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Narrativa e identità di genere di A. Polverosi || Arte e Letteratura || THREEvial Pursuit

NARRATIVA E IDENTITA' evidenza

06 Mar Narrativa e identità di genere di A. Polverosi || Arte e Letteratura || THREEvial Pursuit

 

Narrativa e identità di genere

di Andrea Polverosi

NARRATIVA E IDENTITA' testa
Un motto che si sente ricorrere spesso ultimamente dice che è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Questo sintetizza in una frase d’effetto la generale incapacità che stiamo mostrando nel non riuscire a immaginare alternative al presente. Basti pensare alla serie tv di fantascienza che va per la maggiore, ossia Black Mirror. L’attività narrativa, che sia in forma di libro, film, fumetto o altro, è una di quella che sfrutta maggiormente la nostra capacità d’immaginazione e questo è ancor più vero quando si tratta di un genere come quello fantascientifico che dovrebbe portarci in mondi altri dal nostro, gettarci in scenari futuristici dove prendono vita le nostre allucinazioni. Eppure, proprio uno dei prodotti che attualmente domina il settore rende evidente il blocco immaginativo che stiamo avendo: le storie di Black Mirror si ambientano solitamente in dimensioni distopiche dove una qualche nostra tecnologia rende il mondo un posto spiacevole. Solitamente sono futuri prossimi, non molto distanti da noi, tanto che i produttori della serie tv hanno dovuto cancellare un episodio perché ciò che rappresentavano era già realmente avvenuto.

Da questo e da vari altri libri, film, eccetera di fantascienza si ricavano due cose: che non riusciamo a immaginare tempi che vadano oltre i venti o trenta anni da noi e che la nostra visione del futuro è prettamente cinica e pessimistica visto lo spopolare del genere distopico. Ora, è vero che di motivi per guardare al futuro in modo non troppo felice ce ne sono tanti, però il rischio è quello di annoiarsi: robot contro uomini, élite ricca contro massa di poveri, totalitarismi, guerre, alieni contro uomini, cataclismi, Terra che esplode contro uomini, internet che ci controlla e altre tecnologie varie disumanizzanti. La sagra della banalità è servita. È evidente che costruire è più difficile che distruggere.

Ci sono temi, però, che richiedono strutturalmente un occhio e una mano in più. Elenco quelli che mi interessano: coscienza artificiale (e sottolineo coscienza, non intelligenza), automazione ed eventuale libertà delle persone dal “giogo” del lavoro, clima (doveroso) e genderqueer. Questi sono solo quelli che più mi ronzano in testa nell’ultimo periodo; sicuro ce ne sono molti altri.

NARRATIVA E IDENTITA' ridotta1Perché il genderqueer? Perché la nostra specie per millenni ha diviso il genere in modo binario: rosa o blu, donna o uomo. Certo c’erano attività che non rispettavano del tutto la divisione dei generi anche prima, però solo dall’ultimo secolo si è iniziato a parlare di omosessualità come caratteristica che identifica un individuo. Ma ancora più basilare, solo da cinquanta o cento anni si è iniziato a parlare di parità dei generi. E solo ancora più recentemente si parla di rosa, blu, verde, giallo, arcobaleno.

È evidente che sto mischiando un po’ le questioni: il fenomeno del genderqueer non coincide con il femminismo e quest’ultimo non si lega necessariamente con i diritti degli omosessuali. È perfettamente possibile immaginare una donna che voglia essere considerata del tutto alla pari con gli uomini ma che non vedrebbe l’ora di eliminare tutti gli omosessuali sulla faccia della Terra. E viceversa. Ma c’è un motivo per cui tali questioni vengono solitamente associate ed è la loro comune opposizione al modello di individuo, famiglia e società che fino a poco tempo fa era indiscutibile: maschilista, patriarcale, monogamo, ‘naturale’. Semplice e facile (a parte la monogamia). Si può anche dire che tali questioni siano intrecciate perché una volta che si parla di relazioni fra individui di genere diverso, allora ci si può anche chiedere quali e quanti siano questi diversi generi.

L’intrecciarsi dei temi evidenzia il fatto che si può approcciare la questione da più direzioni: io qui parto dalle donne. Recentemente ho letto di una ragazzina di undici anni che in Argentina è stata costretta a un parto cesareo al sesto mese perché lo Stato non voleva che abortisse, nonostante la tenera età e soprattutto il fatto che fosse rimasta incinta perché stuprata dal compagno sessantacinquenne della nonna. Ovviamente, aborto rigettato in nome della sacralità della vita. Tutto questo dà un’idea di come la questione delle donne sia complicata e di come ancora qualcuno cerchi di imporre il suo ‘sogno’ sulla vita degli altri, in particolare su quella delle donne, come ci ricorda Azar Nafisi in Leggere Lolita a Teheran.

In Italia non siamo messi molto meglio. Tempo fa ho postato un articolo intitolato Bollettino di guerra: 6 donne sequestrate, torturate, uccise da mariti o ex in poco più di 48 ore.

