Mezzanotte a teatro con Poe (pt IV) || Un racconto di A. Biagioni || Musica e Teatro || THREEvial Pursuit

I-racconti-del-terrore_07-1-evidenza

09 Mag Mezzanotte a teatro con Poe (pt IV) || Un racconto di A. Biagioni || Musica e Teatro || THREEvial Pursuit

 

Mezzanotte a teatro con Edgar Allan Poe

Parte IV

di Andrea Biagioni

 

I-racconti-del-terrore_07-1

Per lunghe notti, ho pensato se fosse veramente giusto che io scrivessi quanto accaduto oramai molte tenebre fa. Ho lottato, a lungo, contro quel pensiero, dicendomi che non ne avevo bisogno, che solo a lui, il mio aguzzino, avrebbero giovato le mie parole. Ma dopo ogni mio risveglio, nell’oscurità che mi pervade e assoggetta i miei istinti più nascosti, un sibilare sommesso mi ronza negli orecchi come lo strisciare di un serpente. E quel bisbigliare indistinto prende forma e mi dice che non ho scelta.

Racconterò quindi quella notte come fosse questa, e forse lo è realmente. Rivivo quell’incontro con la ciclicità di una pena infernale, tanto che non so più dire quando avvenne, se molti mesi fa o solamente ieri. Il tempo, per me, non ha più importanza.

Dodici rintocchi. Spalanco gli occhi. È la trentanovesima notte. Sempre.

«Io detto legge in questo gioco. E in questo gioco tu devi scrivere: devi scrivermi cosa ti sta accadendo, che combini ogni notte là sotto, quanto mi odi. Scrivi, e fra due settimane riceverai una visita gradita».

Quelle parole sbattono nella mia testa e fanno rumore di lugubre eco. Nel buio, posso quasi vederle comparire come le vidi comparire tredici notti fa, su questo stesso foglio. È il mio unico contatto col mondo esterno, tu sei l’unico con cui io possa comunicare. Questo è l’unico mezzo che ho per tornare ad essere libero ed è l’unico mezzo che hai per concludere questa storia. Tuo il gioco, tue le regole, ma sappi che senza uno di noi due, le tue regole non valgono. Senza di me non si gioca e se vuoi giocare, devi sederti al mio tavolo. Se invece lo abbandoni, se mi abbandoni, non solo di me ma anche di te non rimarrà niente e so che questo ti tormenta più di ogni altra cosa. Ma tranquillo, ognuno ha i propri tormenti. Il mio da un po’ di tempo a questa parte riguarda solo te.

Cerco di ingannarlo, aggirandomi in questa prigione di pietra che notte dopo notte per me prende sempre più la forma di un immenso sepolcro. Provo a scacciarlo, chiedendomi chi tu sia e cosa realmente tu voglia da me, a parte il mio talento. Ti ho sempre chiamato Lettore e sciaguratamente, ma tu non sei un semplice lettore: sei uno scrittore fallito, un ladro, un perverso carceriere e inizio a pensare che tu sia anche uno stupido megalomane. Che ne hai fatto del resoconto che ti ho proposto di quella notte? Hai davvero avuto la tentazione di proporlo al tuo pubblico? Sei stato davvero così sciocco da condannarti per un vile pezzetto di gloria? Ti sei mai chiesto che scopo avesse lo sbatterti negli occhi le tue stesse parole, la tua confessione?

Non hai mia risposto a queste domande, non so se verrai stanotte, se avrò mai le risposte che merito. Ecco, il mio tormento.

«Non temere che io verrò. Sappi solo che ho pubblicato tutto e, come prevedevo, i lettori sono impazziti. Mi lodano. Pensavi davvero ci fosse qualcuno che prendesse questa storia sul serio? Per loro è solo un gioco e tu sei solamente un passatempo. Ti credi ancora così furbo?

Che c’è, non scrivi più? I topi ti hanno mangiato le dita? Hai una di quelle crisi nervose in cui guardi il foglio con gli occhi sbarrati e i denti digrignanti? Certo che è così. E soprattutto stai tremando, lo sento. Posso vedere la rabbia che ti schiuma dalla bocca. E soffia tra i denti serrati. Ma non ho tempo per te, adesso. Si va in scena».

