QuaranThreevial N°9: Panic (by The Smiths). Un articolo di B. Bendinelli

QuaranThreevial N°9: Panic (by The Smiths)

di Benedetta Bendinelli

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The House March di Federico Bria

Ricordo che al liceo avevamo un professore di filosofia parecchio strano, lo era anche il nome. Veniva bullizzato, devo ammetterlo, da tutta la nostra classe fatta di cialtroni e mezzi criminali (eppure era un liceo, eppure eravamo quasi tutte donne). Cosa avevamo da dire di così importante, a tal punto da voler zittire ogni volta la voce di un adulto sicuramente più virtuoso di tutte noi teste di cazzo? Nulla, è chiaro, ma era divertente vederlo impallidire non appena superava la soglia della classe. Facevano ridere i suoi occhiali, i suoi occhi  buffi sotto gli occhiali ancora più buffi. Era una facile preda per le nostre bocche sciocche e insipide e asciutte, con quella voce sottile, la lisca in bocca e i conseguenti sputacchi sulla lavagna. Lo prendevamo per il culo con scherzi raffinati – questo va detto ed è quasi un orgoglio – come lo scambio della disposizione dei banchi, con lo scopo di disorientarlo e poi, di nuovo, prenderlo per il culo facendogli credere di essere pazzo per aver pensato che la classe fosse diversa dal giorno precedente. Una volta, più delle altre, il professor B.M.A si mostrò del tutto succube alla nostra meschina volontà di esercitare il nostro piccolo potere di mostri semi ignoranti. Quando una compagna di classe – peraltro nemmeno la peggiore – cominciò a parlottare con la vicina senza dare ascolto alla lezione su Kant – o chi per lui – il professor B.M.A si alzò di scatto e preso da un istinto primordiale di protezione verso la propria specie gridò, sputacchiando, alla malcapitata: “Vai fuori! Vai fuori! Vai fuori!” ma un istante dopo – senza nemmeno darsi il tempo di gioire anche per un attimo di quella giusta e onorevole imposizione – seguì con un altro ordine, stavolta più mansueto e rassegnato: “No, resta dentro”. E così fece.

(Si consiglia vivamente di leggere il seguente resoconto, ascoltando in sottofondo Panic – The Smiths, N.d.R)

Lo scorso sabato, il 23 Maggio per la precisione, sono uscita per la prima volta dopo alcuni mesi di isolamento, più o meno forzato. Mi spiego meglio: sono uscita durante la quarantena certo, ma nel senso di un’uscita che più che altro riguardava l’aria, l’aria aperta – come è solito dire quando ci si riferisce alla natura, ai prati verdi, ai ruscelli e ai boschi. Ho visto un amico, la mia ragazza – che per due o tre settimane è rimasta con me – mia madre e mio padre una volta sola per il compleanno del babbo, poi lo staff dell’Esselunga e ovviamente il mio cane. Tutto qua, non molto ma abbastanza. Uscire davvero quindi, considerato questo ridotto regime sociale, per me significava entrare più che altro dentro la solita macchina trita-vita: prendi la macchina, chiama qualcuno, rispondi a un messaggio, metti benzina, organizzati, fai un prelievo oppure usa la carta, bevi una cosa, bevi una birra, scegli le scarpe, metti i calzini, metti le cuffie, metti la cintura, trova parcheggio, prendi la bici, metti il lucchetto, metti le chiavi in tasca, leggi la posta, leggi il giornale, parlane al bar, parlane al telefono, chiedi come va, chiedi il conto, chiedi lo sconto, chiedi per favore, chiedi scusa, di’ una bugia, fai finta di nulla, trova una scusa, trova un bar, trova un locale, trova la strada, apri google, apri safari, apri whatsapp, apri spotify, apri instagram, apri la porta, esci.

Dicevano di no, avevano tutti paura che no, non saremmo tornati a tutto questo, alle solite cose. E invece eccola di nuovo, la nostra dolce e amara normalità. Questo fatto di uscire, visto così, mi metteva la nausea ma andava fatto. Quindi mi sono detta: vai fuori, vai fuori, vai fuori! Mi sono anche detta: no resta dentro. Ma a differenza della mia vecchia compagna di classe alla fine ho ubbidito all’ordine superiore della ragione e sono uscita.

