Mezzanotte a teatro con Poe (pt II) || Un racconto di A. Biagioni || Musica e Teatro || THREEvial Pursuit

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28 Mar Mezzanotte a teatro con Poe (pt II) || Un racconto di A. Biagioni || Musica e Teatro || THREEvial Pursuit

 

Mezzanotte a teatro con Edgar Allan Poe

Parte II

di Andrea Biagioni

 

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È la tredicesima notte.

Mentre scrivo queste parole, realizzo che se qualcuno le leggesse non potrebbe fare a meno di credere siano quelle di un folle. Quanto sto per raccontare apparirà assurdo, fuori da ogni logica e irreale, eppure cari lettori, o dovrei dire caro Lettore (chiunque tu sia), ti garantisco che stai leggendo fatti realmente avvenuti.

Ricordo di essermi recato al Teatro della Pergola lo scorso 8 Marzo per assistere a I racconti del terroreMezzanotte a teatro con Edgar Allan Poe della Compagnia delle Seggiole. Ricordo di essermi sentito male a metà percorso, di aver vaneggiato e di essere stato abbandonato su una poltroncina in galleria. E infine, ricordo di essere rimasto solo, ma questa è una storia che tu, Lettore, già conosci. Ciò che non puoi sapere è che un uomo, o quel che ne rimane, è rinchiuso qua dentro da quasi due settimane: senza possibilità di fuggire, almeno fino a questa notte. Lascia però che racconti tutto dall’inizio.

Tredici notti fa, appena mi resi conto di essere prigioniero di questo immenso teatro, mi affannai nel cercare una via d’uscita. Ne ottenni solo di perdermi e di ritrovarmi in un’ala imprecisata dello stabile. Cercai di raffreddare la mente. Dovevo trovare una soluzione per fuggire di lì. Lo smartphone era inservibile, poiché privo di rete, ma almeno avevo batteria sufficiente. Inserii la modalità aereo per risparmiarla. Guardai l’ora: le 2.06.

“Come è possibile che sia passato così tanto tempo?”

Era inutile perdere tempo a pensarci ed è altrettanto inutile che io mi dilunghi a spiegarti quante stanze aprii, quanti telefoni provai a far funzionare e a quanti computer tentai inutilmente di accedere. Password errata. Ti dirò solo che ripresi il mio cammino e, infine, riconobbi il corridoio in cui si era tenuta la lettura de Il cuore rivelatore. Ero vicino alla hall. Una volta raggiunta, mi lanciai verso il portone principale sperando di vedere qualcuno passare là davanti per attirare la sua attenzione. Rimasi non saprei dire quanti minuti col volto appiccicato al vetro, finché intravidi un’ombra allungarsi dall’altra parte della strada.

«EHI! EHI MAN! MI HANNO CHIUSO DENTRO! CHIAMA QUALCUNO! TI PREGO!»

L’uomo nell’ombra sembrò voltarsi, ma forse era ubriaco o chissà cosa, non sembrò capire. Continuai a gridare, a battere i pugni sui vetri talmente forte che credetti di frantumarli, ma ne guadagnai solo di spaventarlo. L’uomo infatti allungò il passo e corse via. Rinunciai a quell’espediente: sentire un pazzo che urla dal buio di un teatro deserto, immagino non ispiri molta fiducia. Speravo che avrebbe comunque avvertito qualcuno di quel fatto insolito, ma che fare nel frattempo?

“Me ne starò qui fino a che sarà mattina e qualcuno verrà ad aprire. Me ne starò qui e racconterò tutto”.

Ma fu allora che emerse il peggiore dei miei istinti: la curiosità. Avevo uno dei teatri più antichi d’Italia a mia completa disposizione e non potevo perdere una simile occasione, tantomeno avevo intenzione di addormentarmi di nuovo. Dovevo tenermi sveglio, in un modo o nell’altro, e avevo già individuato il mio passatempo: i seminterrati del teatro. Non faticai molto a trovarli e il fascino che quei lugubri corridoi di pietra suscitavano in me mi dava un’eccitazione quasi malsana. Iniziai a camminarci dentro, ma presto l’eccitazione fece spazio ad una sgradevole ansietà. Mi sentivo come Fortunato, che segue il suo aguzzino nelle catacombe pur di trovarsi di fronte il barile di Amontillado. Quando, come Fortunato, nel cammino mi imbattei in una specie di cantina scavata nella pietra del corridoio, l’ansia crebbe e non ci pensai due volte a rompere il collo di una bottiglia e godermi il vino per ritrovare coraggio. E poi avvenne.

Sentii un rumore provenire in lontananza alle mie spalle, un rumore come di serrature cigolanti.

