Manifesta12 Pt. 1 di B. Bendinelli || Arte e Letteratura || THREEvial Pursuit

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03 Ott Manifesta12 Pt. 1 di B. Bendinelli || Arte e Letteratura || THREEvial Pursuit

 

Manifesta12 Pt. 1

Inception in Palermo

di Benedetta Bendinelli

 

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SUCA. La “S-word” ormai inserita a pieno nella scienza della comunicazione siciliana, si trova scritta sui muri e sulle porte di Palermo, fuori dalla città schizza in mezzo alla rocce vicino al mare o nelle grotte dei più piccoli arcipelaghi.

La urlano allo stadio e rimbalza tra un angolo e l’altro dei mercati paesani. Più ermetica di un haiku, suca racconta la storia di una cultura, un po’ come la saudade brasiliana: non si traduce, non si spiega. Non c’è da stupirsi allora se anche in un particolare contesto accademico/artistico come quello del Manifesta12 di Palermo ci si imbatta spesso e volentieri in questa semi-innocua volgarità, che come ho pian piano scoperto, nessuno si sogna di censurare.

Ma prima di tutto, che cos’è Manifesta.

È una biennale nomade di arte contemporanea (*cos’è l’arte contemporanea, **cos’è l’arte?) che si sposta senza apparente criterio tra varie città europee, con la prima originale edizione tenutasi a Amsterdam nel ’96.

I temi sono ogni volta diversi e coinvolgono artisti e operatori del settore locali, ma anche curatori esterni che lavorano con le istituzioni culturali delle città che ospitano la manifestazione. Non c’è da vergognarsi se molti di noi non sappiano nemmeno dell’esistenza di una roba del genere, è già difficile stare al passo con l’arte, figuriamoci se questa si sposta da una parte all’altra del continente come fosse una scappata-di-casa.

Fatto sta che con il chiudersi di quest’estate lunghissima come non mai, ho preso la palla al balzo combinando ferie + kultura :) e sono venuta a esplorare questo misterioso Manifesta, senza troppe aspettative, senza somministrarmi spoiler di contenuti.

Non ho letto granché e non ho voluto documentarmi sulle edizioni passate per lasciare libero spazio alla critica della mia ragione pura e perché in fondo non mi ritengo nemmeno un’esperta di arte nella sua accezione più classica.

La mia intenzione era quella di osservare come la città di Palermo (quest’anno anche capitale della cultura italiana) riuscisse a intrattenere una conversazione delicata come quella sull’immigrazione e sullo scambio interculturale, seppur covando in grembo un’ancestrale lotta tra esterofilia e campanilismo. Sulla carta il fil rouge di Manifesta12 è la coesistenza, intesa come matrimonio di realtà linguistiche e geo-politiche che vengono riassunte nel sottotesto de Il Giardino Planetario.

Un criterio in effetti c’è nella scelta di Palermo, come spiega Hedwig Fijen, fondatrice e organizzatrice di Manifesta, indirizzando il ruolo chiave di questa scelta proprio nella ricca stratificazione di siti storici e di importanti memorie artistiche presenti sul territorio. Palermo è anche, e soprattutto, centro di scalo di impressioni mediterranee, è una città che si rivela attraverso i propri valori storicamente liberali e con la sua distaccata ma radicata identità, è un circuito adatto per sua natura allo scambio di conoscenze, di lingue e di memorie. Basta guardarsi intorno, in un qualsiasi quartiere, centrale o di periferia, per capire che qua convivono colonie di voci che si intrecciano in un vasto tessuto sociale non sempre facile da sbrogliare.

Ma andiamo per gradi, ho tre giorni per imparare la lingua di Palermo abbinata allo slang dell’arte contemporanea, dunque devo partire da qualcosa che penso non mi scaraventi subito fuori dalla mia comfort-zone, dove l’arte contemporanea si traduce con un Damien Hirts o un Maurizio Cattelan.

img 1 suca benedetta bendinelli ridotta 2Per cominciare, tra le varie sedi itineranti, scelgo Palazzo Ajutamicristo, un po’ per il nome divertente (perdonami Gesù, se mi fai ridere), un po’ perché è vicino casa e un po’ perché qualcosina avevo letto.
Il palazzo cinquecentesco ospita la sezione Out of Control Room, che analizza il ruolo dei poteri forti all’interno del continuo flusso migratorio globale. Per arrivare al secondo piano, dove sono sistemate le installazioni degli artisti, si passa attraverso una scalinata asettica che potrebbe essere quella di un qualsiasi edificio E, in un qualsiasi reparto ospedaliero da poco ristrutturato. Arrivati all’ingresso vero e proprio, con l’intonaco bianco alle spalle, si apre un altro mondo che non è quello di Hirst e meno che mai quello di Cattelan. I soffitti sventrati mostrano lo scheletro del sottotetto originale, il pavimento tra legno e colate di cemento alza la polvere sotto le scarpe. Intorno alle grandi stanze rettangolari che ospitano le installazioni serpeggia un corridoio stretto che percorre tutto il perimetro esterno del palazzo. Le finestre aperte si affacciano sui giardini interni e sulle terrazze degli altri edifici. Per una come me che apprezza molto la parte ludica dell’arte, questo posto è un paradiso: potrebbe “esistere” in modo artistico senza necessariamente “operare” in tal senso.