Ho preso il cane e un borsone da fine settimana lungo (cosa che mi è capitata si e no tre volte nella vita) e sono andata a Firenze per stare un paio di giorni con Carolina. Nulla di strano, conosco la città, conosco lei e conosco pure i suoi coinquilini. Per i blandi sociopatici come me il primo approccio con persone nuove è molto simile a quella sottile tortura che infligge l’insegnante quando sta per selezionare casualmente l’alunno da interrogare. Ci convivo, ho trentaquattro anni e una vita passata a mascherare psicosi, quindi mi confermo che nel caso dovessi incontrare gente nuova non ci sarà alcun problema, andrà tutto benone.

Sorridi, di qualcosa, saranno tutti fatti, a Firenze sono tutti fatti, fuma una sigaretta, bevi più del solito, vai spesso in bagno, anzi non andarci che attiri l’attenzione.

Ho fatto una veloce revisione di tutti i passaggi che avrei dovuto seguire quella sera e ho fatto anche il conto alla rovescia di quante ore mi restavano prima di rientrare a casa. A grandi linee – considerando il dopo cena, un’eventuale sbronza e i vari episodi accessori – mi restavano ancora dieci ore. Dieci ore di persone. Sempre per quelli come me, l’unità di misura dello stress causato dal gruppo non è calcolato nell’ordine delle unità ma in quello delle ore. Non mi spaventano cento persone nell’arco di una mezz’ora, nossignore. Mi terrorizzano invece tre persone in un segmento temporale che va dalle due alle dieci ore, appunto. Ma come dicevo, ci sono abituata. Ho un borsone da week-end lungo, il cane e la città che mi attende: eccomi, sono tornata.

Trovo quasi subito parcheggio, la cosa mi sorprende ma nemmeno troppo, in fondo la città è appena risorta. Metto il borsone in bauliera perché lo avrei recuperato più tardi. Metto il cane al guinzaglio e sono pronta. Il cane inizia a tirare, mi rompe già le palle ma è il mio cane e lo sopporto. Il cane si mette a cagare all’improvviso e lo fa vicino al muro che segue il marciapiede dove sto camminando. Raccolgo la sua merda, fa caldo e il fumo degli escrementi mi fa salire un conato di vomito. Chiudo gli occhi ma devo riaprirli perché se li tengo chiusi non riesco a vedere la merda che devo raccogliere. Pesto la sua merda perché alla fine ho tenuto gli occhi chiusi per troppo tempo. Prendo la merda nel sacchetto e cerco un cestino. A Firenze non ci sono abbastanza cestini. C’incamminiamo verso il centro: Carolina lavora in centro e buon per lei, davvero. Il cane tira al guinzaglio, lo so, lo fa sempre. Sotto l’arco di San Frediano attraverso il marciapiede con il rosso, non lo avevo visto e infatti mi suona una macchina. Nessun problema. Cammino sul marciapiede stretto ma ci sono due o tre tipi seduti sul muretto del lungarno e non riesco a passare; bevono uno birra che avranno preso al Circolo della Rondinella, sono proprio lì davanti e allora perché non berla ai tavolini? Non lo so, ma non importa. Riusciamo a passare, il cane tira e sembra che abbia tirato da quanto tira. Alzo lo sguardo sul ponte Amerigo Vespucci, vedo le macchine e le teste che rimbalzano su e giù sopra il ponte che sembra in fiamme. Lo attraversiamo e un brivido di vertigine mi sale dall’interno coscia quando vedo il cane che infila il muso tra le ringhiere. Se cadesse da quassù si aprirebbe il cranio, la stessa cosa succederebbe a me ma pensando a lui mi viene da piangere. Non ci penso, andiamo avanti. Arriviamo al semaforo, è rosso. Davanti a noi un padre con due bambine in bici, hanno le routine quindi non guardano dove vanno, tanto hanno le routine e il babbo che le tiene d’occhio. Guardano il cane, il cane guarda loro e io guardo il cane che guarda loro, sperando che non le azzanni per gioco. Siamo tutti li fermi, aspettiamo il verde che non arriva mai. Stiamo tutti bene, anche le bambine e il padre mi ringrazia perché trattengo il cane per agevolare il loro passaggio oltre l’incrocio. Ci siamo quasi, ma nemmeno troppo. Devo raggiungere Via Tornabuoni. Le strade sono piene di cani, tutti piccoli ed è anche peggio perché ho paura di calpestarli. Sto sudando e penso che dovrò almeno lavarmi le ascelle prima di arrivare a cena. Dalla chiesa di Ognissanti esce una suora, vestita da suora, è minuscola e per poco non la vedo. Nemmeno lei vede noi e si spaventa quando il cane l’annusa. Proseguiamo, va tutto bene. Davanti a noi un cane ancora più piccolo della suora si ferma in mezzo al marciapiede e decide di cagare. Il mio cane lo annusa e lui si spaventa, dallo spavento cade sulla sua stessa merda e i padroni inorriditi mi danno della merda. Merda! Sudo ma alla fine penso che mi faccia bene, ho l’impressione di perdere peso e di tenermi in forma. Penso al mio orto, se i pomodori hanno preso abbastanza acqua e se il basilico non sia già diventato giallo. Arriviamo salvi e poco sani davanti al negozio dove lavora Carolina.

