Mezzanotte a teatro con Poe (pt III) || Un racconto di A. Biagioni || Musica e Teatro || THREEvial Pursuit

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11 Apr Mezzanotte a teatro con Poe (pt III) || Un racconto di A. Biagioni || Musica e Teatro || THREEvial Pursuit

 

Mezzanotte a teatro con Edgar Allan Poe

Parte III

di Andrea Biagioni

 

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Caro Lettore, non so chi tu sia, ma ora sono certo che esisti e che sei tu la causa della mia sventura.

Le parole sono la soluzione. Le parole hanno sempre una destinazione”.

In fondo, gira tutto attorno a questo. Per tredici notti, in questo pensiero fisso e costante, ho realizzato come dietro alla mia prigionia vi fosse un disegno che sfugge alla comprensione umana. Ho provato a lungo a rimettere insieme tasselli che mi apparivano nella mente come pezzi spaiati di un puzzle: un quadro del quale non potevo conoscere l’immagine reale. Ho dovuto quindi ripensare a tutto; non solo a queste notti di macilenta segregazione, alla loro causa e al modo per uscirne. Sono partito da lontano. Mi hai costretto a riconsiderare tutto ciò che sono. E ho fatto le mie scelte. Solo allora i tasselli hanno deciso di unirsi. Solo allora hai iniziato ad emergere.
Tu hai letto ogni cosa io abbia scritto in queste notti. A te erano destinate quelle parole e tu le hai rubate. Ma non credi, caro mio, sia conveniente fare un passo indietro? Per tua fortuna, l’oscurità ha reso il mio intelletto estremamente acuto. Ormai, sono in grado di ricordare ogni frase trascritta e poi scomparsa. Ogni frase letta e poi svanita.

«Sono passate ventisei notti da quando sono stato rinchiuso in questo incubo. Ormai, sono costretto a contarle; contarle è il mio unico legame con il tempo esterno, il tuo tempo, Lettore. Non ho altro, non so altro. So solo che mi addormento ogni notte al sorgere dell’alba, almeno questo intuisco dai sei rintocchi che ascolto prima di cadere in un sonno profondo; mi sveglio ai dodici rintocchi della notte successiva e se la notte precedente ho scritto, realizzo quanto il mio lavoro sia vano. Allora, inizio a vagare senza sosta per questi corridoi di pietra. Spacco il collo di una bottiglia e bevo per lasciarmi assalire dal terrore. Tutti abbiamo bisogno di un nemico o di un compagno. Il terrore è l’unico che ho, è l’unico che mi rende ancora vivo, perché mi costringe a scrivere per sfogarlo. Ma ogni volta la solita conclusione, ogni volta l’inchiostro mi sfugge…

“…dove siete andate? Perché non rimanete con me”.

Ormai, però, neppure il terrore ha effetto su di me. Non sento più niente. Sento solo il bruciore delle palpebre quando si chiudono, e il sapore della muffa in bocca. Credo di essere diventato quasi cieco, posso vedere solo dentro a queste tenebre e il mio corpo è nient’altro che la parvenza di ciò che era un tempo. Questi vestiti, questi stracci che mi porto addosso, nascondono a malapena l’estrema magrezza che mi avvilisce. Sono l’imitazione scadente di un fantasma e ne sono consapevole. Allora, non mi rimane che ricordare le notti passate e contarle per ingannare la mente.

“A quando il prossimo spettacolo? Domani…”

Ma non c’è più speranza in quell’attesa. In un modo o nell’altro, rimarrò di nuovo chiuso qua dentro. Sento di non poter fuggire, di poter solo osservare. Che senso ha continuare così? Quando questi pensieri svaniranno ancora tra pochi minuti, che senso avrà averli trascritti? Che senso ha, Lettore? Sono domande che escono ogni notte come gemiti da queste labbra sporche di vino e sangue rappreso. I miei gemiti sono l’unica cosa che sento in questo buio. Non voglio più sentirli. Non voglio più trascriverli. Non scriverò più una riga che tu possa leggere, mio caro. L’unico modo per sapere se esisti è disconoscerti. Se vorrai, sarai tu a cercarmi. Altrimenti, che finisca. Non chiedo altro. Sono queste le mie ultime parole».

Onestamente, non credevo che la mia rinuncia sarebbe bastata per smuoverti dal tuo alto scranno e farti scendere fin qua, nell’abisso. Evidentemente, mi sbagliavo. Lo confesso, è stata una gran sorpresa leggerti, veder comparire sul foglio ingiallito che tante mie parole aveva risucchiato, le tue. Le imprimerò con un inchiostro particolare, esattamente come tu le hai impresse. E le rileggerai, come è giusto che sia.

