismo, per usare le sue parole.
Lo abbiamo incontrato in occasione del vernissage inaugurale della sua mostra svoltasi tra gennaio e febbraio alla Street Levels Gallery.

Per introdurlo al meglio citiamo le parole di Alessandra Ioalé, che ha curato i testi che accompagnano la mostra:

Sin dai tempi antichi gli uomini hanno tentato di ricreare il vasto regno vegetale in un ambiente comprensibile chiamato hortus botanicus, atto alla classificazione, alla ricerca e allo studio delle piante e delle loro proprietà medicamentose. Un regno le cui specie viventi, secondo il pensiero alchemico, pur essendo complessamente varie fondano le proprie dinamiche  vitali sul concetto di Trinità, che potremmo identificare simbolicamente con la semplice figura geometrica del triangolo. Un triangolo formato da tre elementi. Spirito, Anima e Corpo. Dei loro tre simboli alchemici. Zolfo, Mercurio e Sale. Delle loro tre modalità filosofiche operative. La vita, la coscienza e la materia.

La personalità creatrice del muralista urbano Fabio Petani agisce come quella di un botanico spagyrico dell’arte, che si aggira nella realtà quotidiana come all’interno di un immenso orto botanico alla ricerca di piante e fiori per la propria creazione artistica portata avanti da qualche anno su muro e su tavola. Chiuso nel suo studio, Petani si esprime dando forma visiva al principio alchemico definito da Paracelso, Spagyria. Come un alchimista vegetale fa fermentare, distilla e incenerisce per distinguere e dividere i tre elementi, i tre simboli, le tre modalità filosofiche operative di quel triangolo primario, che determina forma e sostanza di ogni tipo di pianta. Lo Zolfo, contenuto negli oli essenziali della pianta, il Mercurio, contenuto nelle sostanze alcoliche artefici di trasformazioni e il Sale, che rappresenta la natura minerale della pianta. Poi li scevra dalle scorie superflue ai fini della sua sintetica quanto personale restituzione figurativa del messaggio, e li ricompone seguendo un nuovo ordine armonico in una soluzione visiva, che è allo stesso tempo rimedio spagyrico, per gli occhi di chi le osserva.

Parlaci del tuo percorso artistico in generale e di questa mostra, Spagyria.

Vorrei iniziare spendendo due parole sulla mostra: la Spagyria è una branca dell’alchimia che si occupa della parte vegetale, quindi invece di interfacciarsi con le pietre e con i minerali si preoccupa delle miscele alchemiche create con i vegetali. Era una sintesi perfetta per quello che stavo facendo io, cioè creare delle opere che avessero una parte chimica e una parte botanica. Da ciò nasce il titolo. Questa mostra è anche un po’ il culmine di un percorso o progetto che comprende tutti gli elementi e che finirà con l’esaurimento della tavola periodica. Diciamo che ho quasi finito gli elementi chimici, ne mancano giusto un paio quindi… Questa è quindi l’ultima mostra che presenterà gli elementi chimici “semplici”, primari. È un po’ il focus della mostra, che chiude il cerchio: nell’esposizione potete vedere dello opere un po’ più vecchiotte e altre ultimate qualche giorno fa, quindi c’è anche una sorta di percorso stilistico che si può notare tra le varie opere.

Per quanto riguarda il mio percorso artisticpetani_fire-37_piccolao in generale si denota anch’esso su questi due elementi, alchimia e botanica, come binario, come volontà di volersi legare e contestualizzarsi con lo spazio e dare un valore anche concreto all’intervento e alle opere, che non sia puramente e solamente estetico. O meglio, c’è ovviamente un valore estetico, quindi un ti piace/non ti piace; ma oltre quello si cerca di aumentare il significato e la forza del legame che si può creare con la pianta e l’elemento chimico. Nei posti in cui dipingo, se sono in giro, cerco di usare un elemento chimico o botanico che abbia un legame col contesto, col supporto e con la situazione. Nei quadri il legame è più libero perché si mischiamo solamente elemento e pianta, quindi è un po’ più semplice. Questo è il succo del mio lavoro, in sintesi.

Come sono nate questa riflessione e questa connotazione alchemica del tuo lavoro? Era una passione o è un elemento studiato?