Le unghie infilzate nelle tempie, mentre leggo queste frasi. Un fiume scarlatto mi invade le dita e mi calma. Posso scriverti ora.

E scrivo. «Ti aspetto. Tu verrai. E Io, mi farò trovare pronto».

Risponde. «Non sarai mai pronto per quello che sta per accadere.

Tuttavia, la tua resistenza alle mie torture è lodevole. Per questo, meriti un premio e lascerò che tu assista a questa ultima serie de I racconti del terrore – Mezzanotte al teatro con Edgar Allan Poe. Oh, non pensare che io ti liberi da quella topaia di labirinto in cui ti ritrovi. Sarò io a raccontarti tutto. Sai, questa nostra partita, se così vogliamo chiamarla, mi ha giovato. Parli di “terrore”, ma non sai cosa realmente mi terrorizzi. Tu conosci il terrore che si prova di fronte ad un foglio bianco? Non hai idea di come la mente reagisca di fronte al vuoto. Perlomeno, tu hai l’oscurità. Io prima di te non avevo niente. Almeno, adesso, ho una vittima da torturare. E posso farlo scrivendo».

Quella risata. Un rasoio che recide i tendini delle dita. Le mani si tingono di un liquido denso e scuro che scende a gocce da ogni giuntura. Solo il foglio che trattengo a fatica non si sporca. I fiotti di sangue scivolano su di esso come fosse ricoperto d’olio.

«Ti avevo avvertito. Comando io il gioco. I tuoi bluff sono inutili, perché io decido quando puoi o non puoi scrivere. Sei sempre stato nelle mie mani. Ora sei tu che devi leggere, solamente leggere. Me.

Ma rallegrati. Se ho imparato a conoscerti, sarai felice di sapere che c’è una novità. Stasera, la serie, ha qualcosa di inedito: L’angelo del bizzarro. Non dirmi che l’avevi letto?! Scommetto che ti era sfuggito. Incredibile no? Credi di conoscere Poe come il tuo uccello e poi, questi della Compagnia delle Seggiole se n’escono con un racconto che non avevi mai beccato. Ma io mi sono preparato sai. Me lo sono letto e riletto. Ci stanno portando nel vicolo adiacente al teatro, dove iniziò La cassa oblunga. C’è Marcello che fa la voce narrante e protagonista. Ti ricordi Marcello? Tu devi avergli visto interpretare il vecchio de Il cuore rivelatore. Ha una voce piacevole. Sa rendere scorrevoli le lunghe introduzioni del nostro caro Edgar. Ma io non posso fare altro che chiedermi chi si accollerà di prendere la forma di quell’essere sgraziato, quell’insieme di metafore alcoliche che è l’Angelo del Bizzarro.

-Mein gott!-

Eccolo. È arrivato. E nonostante il suo accento protogermanico, lo riconosco: è Fabio. Ricordi? La voce narrante de La sepoltura prematura. Ora, il nostro Fabio non avrà il corpo come una botticella di vino o rum, le braccia come bottiglie, le gambe come fusti e la testa d’imbuto, ma come gli riesce bene quel “moto pizzarro di parlare, per spiecare a gwella pestia del protaconista che fatti mooooldo strani podere agadere a dutti. Zobradutto a chi befe troppo”.

E tra incendi provocati da un topo che ruba una candela, corteggiamenti goffi e goffi tentativi di suicidio, direi che il nostro duo se la cava bene. Tutto da ridere, veramente da ridere. Stai ridendo, caro mio? Immagino di no. Tu sei uno serio. Uno di quelli che si eccitano al solo accenno di una disgrazia. Te la serviranno presto, ché ci stiamo già spostando nella sala riunioni dell’Accademia degli Immobili. Anche stavolta, non manca la nostra cara luce rosso sangue. Che dici? Sarà il caso che mi metta in prima fila… Ci sono tre specchi, di quelli alti, disposti a corona e, sai la cosa strana? Sono in un punto prospettico morto. Nessuno di essi mi riflette. Questa cosa mi fa ridere, se potessi griderei in questa specie cappella laica tanto da far fuggire ogni spettatore. Ma Luca entra in scena. Proprio Luca sì, quello che sostenevi fosse troppo “accademico” come protagonista de Il cuore rivelatore. Eppure, come Verme Conquistatore hai potuto apprezzarlo dal tuo tugurio. Ebbene, è lui il nostro William Wilson».