«Come aveva promesso, egli non scrive più e ormai dispero che possa farlo. Fra qualche giorno dovrò consegnare il terzo resoconto su I racconti del terrore – Mezzanotte a teatro con Edgar Allan Poe. Non so come uscirne. Sono talmente scosso che sto scrivendo su carta. È strano riscoprire l’inchiostro per me, così abituato come sono a battere i polpastrelli sui tasti di un computer. Non mi sento a mio agio. Da giorni penso ad una soluzione. Sono allo stremo. Se lui non scrive sono perduto: avrò pur visto lo spettacolo e su quello posso arrangiarmi, ma senza sapere cosa stia combinando quel maledetto rinchiuso là sotto, non ho speranza. Non posso portare avanti la sua storia, non posso scrivere come lui. Tutto crollerà. Ma se aspetto, se aspetto sarà ancora peggio. Ho una scadenza e se non presento qualcosa, li avrò tutti addosso. Nessuno può immaginare che quanto hanno letto non è roba mia, che quelle parole sono comparse su fogli che io non ho mai toccato. Se raccontassi una storia simile mi darebbero del pazzo o, peggio ancora, dell’inetto. Se raccontassi veramente tutto, sarebbe l’inferno.

Devo ingegnarmi. Devo inventare. Ma io non sento come lui, non scrivo come lui: sono prolisso, sofisticato, e noioso. Se qualcuno stesse leggendo in questo momento, già avrebbe rinunciato. Eccolo, un altro lettore perso. Però non ho altra scelta, devo scrivere come lui: devo essere immediato, fresco, la mia prosa deve essere viva come fosse reale, anche se qui stiamo solo giocando».

Sappi che quando ho letto questa frase, per la rabbia ho affondato le unghie come artigli nella coscia su cui tenevo la mano, e le ho affondate a tal punto che sentivo di nuovo la carne e il sangue scorrermi tra le dita. Poi ho gridato. Ma andiamo avanti con le tue, di parole.

«Rifletti ora. La cassa oblunga di Edgar Allan Poe, uno spettacolo de La Compagnia delle Seggiole. Ricorda.

Sono arrivato alla Pergola in anticipo. Ho preso i miei biglietti e mi hanno detto di aspettare con gli altri. Un quarto d’ora dopo, in perfetto orario, ci hanno chiesto di uscire e di dirigerci nel vicolo alla nostra destra. Lì, c’era un attore ad attenderci e ricordo che dall’impalcatura che saliva lungo la parete, scendeva dell’edera. Suggestivo. Quell’impalcatura mi fece quasi credere di essere veramente nel porto di Charleston.

“Chissà dov’è l’Independence?”

L’attore si sistema il cilindro sulla testa ed è già pieno ‘800. La sua è la voce del narratore e protagonista. Nessuna poesia stavolta, è solo La cassa oblunga. La cassa che nasconde il segreto di Cornelius Wyatt.
Con voce calma e rassicurante, il narratore ci spiega che deve salpare per New York; che Wyatt è un suo vecchio amico pittore dei tempi dell’università; che questi si è sposato e salperà con al seguito sposa, sorelle e una domestica: del resto, ha prenotato tre cabine. La domestica però non sembra essere presente nell’elenco dei passeggeri. Che stranezza! C’è però un bagaglio in eccedenza: una cassa dalla forma singolare. Sembra adatta per un quadro. È questo che accende la mente del narratore, i suoi pensieri si arrovellano e prendono voci diverse, voci di altri attori. Ogni sua supposizione una voce.

“Che ci sarà in quella cassa? Forse la copia de L’ultima cena di Leonardo che stava trattando da mesi? A quello serve la terza cabina? Ma perché Mrs. Adelaide Curtis, la suocera, è indicata come destinataria? Pensi di fregarmi così, vecchio Wyatt?”

La curiosità è un brutto vizio. A volte è meglio ignorarla. Per fortuna, il buon capitano Hardy ci avverte con i suoi modi gentili che, dopo quasi una settimana di attesa, possiamo salpare. Non è proprio una nave, quella in cui ci conducono, ma la vecchia sala riunioni dell’Accademia degli Immobili: non solo i fondatori del Teatro della Pergola, ma coloro che l’hanno fatto costruire. Sembra una sorta di piccola cappella pagana, resa ancora più suggestiva dall’immancabile luce rossa che accompagna ogni spettacolo. Vediamo e sentiamo di tutto: il rollio della nave, i passi incerti dei passeggeri, la calma apparente che annuncia la tempesta. Sento la voce della sposa di Wyatt, che tutti attendevano come graziosa e bella e sofisticata. E invece appare solo come un’insignificante, triste popolana. Sento la voce di Wyatt e la sua risata disperata e diabolica, mentre il narratore lo tiene a braccetto, passeggiando sul ponte, e allude al quadro.

“Un quadro, certo! Un quadro! UN QUADRO!”

