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Al concerto degli OM, un articolo di G. Bindi II Three Faces

OM concerto

25 Set Al concerto degli OM, un articolo di G. Bindi II Three Faces

Al concerto degli OM

Congetture sulla divina salvezza e sulla grazia (al cazzo)

di Gianluca Bindi

OM concerto

Non lo so, la serata era partita tranquilla quel 7 agosto a Livorno. Il fritto alla baracchina di Johnny Paranza, le bottiglie di vino in compagnia dei miei due amici e poi la passeggiata per raggiungere la Fortezza Vecchia, sede del concerto. Non avrei mai pensato che il tutto potesse trasformarsi in questo articolo, ma bisogna essere sempre pronti ad accettare qualsiasi destino avverso possa capitarci. Che poi altro non è se non la disposizione mentale che ogni religione immette nel credente: accettare la merda quotidiana, sforzandosi di farla rientrare in un molto complesso piano divino.

Per chi non li conoscesse, gli OM sono un gruppo californiano che si diverte a mischiare più generi: stoner, doom metal e sonorità avanguardistiche date dai violoncelli, violini, flauti e tabla indiane. Sono nati dalla costola (è proprio il caso di dirlo) degli Sleep, band underground di buon successo. Da qui sono partiti: dalla terra, dallo sporco delle chitarre sudicie e indolenti, per poi costruirci sopra testi e poetiche biblio-cristiane. Ed è proprio questa capacità di arrivare subito al punto, spostare l’attività cerebrale al livello del sublime con suoni ipnotici e profondi che ha fatto balzare questo gruppo nelle mie posizioni di testa degli ultimi due anni. E quando ho scoperto che per il loro tour europeo passavano per un concerto anche sotto casa mia (per modo di dire) non potevo far finta di niente.

OM AdvaiticCome non ho potuto far finta di niente sulla complessità del messaggio che irradiano. Solo analizzando un attimo più a fondo il loro ultimo album uscito nel 2012, soprattutto i testi, mi sono accorto che il viaggio spirituale in cui ti accompagnano non si ferma soltanto alla Buona Novella ma si spinge oltre, abbracciando tutto il pantheon (s)conosciuto da gente moderna infedele come noi. Sulla copertina c’è una raffigurazione d’arte bizantina di Abramo; e subito ti esponi: «Ah ok ho capito, l’universo di riferimento è la Bibbia», dici a tutti vantandoti e facendo il fenomeno. Poi basta leggere il titolo Advaitic songs che già non torna più un cazzo perché l’aggettivo delle canzoni in questione si riferisce alla tradizione spirituale indiana in cui Dio e il Mondo da lui creato non sono considerati due realtà separate. Se poi ci mettiamo anche la prima traccia, allora le idee si fanno ancora più confuse. Infatti non è altro che un mantra, non uno a caso, ma il più importante nell’induismo. È dedicato a Shiva (una delle principali divinità indiane) e a un certo punto presenta il passo mṛtyor mukṣīya che significa: “Che io possa essere liberato dalla morte”. Qua la morte è intesa sia in senso fisico sia come liberazione dall’eterno ciclo delle reincarnazioni e, non so a voi, ma me ricorda qualcosa. Nulla? Allora vi rinfresco la memoria:

«Io sono la resurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se muore, vivrà; anzi chi vive e crede in me non morirà mai».

Le parole sono del Vangelo di Giovanni e, secondo me, rappresentano il fulcro di ogni religione che si rispetti: esorcizzare paure collettive, come la morte, tramite il mito e il messaggio profetico. Anche se nell’induismo e nel cristianesimo la morte (e soprattutto ciò che ci attende dopo) è intesa in maniera molto diversa, il risultato è uno solo: in misure e in modi diversi sia Shiva che Gesù l’hanno sconfitta.