Cosa c’entra la narrativa in tutto questo? Bè, se nell’ultimo periodo, oltre all’impennata di vendite di gilet gialli, si sono visti in giro anche vari costumi rossi è per via di un romanzo, ancor prima che per una serie tv. Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood è un romanzo che mette in scena un mondo possibile, parallelo, ma non così lontano visto che ci porta subito alla mente fatti successi nel cortile di casa, ovvero la rivoluzione islamica avvenuta in Iran nel 1979 che ha portato a una netta riduzione delle libertà e dei diritti delle donne. Nello stato di Galaad, sorto dove prima c’erano gli Stati Uniti, la società è strettamente divisa in base a ruoli decisi dall’alto: ci sono i Comandanti, le Zie (sorta di suore istruttrici), le Marte (domestiche di casa), eccetera. Ogni ruolo ha il suo colore e quello delle Ancelle è il rosso. Il loro scopo è quello di farsi mettere incinta: ovviamente non dal primo che passa, ma da coloro che sono al vertice della società, ovvero i Comandanti, cosicché questi ultimi possano riprodursi e continuare a governare. Non è altro che uno stupro organizzato, normalizzato: se un’Ancella riesce a mettere al mondo un figlio, allora avrà una sorta di pensione a vita. Altrimenti sarà considerata una Non-donna e sarà spedita nelle colonie a fare la fine che merita.

NARRATIVA E IDENTITA' ridotta2Il romanzo della Atwood è distopico però è uno di quelli che riesce a essere fedele all’intento di tale genere narrativo: mettere in scena le conseguenze “spiacevoli” di fenomeni effettivamente possibili per farci svegliare, per farci reagire. La storia che racconta ha un sapore antico: la nostra è l’era della velocità, dell’azione rapida e spettacolare, dove i fatti di ieri sono successi nell’Avanti Cristo. Il racconto dell’ancella invece è un romanzo lento, pacato, con tempi lunghi. Questo perché la Atwood non ci racconta una storia di eroi e guerre, dittatori e resistenza. Non c’è epicità, ma quotidianità. La protagonista è una donna qualunque. È un po’ noiosa, come lo sono alcune parti del libro. Non ha niente di speciale, se non il fatto di essere fertile. Per il resto è normalissima. Ed è proprio questo ciò che l’autrice ci racconta: un’altra normalità, quella di una società che vive con regole diverse dalle nostre. Il realismo del romanzo, inoltre, è accentuato dal fatto che, come in 1984, non c’è speranza: l’autrice non ha ceduto ai nostri più facili desideri che vorrebbero un’eroina in grado di ribaltare le sorti del mondo e vincere contro le ingiustizie che le donne subiscono; questo rende il libro un buon libro.

Il racconto dell’ancella ci indica la strada: raccontare una normalità che non c’è, ma che potrebbe esserci in futuro. La Atwood lo fa con toni distopici, ma questo non è l’unico modo per farlo. Ne esiste un altro che, con semplicità, possiamo chiamare costruttivo. Si tratta di immaginare storie dove i protagonisti vivono positivamente secondo regole e relazioni che un giorno potrebbero essere le nostre. Un libro che lo fa è Le visionarie, un’antologia di racconti curata dai coniugi Vandermeer. Gli autori dei testi sono tutte donne e il tema sono appunto le donne, il femminismo, il genderqueer e il futuro. Due racconti fra gli altri: Le cinque figlie della grammatologa di Eleanor Arnason e E Salomè danzò di Kelly Eskridge. Il primo è una storia che si muove sugli schemi classici delle favole, ma dove non c’è un principe azzurro che salva fanciulle in cima a una torre. Piuttosto ci sono ragazze cresciute da una madre sola e povera che di lavoro fa la grammatologa. Per non pesare sulla famiglia, una a una decidono di partire, di trovare una loro strada nel mondo e la madre dà loro l’unica ricchezza che ha: il linguaggio. La normalità che questa favola ci propone sta nel fatto che sono delle donne a salvare il destino dei paesi in cui vanno a finire; sta nel fatto che il personaggio dello sciamano, ignaro dell’esistenza degli aggettivi, resta confuso di fronte ai generi sessuali (maschile, femminile, neutro-androgino) che gli vengono posti davanti, preferendo restare nell’ambiguità/possibilità piuttosto che identificarsi esclusivamente con uno di essi. Il secondo racconto, invece, è la storia di una donna e di un’altra persona: di quest’ultima non si capisce l’identità di genere, ma ogni sua versione che ci viene descritta è potente, energica, vitale, erotica. Si resta eccitati.

Tempo fa ho incontrato una strega: era alta, snella, vestita di nero e cerchi verdi, con i capelli tinti di rosso. È stupenda e sei-settecento anni fa l’avrebbero volentieri messa al rogo. Oggi lavora alla Crusca: parla di linguaggio, società e di come i due stiano cambiando attraverso internet e i nuovi mezzi tecnologici. Impossibile distrarsi: la strega è ammaliante. Il discorso finisce su come la lingua si adatta o dovrebbe adattarsi ai cambiamenti sociali e uno di questi riguarda appunto l’identità di genere: nell’ultimo periodo si è avvertita la carenza dell’italiano per quanto riguarda i sostantivi che indicano ruoli e professioni. Di solito sono tutti al maschile. E se ultimamente vi è capitato di leggere cose come “lei/lui” o “s/he” o vedere asterischi in posti insoliti per evitare discriminazioni sessuali (ad es., “car* tutt*”), è perché qualcuno si sta preoccupando del fatto che il nostro linguaggio possa rendere conto anche di generi sessuali che vanno al di là di quelli a cui si è più abituati.

Questo per dire che la parità di genere, l’omosessualità, la pansessualità e i cambiamenti che porta con sé il genderqueer riguardano un futuro che è già iniziato.

 

[Fonte immagine: Scott Peterson]

[Fonte immagine: Scott Peterson]

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