La meditazione ai tempi dell’Ikea, un articolo di S. Natali || Three Faces

La meditazione ai tempi dell’Ikea

di Sara Natali

Meditazione terranews.it

Una sera sono stata a un incontro sulla meditazione con un lama (maestro) buddhista, al quale eravamo invitati a porre delle domande. Poiché nessuno osava rompere il ghiaccio, ho alzato la mano e ho chiesto:

«Cosa fare con la rabbia durante e/o dopo la meditazione?»

Devo premettere che io e la meditazione ci conosciamo da appena due anni: sono quindi un’utente inesperta di questa pratica e, dopo una full immersion durante il mio ultimo viaggio in Oriente, sono ormai alcuni mesi che l’ho accantonata. Una delle ragioni di questa decisione è proprio la sensazione di rabbia che spesso nasceva in me dopo la pratica.

Ogni volta che mi sedevo a meditare, infatti, speravo di calmare la mente –  badate bene, dico proprio “sperare” – perché so che non dovremmo “volere” qualcosa meditando, ma al contrario essere neutri: non riuscendo a esserlo credo che, inconsciamente, io ritenga meno grave “sperare” che “volere” la calma. Spesso mi accadeva di cominciare la meditazione con una buona attitudine positiva e finivo spossata, nervosa e frustrata; e poiché giudicavo queste sensazioni inappropriate, mi arrabbiavo. Quindi ho lasciato da parte la meditazione per un po’, dicendomi che forse per il momento non era cosa per me.

Ecco perché, quando mi è stato proposto di partecipare a questo incontro, mi sono detta che sarebbe stata l’occasione buona per avere una risposta da qualcuno che se ne intende.

Devo ammettere che la sera stessa ero un po’ scettica, temevo che non avrei ottenuto granché da questo lama, non più di quanto posso aver ottenuto in passato da altri esperti meditatori, guru o guide spirituali. E infatti, come volevasi dimostrare, alla mia domanda, il lama replica sfoderando i cavalli di battaglia della filosofia buddhista come:

  1. La rabbia è un riflesso dell’ego e l’ego è il tuo nemico.
  2. Non dare importanza alla rabbia, ma focalizzati sull’oggetto della tua meditazione.
  3. Ci vuole pazienza e molta pratica.
  4. Ci vuole molta, molta pratica.
  5. I risultati positivi che tutti sperano ottenere dalla meditazione si ottengono dopo anni e anni di pratica.
  6. La rabbia è un sentimento malvagio che inoltre distrugge il karma buono, quindi non ti conviene nutrire la tua rabbia.
  7. Per sconfiggere la rabbia, e quindi l’ego bisogna praticare l’amore compassionevole.
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A questo punto la prima cosa che mi è sorta spontanea pensare è stata un molto shanti: “Grazie al cazzo”, ma anche: “Ok, benissimo, questo è quello che teoricamente dovremmo fare, e ne afferro completamente la giustezza; ma mi scusi signor lama, per la maggior parte di noi esseri umani questa rabbia, per quanto sbagliata possa essere, è pur sempre presente, e trovo molto riduttivo incollarle sopra una grossa etichetta rossa con su scritto ‘CATTIVA’ e riporla nello scomparto Cose Brutte dell’Ego.

Personalmente credo che già l’atto stesso di definire una cosa come “giusta” o “sbagliata” provochi nell’individuo che si sta adoperando per star meglio con sé stesso e con il mondo, un sentimento di frustrazione e di colpevolezza, perché non soltanto si trova a constatare che la rabbia c’è e resta lì, ma che oltretutto è sbagliata. Inoltre, a questo individuo, consapevole di avere un problema con la rabbia che magari ne soffre pure, gli rincarano la dose dicendogli che oltretutto si sta sputtanando il karma. Non vedo come questo approccio possa generare un progresso positivo nella mente dello sventurato.

Per questo ce l’ho un po’ con il pensiero buddhista, perché fa sembrare facile e scontato ciò che per la maggior parte di noi occidentali non lo è affatto. Già ci aveva provato qualcun altro dicendoci di porgere l’altra guancia a colui che reca l’offesa e onestamente non ha fatto una bella fine. Non dico che l’amore, il distacco dall’ego e accettare la realtà così com’è sia sbagliato o impossibile da mettere in pratica. Anzi, penso che sia giusto e nobile, anche se personalmente sento di essere “umana troppo umana” per riuscire nell’intento.