Ci sediamo sulla scalinata della chiesa: è una bella scalinata ma nessuno ci pensa mai a quella scalinata della chiesa dei Santi Michele e Gaetano. Lei esce, mi vede. Sono felice di vederla e anche il cane è felice. Salutiamo lei e la collega poi torniamo sulla scalinata. Passa un uomo, sembra un barbone, vuole accarezzare il cane e lo lascio fare. Il cane si agita, lui non voleva ma io, per essere gentile, ho lasciato che lo accarezzasse. Dopo, per assecondare la volontà del cane di non essere toccato, indietreggio e vado a scontrarmi con una signora che mi urla: “Oh bellina!” Voleva dirmi anche di peggio perché lo ho pestato i piedi, quindi apprezzo il fatto che abbia soltanto sbuffato e mi abbia detto bellina. Nel frattempo il barbone è andato via, menomale (per il cane, non per me). Carolina finisce di lavorare, esce e mi bacia. Sudo ma la bacio lo stesso. Prende il cane, o il cane prende lei. Facciamo la stessa strada per tornare verso casa, verso la macchina dove ho lasciato il borsone per il week-end lungo. Lei vuole prendere il gelato da portare alla cena, io volevo il vino ma non ho voglia di decidere. Vada per il gelato. Ci fermiamo all’angolo della gelateria di Santa Trinita, qua lo fanno buono – dice.  Il cane ha sete, io pure. Fermarsi in un angolo nel pieno centro di una città è come sedersi all’angolo del ring mentre il pugile continua a menarti. Passano le persone, passano i motorini, passano le bici. Me la prendo col cane ma vorrei prendermela con tutti. Gli tiro un cazzotto in testa, povera bestia, ma tanto non sente nulla, è un testone. Carolina è preoccupata, mi toglie il cane di mano e fa bene. Mi fermo un attimo e mi si ferma il respiro, mi si fermano gli occhi oltre il ponte dove la luce illumina la terra gialla che scende come lava nell’Arno. Le mani sudano come la testa e la testa suda come la schiena, tutto il mio corpo affoga dentro l’onda calda che ora mi travolge, poi mi culla e poi mi risputa in superficie. Il cuore è una cassa e mi si gonfiano le orecchie, le sento implodere e poi sciogliersi.

Oltre il ponte le teste continuano a rimbalzare su e giù, nessuno si ferma e nessuno mi vede. Respiro, mi conosco, basta un solo lungo respiro e tutto torna come prima. Carolina mi aiuta, prende il cane e mi porta via da quell’angolo.

Va tutto bene ma avrei dovuto fare come la mia vecchia compagna di classe.

QuaranThreevial N°9: Panic (by The Smiths). Un articolo di B. Bendinelli

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