L’impressione che si ha da subito è quella di un centro sociale in vetrina. Ci sono bandiere colorate che scendono dal soffitto, ci sono le scritte sui muri e alcuni piccoli monitor sparano in loop immagini di manifestazioni anti ***MUOS e altre testimonianze video. In un’altra stanza un proiettore illumina un piccolo soffitto buio, sembra non funzionare e il tecnico si giustifica biascicando qualcosa che non capisco. Nell’ultima ala del palazzo, la più spaziosa, sono disposti al centro dei vecchi barili vuoti di petrolio e dal loro interno si amplificano suoni grezzi, indefinibili. In superficie, questo posto mi sembra un mausoleo di rave passati. Ma sotto lo strato di acari e bombolette spray tutto quello che vediamo in questo palazzo indaga sul passaggio di informazioni e di azioni digitali che ogni giorno viaggiano attraverso sistemi di comunicazione invisibili, tracciando una sorta di mappa geografica virtuale. In poche parole ci viene mostrato come la tecnologia scandisca gli umani sistemi e i ritmi biologici, andando oltre il nostro conosciuto e creando un fitto scambio linguistico globale.

Di passato qua c’è ben poco, giusto l’involucro di un palazzone barocco. Alcune installazioni sono probabilmente di più facile comprensione per uno scienziato, o per un ingegnere o per chiunque si intenda di algoritmi tanto da non percepire il messaggio dell’artista come una grandissima supercazzola. Quello che invece mi ha colpita in modo un po’ più intimo è l’onestà con il quale questo messaggio viene trasmesso, qualsiasi esso sia: il pericolo di una lotta invisibile, lo scambio sotterraneo di informazioni, il denaro che si muove lungo un binario a senso unico, la resistenza soffocata e la tecnologia al servizio del potere.

Per parlare di tutto questo le pareti del palazzo non sono state ripulite ma nemmeno strumentalizzate a favore della denuncia sociale. Sotto alcune cornici disposte lungo le quattro pareti di una stanza, vedo il primo grande suca del mio tour (quel suca la sopra ↑). Il lettering squadrato in un moderno font grigio se ne sta sotto ai quadretti come un dito medio che mi manda a fare in culo.

In un’altra stanza alcuni anelli di acciaio disposti a terra ricreano l’Arabian Pipeline, un progetto americano ormai fallito che prevedeva uno scambio diretto di petrolio sotto i territori della Giordania e della Siria, permettendo il commercio sotterraneo tra Arabia Saudita e Libano.img 1 suca benedetta bendinelli ridotta 1

Sulle pareti che portano verso la sala dei barili di petrolio ci sono altre scritte: siete buoni solo a pisciare, free marjuana, scuola del cazzo e ancora suca. Mi sporgo oltre una delle finestre che si affaccia sull’esterno, verso il mare. Si respira bene qua, malgrado il caldo e la mia asma tiro su l’aria a pieni polmoni mentre dietro di me ci sono trenta contenitori vuoti di petrolio. Al mio fianco su una parete sporca, un cazzo disegnato in blu indica l’interruttore sganasciato dalla parete, ammaccare forte.

Ajutamicristo, perché sono confusa. Per mia natura tendo a trovare coerenza in ogni forma di espressione, in ogni evento straordinario, in ogni azione umana e disumana e anche in questo posto cerco di mettere ordine tra le cose, come sulla mia scrivania. Tutto comunica con tutto: la tecnologia, il commercio, lo scambio dati, internet, le scritte sui muri, i cazzi sui muri, l’odore di vecchio e i proiettori digitali, tutto in una sede storicamente destinata alla grande distribuzione agricola. E poi la poetica di strada, la rivolta, la protesta, la testimonianza.

Cerco di mettere in ordine ma ajutamicristo di nuovo, perché man mano che vado avanti in questa visita mi chiedo dove finisca il divertissement dell’arte e dove cominci la denuncia sociale.

Pensavo di trovare un blocco di formaldeide, un pezzo di marmo che mi manda a fare in culo, un cesso sventrato dalle tubature o una montagna di panni sporchi e invece tutta questa roba cerca di dirmi qualcosa, cerca il dialogo. Ma siamo sicuri che l’arte sia dialogo?

(Continua…)


Note:

* suca (torna su)

** suca (torna su)

*** MUOS, acronimo di Mobile User Objective System, è un sistema di comunicazioni satellitari militari ad alta frequenza e a banda stretta, gestito dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Il sistema è composto da quattro satelliti (più uno di riserva) e quattro stazioni di terra, una delle quali è stata terminata a fine gennaio 2014 in Sicilia, nei pressi di Niscemi. [Fonte Wikipedia] (torna su)

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