Il foglio mi cade dalle mani. Mi chino per raccoglierlo, ma le mie dita non riescono a muoversi. Non sento dolore, sono come atrofizzate. Le mani di una mummia. Ma vedo comparire tratti d’inchiostro sul foglio. Devo leggerli, devo sapere. E mi butto a terra: prima in ginocchio, poi mi lancio in avanti, schiantando sul suolo gli avambracci per sostenermi. Sono debole e il volto si frantuma sulla pietra. Sanguino e a fatica mi sollevo quanto basta per poter leggere. Un paio di scarafaggi passeggiano sulle mani. Sentono l’odore di un arto in putrefazione e pregustano il pasto. Ma sono io ad avere fame. Voglio leggere. Ancora.

«Il povero Wilson, la sua ombra, la scuola di Barnsby, la fuga, Oxford, il delirio, il gioco d’azzardo e la sua capacità non di bluffare, ma di barare per ridurre sul lastrico il povero Preston. E poi, l’altro Wilson che svela la truffa, la colpa. E William che scopre la vergogna. È soddisfacente abbeverarsi alle parole di un attore che di fronte alla sua stessa immagine pugnala se stesso, nel suo stesso peccato si riconosce come simbolo ancestrale di quel peccare. Come vorrei che anche la nostra storia finisse così. Come vorrei che fossimo così uniti. Eppure, a noi non è dato questo piacere. E me ne dispiaccio, più per te che per me.

Ma non posso farmi distrarre da certi pensieri proprio stanotte. Vicino è il tempo in cui ci incontreremo, ma un ultimo racconto reclama il suo spazio. Hop-Frog. Poi sarà tutto finito. E verrò da te.

Confesso di essere distratto. Ammiro l’entrata in scena di Sabrina che interpreta Trippetta; di Silvia che narra e che tutto ha narrato in queste serie di racconti come direttrice d’orchestra; di Marcello che sa come dare fiato al re tronfio di burle crudeli e idiozie; e di Fabio che sa come digrignano i denti i vessati, come quel nano vendicativo. L’immagine di un re e dei suoi consiglieri, che si librano in aria travestiti da gorilla, mentre vengono arsi vivi. Che immagine! Quanta oscurità può celare la luce…»

Ad una ad una, le parole iniziano a svanire, come il torpore che mi serra le mani. Sospeso, in attesa, aspetto che altre ne appaiano, ma non un tratto compare su questo foglio maledetto.

“Dove sei? Quando arriverai? Mi stai di nuovo abbandonando? Dammi solo una frase! PRETENDO SOLO UN’ALTRA FRASE!”

Con lentezza, torno a muovere le dita, a riscoprire il fluire del sangue nelle loro venuzze blu come le labbra dei cadaveri. Devo scrivere. Devo scrivergli. Allora mi porto l’indice alla bocca, i denti assaggiano la mollezza della carne maciullata e il sapore di quel fiele rubino mi si spande sulle gengive e sulle labbra. Scrivo.

«QUINDI? È TUTTO QUI? SCRIVI! È TUTTO QUI?»

Un battito mi rimbomba nel petto e mi blocca. In punto indistinto della stanza in cui mi trovo, quello più buio, uno stridio come un cigolare di chiavi apre una serratura di cui non riesco a capire la posizione. Un raggio bluastro si irradia nella sala e ne svela i neri contorni che avevo dimenticato da tempo. È la luna.

«Come può arrivare fin qua sotto?»

«Tutto può accadere qui».