Ecco il rumore dell’uragano si avvicina. Vedo i lampi blu della tempesta. È come se fossi in una cabina del piroscafo e fuori si stesse scatenando l’inferno. Penso che ogni tempesta richiede prima o poi un sacrificio. E infatti quasi tutti i passeggeri dell’Independence trovarono la salvezza sulle sue scialuppe: il narratore, le sorelle Wyatt, la presunta sposa, il capitano Hardy e tutti i suoi passeggeri, tutti noi. Tutti tranne Wyatt. Lo hanno visto affondare, mentre cercava di salvare la cassa oblunga che si era legato alla vita con una corda. Ma i quadri non affondano, l’Arte non affonda. I cadaveri affondano: il cadavere di una giovane sposa, e Wyatt.

La moglie di quel disgraziato era morta pochi giorni prima della partenza. Wyatt fece di tutto per convincere il buon capitano Hardy a far trasportare la salma sulla nave per riportarla a casa: bastava far credere che dentro quella cassa ci fosse qualsiasi altra cosa, che la domestica fosse la moglie e nessun passeggero avrebbe sospettato. Nessuno avrebbe gridato contro quel gesto nefasto d’amore. Nessuno se ne sarebbe interessato. E nessuno se ne interessò mai, né prima né dopo il naufragio. Solo un uomo si fece corrodere dalla curiosità. Ed ogni notte quell’uomo vede un volto che l’ossessiona e una risata, una risata disperata e diabolica gli risuona all’orecchio. Ogni notte».

Finito di leggere, fui preso da un tremore incontrollabile. Quasi lacerai il foglio che tenevo tra le mani, poi iniziai a produrre un suono intermittente e quasi soffocato come lo sghignazzare di una iena. Non ero la rabbia che sentivo salirmi in gola, no: ero eccitato, eccitato come non mai. Non vedo uno specchio da settimane, sono quasi cieco, ma giuro che potrei disegnarti il mio volto in quell’istante: gli occhi sbarrati e iniettati di sangue; la bava, le lacrime e il sangue che si congiungevano agli angoli delle labbra tese in un sorriso talmente largo che rendevano i miei zigomi come punte di frecce assassine. E sentivo il respiro soffiare e prorompere tra i denti digrignanti che ora si aprivano, e lasciavano uscire dal fondo dell’anima un riso assordante, diabolico. Lo stesso di Wyatt. Schiantai quel foglio al muro con una mano, con l’altra presi la penna. Di inchiostro non ce n’era, ma avevo ancora sangue e scrissi.

«SEI MIO! SEI MIO! SEI MIO! SEI MIO! SEI MIO! Sei mio, maledetto ladro bastardo! Con questo figlio ti perseguiterò. Ogni notte che ti metterai a scrivere le tue porcherie nella penombra, sappi che io sarò lì, nell’angolo più buio della stanza, ad osservarti. E tremerai».

Ero certo di aver vinto. Ti avrei perseguitato finché non avessi deciso di liberarmi. Avevo di nuovo una ragione per sopravvivere, ma poi…

«Ti fa onore il tuo spirito, sono molto colpito. Davvero. È stata dura convincerti a scrivere, ma direi che ne è valsa la pena. I lettori impazziranno».

Quando queste parole comparvero sul foglio, raggelai. Ora sì, era una rabbia strozzata a pervadermi.

“Si sta prendendo gioco di me… si è sempre preso gioco di ME!”

Feci per strappare il foglio spinto da un istinto indomabile, ma lui scrisse ancora.

«Ormai, ho imparato a conoscerti bene. Immagino tu sia furioso, adesso. Ma voglio farmi perdonare, c’è qualcosa che devi sapere».

Mi frenai. Lui proseguì.

«Quel teatro ha molti più segreti di quelli che potresti immaginare. Vedi, io ne conosco molti: so ad esempio come vi si può imprigionare un uomo. Per sempre.

Ricordi? Non sei tu che esci, sono io che ti chiudo qua dentro».

Me lo figuravo, mentre scriveva : con un ghigno sul volto, nel buio illuminato dalla luce fredda di una lampada che si riflette negli occhi deformati dal riso, e che nelle pupille prende forma di fiammelle azzurre come fuochi fatui.

«Io detto legge in questo gioco. E in questo gioco tu devi scrivere: devi scrivermi cosa ti sta accadendo, che combini ogni notte là sotto, quanto mi odi. Scrivi, e fra due settimane riceverai una visita gradita».

Scrissi. «I miei amici mi hanno sempre considerato un pessimo giocatore di poker, ma so riconoscere un bluff».
Rispose. «I tuoi amici hanno assolutamente ragione. E comunque sai meglio di me che l’unico modo per svelare un bluff è scoprire le carte o far rinunciare l’altro. E non sembro essere io quello che rinuncia. Scrivi e scopriremo le carte. Ormai hai già messo sul piatto tutto quello che hai, non te rendi conto?».

Ebbene, io ho scritto come chiedevi, e voglio vedere cosa hai in mano. Sappi che io ho un ottimo punto: il tuo è alto? Abbastanza da pubblicare le parole che ti condannano?

Un riso isterico mi perfora i timpani. Sei rintocchi. Buio.

 

 

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