Cari miei Lama, so che a voi sembrerà strano, ma per la stragrande maggioranza della popolazione mondiale i sentimenti brutti e cattivi ci sono, e in genere sono il riflesso di qualcosa di più profondo, quindi penso che valga la pena indagarci un po’ sopra piuttosto che ignorarli. In parole povere, l’insegnamento buddhista è molto saggio e molto bello, ma difficile da applicare per un principiante, o un principiante particolarmente nervoso.

Midal

Poco tempo fa mi sono ritrovata a leggere un libro che per me è stato liberatorio. Lo scrittore è Fabrice Midal, un filosofo francese, e il libro s’intitola Foutez vous la paix! che è un modo colorito di dire “datevi pace”. In questo libro Midal, che pratica e insegna meditazione da più di vent’anni, sdrammatizza questa pratica riducendola alla semplicità assoluta che è:

“Sii ciò che sei in questo preciso istante in questo posto, senza controllare niente e senza giudicare niente”.

La meditazione, secondo Midal non deve essere vista come un magico strumento con effetti calmanti, o un antidolorifico. Oggigiorno siamo così schiavi dell’iperproduttività, della velocità, del multitasking, che ci aspettiamo che anche la meditazione ci dia dei risultati immediati. Solo che la meditazione non si basa sul trasformare, ma sull’accogliere, e in primis bisogna accogliere noi stessi.

Ecco perché storco il naso quando la si vuole inserire in uno schema fatto di regole, tempistiche e traguardi. La meditazione non dovrebbe aggiungere né togliere niente a quello che già c’è. Tutte cose che, a conti fatti, saggi, guru e lama sanno sicuramente meglio di me. Ma allora perché, sebbene essi ci forniscano gli strumenti, spesso non si riesce ad afferrarne il mistero?  La risposta che sto per darvi è personale e ci sono arrivata gradualmente: perché non c’è un’unica via.

Crediamo che coloro che sono arrivati in fondo al mistero dell’esistenza (oggetto ultimo di riflessione e meditazione) ne detengano anche la chiave, che da semplici esseri terreni quali siamo riduciamo al segreto della felicità.

Cerchiamo, io per prima, di trovare una logica in un qualcosa che trascende ogni logica. Cerchiamo fuori di noi conferme a verità che ci appartengono già, ma che non abbiamo il coraggio di accogliere come nostre. Allora deleghiamo qualcuno o qualcosa di più autorevole per farlo al nostro posto, per approvare o smentire le nostre idee, per guidare le nostre prossime azioni. E quando queste autorità falliscono, quando qualcosa non funziona, allora sorge la frustrazione, e poi la rabbia. Ma la rabbia altro non è che la paura mascherata; la paura di accorgersi che in questo percorso interiore siamo soli e responsabili delle nostre scelte e della nostra felicità. Quando ci se ne rende conto per la prima volta si apre un baratro di terrore e senso di libertà.

Pezzi housemag

Prendiamo questo esempio: ogni essere umano deve montare un mobile; ognuno ha in dotazione i pezzi, tanti, tantissimi, e alcuni veramente piccoli e astrusi, e l’immagine del modello finito, ma niente istruzioni. La faccenda sembra complicata ma tu non vuoi arrenderti davanti alle difficoltà, e decidi quindi di cominciare a montarlo a occhio. Dopo innumerevoli tentativi, i risultati non ti soddisfano per niente: il mobile non assomiglia affatto all’immagine finale. Ti chiedi se sei in possesso dei pezzi giusti, o se tu non stia piuttosto saltando qualche passaggio. Decidi di sbirciare quelli vicino a te per vedere a che punto sono: stessa identica situazione.

D’un tratto capisci: il tuo mobile, così come quello degli altri, non potrà mai assomigliare all’immagine compiuta, perché i pezzi sono sempre diversi e le istruzioni non esistono. Ogni essere umano ha la responsabilità di creare il suo mobile, e la scelta dei pezzi da utilizzare degli incastri spetta solo a lui.

In fondo, se penso a cosa posso imparare da questa famosa rabbia è di non accettare che siano gli altri a dirmi cosa sia meglio o peggio per me, perché nessuno è me eccetto me, ed è proprio laggiù in fondo la vera saggezza.

La meditazione ai tempi dell’Ikea, un articolo di S. Natali || Three Faces

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