Diciamo che è nata per una serie di circostanze, esigenze e occasioni: il fatto di affacciarmi ad un ambiente come quello dell’arte urbana, la street art o come la si vuol chiamare, in un certo senso già formato – quindi senza un percorso come possono avere tanti altri artisti che passano attraverso i graffiti o mondi simili – mi ha permesso di ricercare un’originalità e un mio stile senza per forza tentare di creare un passato che non mi apparteneva, quindi senza dovermi inventare una tag sul momento per buttarmi in quel mondo in una maniera finta, arrogante… Questo è il motivo che mi ha spinto a cercare una via alternativa per avere una leggibilità, una firma, una particolarità che fosse mia, pur non essendo una tag. È stata un po’ una sorta di astrazione di una tag: la pianta e l’elemento chimico sono la firma, ma in forma concettuale. L’insistere su una ripetizione, come può essere la linea rossa o la parte centrale circolare, delle forme ricorrenti, più la pianta, mescolando quattro o cinque elementi però riconducendoli sempre a quello che è il mio lavoro.

Raccontaci come ti trovi a Torino. Cosa pensi della scena torinese? E, se ne hai avuto la possibilità, cosa hai visto di quella fiorentina? Ci sono differenze?

La scena torinese di per sé è molto interessante a livello di proposte, quindi di eventi, occasioni, attività culturali e iniziative, oltre ad essere una scena molto ricca qualitativamente. Dall’altra parte diciamo che ci sono dei forti vincoli da parte delle autorità (quindi Comune e sovrintendenza) per realizzare pezzi liberi, un po’ più spontanei insomma. Per passare tramite la via istituzionale ci sono tantissimi requisiti e vincoli, per cui magari fai richiesta per un muro ma prima di avere tutti i permessi e quant’altro passano sei, sette mesi. Quindi diventa anche impegnativo per chi organizza: arriva l’artista da fuori, avresti l’occasione per fargli realizzare un bel pezzo perché magari fa una mostra in quel periodo in città, ma non si può fare nulla perché è praticamente impossibile che un artista ti mandi la bozza sette mesi prima, devi avere le autorizzazioni e devi anche far coincidere i tempi, questo e quell’altro e, alla fine, non se ne fa di niente. Manca a livello istituzionale un po’ di fiducia… Del tipo: so che organizzano loro, so come lavorano, non hanno mai sbagliato e so che mi posso fidare, quindi li lascio fare. Invece no. È un bel problema.

È un problema comune: anche da noi al momento stanno scrivendo le regolamentazioni sulla street art, e anche qui siamo orientati sui bandi, quindi bozzetto, giunta, approvazione e via, passano i mesi. Se sei un artista un minimo più affermato, quindi non il ragazzino o l’artista che inizia e si deve far vedere, è facile che non partecipi neanche al bando…

Il problema dei bandi, per fare un esempio secondo la mia esperienza, sulla mia pelle, è anche quello. Io non partecipo più, perché nei pochi progetti che ho provato a presentare ho sempre sbagliato qualcosa, dato che i campi da rispettare sono moltissimi. Magari la bozza è fighissima, ma tu non riesci a presentarti bene col progetto e perdi l’occasione, quindi perdi tempo. Lo fai una volta, lo fai due, dopodiché lasci stare. I bandi li vince chi li sa scrivere, che non per forza coincide con chi è più bravo artisticamente. Cioè, tu magari presenti un progetto tutto ordinato, con i punti rispettati alla lettera, tocchi i tasti giusti ma magari la tua bozza è mediocre. Vinci te.
Poi giustamente come dicevi, tanti artisti già affermati e quotati non si mettono lì a perdere tempo a scrivere un progetto per un bando che magari porta un rimborso spese di mille euro… Quindi tu, istituzione, rischi di beccarti non dico gli scarti, ma quella fascia media che coniuga chi scrive bene i bandi e chi disegna bene. C’è una linea sottile, basata anche sul culo, che magari ti fa pescare l’artista gusto per il progetto o la necessità, ma è molto difficile.

Come lo vedi il ruolo dell’arte urbana nel vastissimo mondo dell’arte contemporanea? In cosa va in contrasto, in cosa può essere migliore o in cosa può essere peggiore? Arte urbana contestualizzata nella contemporaneità.

Molto semplicemente secondo me l’arte urbana, senza arroganza o eccesso di foga, può definirsi un’avanguardia, quindi essendoci dentro non è facile darne una definizione al momento, perché c’è questa confusione interna, questo caos che non ti permette di interpretarla in maniera oggettiva. Le risposte al momento sono sempre influenzate dall’interesse o dall’esserne un partecipante o un attore, o uno chi ci vive sopra… Quindi secondo me chiunque al momento è troppo coinvolto per analizzarla bene.