Non è più di un sommesso bisbiglio che mi arriva alle spalle. Un’agghiacciante, sommesso sospirare. Mi volto lentamente, ma nessuno è dietro di me. Mi guardo attorno, con gli occhi sgranati a tal punto da sentire le palpebre capovolgersi su se stesse. Poi, la coda dell’occhio cattura un movimento. Un’ombra si muove in un angolo. Vedo i suoi contorni. La gola mi sussulta e non so come riesca a pronunciare le parole.

«Sei dunque qui… sei venuto per me. Come vuoi torturami ancora?»

«Torturarti? Non voglio torturarti, voglio farti un regalo. LA PAURA!»

Una mano mi si avventa sul volto e stringe fino a farmi sentire le unghie che si conficcano nella carne delle guance. Cado in ginocchio e la morsa non s’allenta. Ancora, bisbiglia.

«Questo luogo, sai, ha visto i peggiori peccati che tu possa immaginare. Secoli fa, vi si giocava d’azzardo, i più sfrenati istinti sessuali si sfogavano tra queste mura di pietra. Si è ucciso qua sotto. Questo è il tuo posto, questo è l’inferno che meritano quelli come te.

Tu vuoi sapere molte cose: chi sono io, perché ti ho rinchiuso quaggiù e che ne farò di te… Sono troppe le cose che vuoi sapere. Potrai chiedermene solo una. Soppesa bene le tue domande e scegli l’unica che abbia senso pormi».

Tra le sue dita nere, non riesco quasi a vedere. Intuisco solo il suo volto: i denti serrati in un sorriso sfocato e demoniaco, il bianco degli occhi al cui centro una pupilla nera come un abisso brilla di un riflesso seducente e mortale. Respiro a fatica, la saliva quasi mi soffoca. Mi sembra di annegare.

«Perché?»

«TUTTO QUA? DIMMI STUPIDO IDIOTA, È QUESTA L’UNICA COSA CHE VUOI CHIEDERMI?»

Le sue urla mi trapassano i timpani come le unghie che graffiano l’ardesia. Ormai, il pianto si mischia al sangue, alla bava, e goccia dalle sue dita al mio petto. Uno sforzo enorme, una sillaba dopo l’altra.

«Perché non mi liberi?»

Il suo solito sghignazzare invade tutto lo spazio circostante, poi prorompe in un riso che sembra quasi un grido. Passano secondi che sembrano un’eternità, poi quel ridere si affievolisce e dalla sua voce strozzata come il gracchiare di un corvo emergono parole, il cui ricordo ogni notte mi singhiozza nella trachea.

«Se io ti liberassi, non sarei più al sicuro. E non sarebbero al sicuro le persone intorno a me. Ascoltami bene. ASCOLTA! Tu sei il Male. Tu sei come le perversioni più turpi che si annidano negli animi. Tu devi rimanere rinchiuso. Qui».

Non ho mai provato un terrore così lancinante come questa notte. Il mio volto deve essere paralizzato come quello dei sepolti vivi. Un sospetto mi serpeggia nel cuore che sembrava aver smesso di battere.

«Mostrami il tuo volto almeno. MOSTRAMELO!»

«Ho detto, una sola domanda. Quindi, se vuoi vedere la mia faccia, dovrò poi cavarti gli occhi…»

E tolse la mano dal mio volto. Dall’oscurità lentamente apparvero i suoi lineamenti e quando li vidi, riconobbi in lui…

 

 

Gentili lettori, il testo che Andrea Biagioni ci ha inviato ormai sei notti fa si interrompe a questo punto. Per dovere redazionale, abbiamo deciso di pubblicarlo insieme a questa nota. Ci scusiamo chiaramente per l’accaduto. Nel corpo della mail che accompagnava il file di quest’ultima parte dei suoi scritti, Andrea Biagioni ha sottolineato come l’interruzione sia dovuta a fatti che esulano dalla sua responsabilità e che rimangono perciò al momento oscuri. Dichiarava poi che si sarebbe ritirato per un tempo indefinito dall’attività che sta svolgendo presso la nostra associazione. Alle continue mail, da noi inviate per richiedere ulteriori chiarimenti, egli non ha mai risposto. Il suo telefono ad oggi è irraggiungibile.

La redazione

Nessun Commento

Lascia Un Commento

Shares