Ricordo che la Fortezza Vecchia si è tinta di blu. Il clima è sovraccarico e la barbona di Al Cisneros svetta strimpellando il suo minaccioso basso. I miei amici si sono già defilati, non si aspettavano di essere investiti da una musica così impegnativa. O semplicemente gli fa cagare il concerto, cosa più che legittima. Eppure io mi trovo sempre lì sulla mia mattonella, assorto, cercando di capire dove minchia vogliano arrivare con questa specie di seduta spiritica di gruppo, chiamata concerto. Gethsemane sta cominciando a fare il suo lento corso di dieci minuti e io continuo a balneare fra gli interrogativi: se il Getsemani è il giardino dove è god omstato arrestato Gesù, uno dei passi emotivamente più toccanti del Vangelo, di quei pochi in cui Gesù dimostra di essere un vulnerabile uomo fatto di carne e non una macchina piena di Spirito Santo mandata da Dio per dire a tutta l’umanità di non masturbarsi, se è tutto questo, perché nel testo si parla di prana e di misticismo ebraico derivato dalle visioni di Ezechiele? Non lo so, mi sembra di essere troppo stupido per poterlo sapere. Ma poi arriva l’assolo di basso. Quell’assolo di basso. D’un tratto, tutto il mio farneticare si quieta e svanisce. Le note si arrovellano, si snocciolano, si susseguono. Vengo assalito finalmente da un pensiero chiaro, dato da quelle ondulazioni di corde perfettamente distanziate fra di loro. Penso a quanto sia tutto vano, quanto sia impossibile conoscere Dio e raggiungerlo tramite il pensiero. A quanto siamo spacciati come genere umano, alla fine imminente del mondo che mi fa chiedere se era proprio necessario ritornare agli studi per due anni e laurearmi, consapevole di quanto la morte abbia suggestionato anche me ormai. Poi un’illuminazione: la meta è la solita, solo le vie sono molteplici. E allora ho pensato che se tutte le religioni potessero liberarsi dalle loro catene storiche e culturali, capirebbero che esiste una sola religione, e cioè quella umana: un lungo, lunghissimo percorso interiore per salvarci da noi stessi (sia come singoli che come razza). E se l’estinzione di massa fosse stata una premonizione allegorica scritta nell’Apocalisse? E se il famoso inizio del Vangelo di Giovanni (“In principio era il Logos”) non fosse altro che un mito che raccontava il Big Bang? Se l’esplosione primordiale avesse sparpagliato non solo materia ma anche Intelletto/Logos/Verbum o come minchia lo volete chiamare? Forse ricerchiamo Dio non perché abbiamo paura della morte ma perché noi stessi, le nostre coscienze, sono pezzi di Dio incastonati in pezzi di carne, destinati a non ritornare mai in forma completa all’origine di tutto. Forse abbiamo così paura della morte perché ci manca il quadro completo. Forse, per citare Bill Hicks (i cui pezzi dovrebbero avere un loro posto nella Bibbia se il Cristianesimo fosse una religione seria), la morte non esiste nemmeno:

“Today a young man on acid realized that all matter is merely energy condensed to a slow vibration, that we are all one consciousness experiencing itself subjectively, there’s no such thing as death, life is only a dream and we are the imagination of ourselves”.

Mi risveglio dalle mie pippe mentali quando il concerto volge al termine. La Fortezza Vecchia si svuota. I miei amici si palesano dal nulla, facendomi capire che è l’ora di riprendere in mano l’ubriacatura di prima lasciata a mezzo. Dico a loro che mi dispiace che il concerto non gli fosse piaciuto. Loro dicono che erano contenti invece che a me fosse piaciuto. Per sdrammatizzare concludo la parentesi religiosa con una cazzata:
«Ma lo sapete che il Cristianesimo ha sfruttato, con opportunismo e congiunzioni astrali favorevoli, sia l’ebraismo che la filosofia greca, soprattutto quella platonica?»
«Ehmbè?»
«No niente, è buffo pensare che quando tiriamo le bestemmie è come se dicessimo Idea del Bene maiale! o qualsiasi altro epiteto, mi fa ridere…»

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