C’è bisogno di una sorta di prospettiva storica per capirla al meglio…

Sì, certo. Perché anche lì, sono paragoni sbagliati, ma le avanguardie che ci sono state nel Novecento, impressionisti ecc., mentre c’erano in mezzo secondo me non si rendevano conto di essere in un momento storico che avrebbe cambiato qualcosa.

Cosa ti aspetti dall’arte urbana da qui al futuro?

Fabio Petani in Ucraina. Fonte immagine: urbanitewebzine

Fabio Petani in Ucraina. Fonte immagine: urbanitewebzine

Sicuramente, per come stanno andando i tempi e le cose, ci sarà un aumento della commerciabilità di ciò che è l’arte urbana. Scenderà un po’ il valore romantico, quello che ti spinge ad esprimerti per esigenza, per rivolta, ribellione o quello che vuoi. Questo a fronte di un processo che si spingerà sempre più incontro al mercato e meno al sentimento. Almeno, per quel poco che vedo e posso dedurre, il percorso pare essere questo.

Che comunque è un processo che è già in atto ora come ora, se si pensa ai pezzi realizzati per promuovere le serie tv Gomorra e Suburra…

Io su questo non mi schiero: non c’è un giusto e uno sbagliato divisi nettamente. Ci sono gli estremisti, quelli che non si fa nulla per soldi. E ci sono altri che logicamente ti dicono che sono comunque occasioni se ci vuoi campare… perché sennò si entra in un circolo vizioso: cioè, se mi dici che l’arte urbana deve essere totalmente spontanea, senza aver a che fare con nulla ecc., e poi fai un muro e magari ti paga l’associazione invece che il Comune, a livello esasperato, è la stessa cosa. Che tu abbia fatto un pezzo pagato da un’associazione o una pubblicità – che ok, ha fini e modalità diverse – hai comunque preso soldi per fare un lavoro, quindi già questo esula dal purismo. Se tu mi dici che vuoi fare solo cose spontanee e non ci vuoi prendere un euro ti dico ok, ma se prendi i soldi da una parte e non dall’altra sei comunque in una sorta di limbo.

La discriminante secondo me dovrebbe essere un po’ il contenuto dell’opera…

Sì, chiaro, se ti dicono “disegnami un fiorellino e scrivici sopra il mio spot” ecco, quello è un po’ più forzato, ma lì poi entrano in gioco altri mille discorsi. Dall’altra però se ti chiedono un lavoro e ti dicono “guarda, il 99% è roba tua, ma nell’1% facci un rimando alla copertina del libro o della serie X” tu lo sai e puoi accettare o non accettare. È quella la differenza.

Se si guarda la storia dell’arte da che esiste l’artista esiste anche la commissione, anche perché sennò l’artista non camperebbe. Se guardiamo lo stato attuale va comunque molto meglio rispetto, ad esempio, al Rinascimento, perché appunto durante quel periodo l’artista veniva pagato non per rappresentare soggetti vicini alla propria vita, ma cose completamente dirette dal committente. Oggigiorno c’è un riavvicinamento all’artista, alla vita dell’artista e alla propria produzione. Gli artisti sono un po’ più liberi, ma la commissione serve, serve il mecenate che ti dà la forza economica di andare avanti…

Sì, diciamo che c’è stato un momento di vuoto. C’è sempre stata l’arte su muro. Poi c’è stato un momento di buio, dopodiché con l’avvento dei graffiti…

Con “momento di buio” a che periodo ti riferisci?

Prima del momento dei graffiti, metà Novecento. C’è stato un momento in cui il muro non è stato più troppo utilizzato come supporto, ad esempio come succedeva con gli affreschi. Quindi c’è stato un allontanamento dall’abitudine di vedere i muri disegnati, dopodiché con l’arrivo della demonizzazione dei graffiti si è insinuata in testa alle generazioni nascenti, quelli che possono essere i nostri genitori, l’idea che tutto quello che viene disegnato su muro equivale a vandalismo. La gente in generale si trova in difficoltà a distinguere tra ciò che è un atto spontaneo, un atto di vandalismo, un muro autorizzato o simili, quindi c’è ancora un po’ di timore da parte degli artisti e degli addetti ai lavori ad approcciarsi al muro anche nelle zone legali. Perché comunque sai che arriverà la critica. Tu associazione, organizzazione o azienda che vuoi commissionare un muro magari lo fai, però sai già che ti metterai contro delle persone…

In Italia la critica è a priori, soprattutto in questo campo. L’artista urbano viene visto un po’ come una categoria ‘inferiore’ o comunque considerato non al pari di membri di altri campi artistici.