“Qualcuno sta entrando. Forse, è già mattina. Qualcuno sta entrando e nulla più”.

Con passo incerto mi avvicinai a quel cigolio. Percorsi il corridoio, svoltai un paio di volte, poi le palpebre si fecero brucianti, la vista si annebbiò e persi i sensi.

“Qualcuno sta entrando. Qualcuno mi troverà. Qualcuno…”

“Non sei tu che esci. Sono io che ti chiudo qua dentro”.

Rinvenni dopo molte ore di sonno in un’incavatura che sembrava un loculo. Ero stato svegliato dai rintocchi di una campana. Non sapevo più dire se fosse giorno o notte o quanto tempo avessi dormito. Cercai lo telefono nelle tasche dei pantaloni. Ancora reggeva: la mezzanotte inaugurava il 10 Marzo. Era di nuovo notte, ero ancora lì. Rabbrividii.

“Perché sta succedendo questo?”

Mi tolsi da lì. Iniziai a correre attraverso quel labirinto senza sapere cosa realmente cercassi.

“La cantina, certo, la cantina”.

La trovai, spaccai il collo di una bottiglia e sentii di nuovo l’eccitazione prendermi. Dovevo scrivere. Frugai nelle tasche e ne trassi una penna e un foglio sgualcito. Scrissi, scrissi a lungo calibrando ogni parola, ogni lettera, ogni maledetta virgola, ma quando arrivai a scrivere «Sono chiuso qui dentro», persi di nuovo sensi. La mattina dopo realizzai che su quel foglio ingiallito non c’era un tratto d’inchiostro. Le condizioni in cui vissi le successive notti, come mi nutrii, come sopravvissi, è bene che tu non ne venga a conoscenza, caro Lettore. Ti sia dato sapere solamente che fino a questa notte, la tredicesima notte, non credevo sarei mai uscito di qua. Ma come spesso avviene, la speranza si mostra quando si crede di averla persa.

Mi sveglio ai soliti rintocchi. Il telefono è oramai scarico da giorni, ma poco importa. Il tempo per me non ha più importanza. Inizio a sentirmi a mio agio in questo vagare notturno. Inizio a sentirmi a mio agio nella solitudine, tanto che non ho più da chiedermi perché nessuno si sia accorto mai di me, perché nessuno mi abbia cercato in questi giorni. Sono solo, sono qui, sono vivo e mi basta. Ma stanotte, dopo tanto tempo, sento di nuovo delle voci.

“È un allucinazione e nulla più”.

«Ci fermeremo a metà stanza. Lo spettacolo sta per iniziare».

Mormorio.

“No. Non è un’allucinazione. Sono voci vere, voci di persone, c’è uno spettacolo. Ma che ci fanno qui?”

Mi esibisco in un calcolo mentale. Tredici notti. È la notte della seconda serie de I racconti del terrore. Si terranno qui. Sono salvo. Inizio a correre in direzione di quel borbottare indistinto. Svolto un angolo e la vedo. È una donna, un’attrice della Compagnia delle Seggiole. Il volto è immerso nella solita luce rosso sangue. Mi blocco, mi nascondo. Lei recita.

«Starà la tua anima disperata e sola
fra i bui pensieri d’una grigia lapide,
non uno, in tanta folla, verrà a spiarti
in quella tua più segreta ora».

Questi versi mi raggelano. Sento gli occhi sbarrarsi, il cuore salirmi in gola e i passi di una trentina di persone avvicinarsi. Che farò? Quando saranno vicini al mio nascondiglio, griderò quanto ho sofferto o mi mischierò tra loro?

“E che farò quando mi vedranno? Così sudicio, così putrido…senti come ti si è allungata la barba e cosa credi possa uscire da questa bocca impastata di vino e vermi?”

Mi stringo le tempie con le dita. Ho gli occhi fuori dalle orbite, ma quando alzo lo sguardo tutta la compagnia è passata. Stanno entrando in un stanza che conoscono bene: ci sono una ringhiera in ferro che scende a chiocciola e una finestra che dà su una specie di teatrino dove manichini si fanno burattinai. Li seguo, mi mischio nella folla.

“Che mi vedano, che si scandalizzino, che mi caccino se necessario. Non chiedo di meglio che fuggire da qui”.

Ma poi un attore recita, con stile. Recita parole che conosco. È la voce narrante de Il ritratto ovale, un racconto che ho sempre amato, e sono rapito. Attraverso il resto degli spettatori; solo ora mi accorgo che non fanno caso a me, ma non voglio pensarci. Il narratore racconta: racconta del castello in cui si rifugia, della stanza in cui cerca riposo, dei quadri che lo circondano. Quanto è soave nel turbamento la sua voce quando scorge il ritratto di lei, la giovinetta così viva nel quadro da fargli credere che sia reale. Cerca nel libretto che quei quadri descrive e una voce emerge dalla scala, mentre dalla finestra e da quel lugubre palco su cui la stanza si affaccia, una maschera emerge e dal lato opposto la voce si fa uomo che racconta il triste destino della giovane, la quale si sacrificò per farsi Arte, e del pittore che sacrificò quella bellezza per poter gridare che «Questa è proprio la Vita!».

La voce mi arriva alle spalle, dalla maschera, eppure non sento alcun turbamento. Fisso davanti a me senza guardare. Sento gli applausi. Applaudo. E la folla si sposta, la vedo sparire. Non ho più intenzione di seguirla, so dove andrà. La vedo ricomparire nella stanza attigua, e posizionarsi di fronte al piccolo teatro dove i lugubri manichini burattinai attendono l’arrivo degli attori.

“Che andrà in scena adesso?”

Osservo dalla mia finestrella scavata nella pietra. Una donna compare sulla scena. Parla in modo sofisticamente artefatto, che sarebbe a dire vuoto. Non può essere che lei.

“Ahh. Cara Psyche Zenobia”.

«Esatto, Psyche Zenobia».

Psyche Zenobia. Lo ripete talmente spesso, che verrebbe voglia di darla in pasto ai cani, esattamente quello che vorrebbe fare il signor Blackwood, se non fosse che Psyche Zenobia…

«Giusto, Psyche Zenobia».

… non avesse deciso di andarsene a Edimburgo per cercare di scrivere un articolo alla Blackwood. Fortunatamente per noi e per…

«Psyche Zenobia».

“Taci, perdio. Giuro che ti strangolo”.

…dicevo che fortunatamente per noi e per… la signora, ella stessa nel tentativo di vedere il panorama è salita fino all’orologio del campanile, ha infilato la testa in un buco e la lancetta dei minuti le ha mozzato la testa, che tanto non le serviva. Per conoscere i dettagli, caro lettore, almeno che tu non li conosca già, vedi di prenderti la briga di leggere il racconto di Poe (che starebbe per: MUOVI IL CULO!), perché non posso spiegarti sempre tutto io per filo e per segno.

Ci voleva un po’ di sana ironia, per quanto nera. Mi sento risollevato, ma…

“…cristo santo, sono spariti. Di nuovo!”

È stato un piccolo svago, questo gioco di metateatro. Un piccolo svago che mi è costato caro. Li ho persi. Mi guardo attorno. Sento le loro voci provenire dai piani superiori. Alzo gli occhi su quei bassi soffitti di pietra grezza che sono la mia prigione ed ho come una visione. Mi vedo dal fondo dello stesso corridoio dal quale tredici notti fa un attore declamava Solo davanti ai miei occhi. Li vedo, i miei vecchi compagni di viaggio, accostati al muro, in attesa. Mi vedo tra loro e fuori da loro e vedo la stessa luce rossa, la stessa sensazione di soffocamento, lo stesso delirio. Ma stavolta è Il verme conquistatore che emerge dalla gola dell’attore, è il sangue dell’Uomo che viene versato in quelle rime. Ed io, dai seminterrati, rabbrividisco e sgrano le palpebre. Li osservo, e posso sentire come uno sbattere di porta li fa sussultare. Li osservo e li seguo. Li vedo accomodarsi in galleria, dove mi hanno abbandonato due settimane fa, mentre stavolta si godono Il gatto nero.

«Interessante la divisione in due voci, ma nei sotterranei avrebbe reso di più».

«Il tentativo di suggestionarci facendo muovere il sipario, come se ci fosse un fantasma, beh, bel tentativo, però…»

«…un po’ living theatre non credi? Si è pure visto il tipo che muoveva il sipario».

«Giura!»

«Giuro. E poi…»

…e poi basta. Non riesco più a sopportare le vostre voci, mentre io vi vedo uscire, tranquilli come fosse una serata di gala.

“Fuori! VIA! Via le luci! Cali il sipario. E il silenzio”.

Immagino tutti quei corpi riversarsi in strada, liberi. Allora spacco il collo di un’altra bottiglia, bevo e scrivo.

«Sarò di nuovo qui, fra due settimane. Sarò di nuovo qui, in mezzo a voi. Per osservarvi».

E mentre scrivo queste ultime frasi, mentre imprimo l’ultimo punto, già sento che il sonno di nuovo mi vince. Già vedo che l’inchiostro svanisce, ma penso…

“…le parole sono la soluzione, le parole hanno sempre una destinazione”.

 

 

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