Questo si ricollega a quanto dicevamo prima sull’avanguardia. Essendo una cosa nuova la gente ancora non è abituata, non sa leggere quelle che sono le nuove figure dell’arte urbana. Di conseguenza si è un po’ ghettizzati, come succede a tutte le avanguardie. Adesso si può cercare di fare mente locale, ma per avere un quadro completo del fenomeno bisognerà aspettare qualche decennio, probabilmente. Come è successo per i graffiti: chi l’ha fatto per primo non si rendeva conto di quello che ha scatenato nel mondo dell’arte. La nostra fortuna, in questo momento storico, è anche che chi è interessato a questo mondo ha una maggior possibilità di fare archivio, quindi ci sarà una maggior possibilità di tirare le somme in seguito sui protagonisti di questo momento, mentre questo non è accaduto troppo per chi prima faceva i graffiti…

Questo effettivamente cambia molto a livello di consapevolezza sugli artisti urbani anche da parte del pubblico, rispetto alle correnti precedenti.

Sì, come ad esempio Martha Cooper che ha fatto le quattro foto giuste ai graffiti, che poi hanno fatto il giro del mondo dando il via alla conoscenza che ha spinto ciò che viviamo ora. Adesso magari hai più scelta… forse anche troppa, con il rischio di un po’ di dispersione.

O che comunque ci entrino di mezzo voci mosse da interessi molto vari e in alcuni casi controversi… Può diventare un elemento strumentalizzante. Ma è comunque una grande risorsa rispetto alle precedenti correnti artistiche.
Passando al rapporto con il pubblico: riguardo al contesto in cui viene realizzato un pezzo (cioè un luogo pubblico e non una galleria o un museo dove vanno solo gli interessati ma che, al contrario, può essere fruito da chiunque, anche da a chi non è assolutamente interessato), secondo te come si può educare la gente? Cosa va trasmesso a livello educativo alla popolazione perché questa forma d’arte venga accettata?

Eh, il lato dell’educazione è difficile perché come detto, essendo un movimento che sta andando per la maggiore, corri dei rischi. Essendoci artisti che hanno la coscienza un po’ meno forte, che magari non hanno la volontà di regalare un lavoro alla città, c’è il rischio che questi siano un po’ ‘egoisti’. Cioè, che facciano un lavoro che serve più a loro: del tipo “faccio il lavoro, gli faccio la foto, me la porto a casa e il mio l’ho fatto, quindi arrivederci e grazie”. Il rischio è un po’ quello. Per cui c’è un ruolo importante, che si basa sul tatto delle organizzazioni che coordinano questi progetti e chi chiama gli artisti, che deve spingere a chiamare l’artista giusto per lo scopo del progetto o di quella circostanza/contesto. È un grosso onere che ricade sulle spalle di chi organizza, quello di conoscere il luogo, il contesto e il pubblico, scegliendo per il meglio, scegliendo la persona giusta. Che poi può esser chiunque, a prescindere dallo stile. Però va inserita nel contesto giusto. Deve essere un processo di scelta studiato.

Devi comunque aver rispetto per chi lo spazio lo vive quotidianamente…

Certo, altrimenti è proprio un danno per l’intero movimento. Se tu continui a fare lavori che creano fastidio, danno noia, non sono apprezzati, rischi che in dieci anni il movimento si esaurisca e muoia. Perché si può creare un malumore che sfocia in una contrapposizione tra popolazione e artisti di muralismo che non porta da nessuna parte. E quindi smettiamo di lavorare. Non badare a questi elementi è un po’ darsi la zappa sui piedi da soli. Come anche l’usare materiali scadenti che magari durano poco o si rovinano, nell’ottica del “faccio la foto e me ne vado a casa”. È vero che magari questo ti permette di fare più muri in un anno perché risparmi sul materiale, però quel muro tra due anni si rovinerà e diventerà brutto. La gente lo noterà e dopo un po’ si chiederà “perché sprecare soldi per fare cose che durano pochissimo, invece che darli a scuole, sanità e quant’altro?”.

Tanto poi non glieli danno uguale…

Si, ok. Ma il ragionamento della gente è quello… Dobbiamo essere lungimiranti per incanalare questa corrente nel modo migliore.

 

 

 

1Commento
  • scribbler
    Posted at 21:16h, 12 marzo Rispondi

    Diversi i livelli di lettura dell’opera, esempio ante litteram di scrittura autobiografica in forma poetica e dichiarato intento alchemico.

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