Manifesta12 Pt. 2 di B. Bendinelli || Arte e Letteratura || THREEvial Pursuit

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05 Ott Manifesta12 Pt. 2 di B. Bendinelli || Arte e Letteratura || THREEvial Pursuit

 

Manifesta12 Pt. 2

Inception in Palermo

di Benedetta Bendinelli

 

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Negli episodi precedenti: Benedetta scopre l’arte contemporanea a Palermo.

Mentirei se dicessi di non aver mai pronunciato la frase cult “Questo lo sapevo fare anche io” indicando la tela di Fontana. Ma è un po’ come parlare dell’amore degli altri: sembra facile, sembra brutto, sembra ovvio, sembra noioso, sembra strano, sembra sempre qualcosa che non sappiamo spiegare soltanto perché non è nostro.

Questa fase hater l’ho superata da un po’, guardando l’arte contemporanea con un occhio più cinico e abbandonando l’idea romantica della non riproducibilità, che classicamente tende a rappresentare ogni forma di espressione legata alla scultura o alla pittura. Per questo motivo, in questo Manifesta12, ero pronta ad affrontare le robe più strambe che una manifestazione di arte contemporanea potesse propormi. Poi le cose sono andate diversamente.

Dopo palazzo Ajutamicristo, con i cazzi sui muri e i documentari anti Muos, trovo molte altre sedi della biennale che ospitano opere principalmente indirizzate alla comunicazione, alla narrazione, alla testimonianza.

La seconda sezione che vado a visitare è a Palazzo Forcella de Seta, in una bellissima location sopra i sebac rosso fuoco sistemati vicino all’ingresso. Non c’è dubbio che anche questo posto sia bellissimo, per quanto relativa possa essere la definizione di bellezza, il mix di contemporaneità e architettura neogotica fa di certo sgranare gli occhi.

manifesta12 benedetta bendinelli suca img 3 pt 2 ridottaIl posto sembra rispolverato di fretta per l’occasione, imbellettato per gli ospiti imbellettati e si nota un certo stato di abbandono seriale. In una delle quattro grandi sale aperte al pubblico trovo il soggetto più instagrammato della biennale: la montagna di sale, the Soul of Salt. Si tratta dell’installazione di un’artista olandese e rappresenta l’antica tradizione caraibica degli “Africani Volanti”. La leggenda racconta che gli schiavi deportati nelle Americhe non mangiassero mai sale per mantenere i corpi talmente leggeri da poter far ritorno in volo verso la terra di origine. Alla base della montagna sono sistemati dei sacchetti di carta e i visitatori sono invitati a prendere del sale da portare via e sciogliere nell’acqua come simbolo catartico (si, l’ho fatto). I video proiettano in loop immagini di rifugiati che intonano canti degli schiavi africani mentre fuori, vicino al porto, si sentono i clacson delle macchine e le frenate dei tir.

In un’altra sala tre grandi schermi mostrano video e immagini dei percorsi dei migranti condotti in mare aperto e finiti spesso in tragedia. Vengono mostrati numeri, dati e informazioni sulle dinamiche degli incidenti accaduti nel Mediterraneo. Mi siedo un attimo su uno scalino a fianco di uno schermo acceso e leggo una targa inchiodata al muro: PROPRIETÀ DELL’ANCE, ASSOCIAZIONE DEI COSTRUTTORI EDILI DI PALERMO. Mi si accende la lampadina che illumina il luogo comune: e le gare di appalto? Le infiltrazioni mafiose? E cosa nostra? Che ruolo hanno le imprese edili in una manifestazione artistica? Dall’altra parte uno dei grandi schermi mostra ancora le immagini dei barconi che si schiantano sulle onde. Mi sento strizzata in mezzo ad un inception sociale che comincia con un dialogo artistico, il quale si nutre di un contesto politico, masticato a sua volta da dinamiche economiche funzionali a quello stesso dialogo di partenza. Beh ma questa è arte, che c’entra il situazionismo. Me lo ripeto in continuazione perché voglio credere che in tutto questo Manifestare ci sia davvero un significato e un significante, perché non voglio sempre fare la guastafeste con le dietrologie. Faccio una pausa e chiudo il mio quaderno degli appunti.

In un’altra sala sul lato destro del palazzo c’è un pianoforte, nella terrazza esterna un cane gioca con il padrone e mi chiedo come diamine ci siano arrivati visto che le finestre sono tutte sigillate. Esco dall’inception sociale per entrare subito in modalità Fox Moulder; questo Manifesta mi sta aprendo le porte della percezione e pensare che sono giorni che non fumo una canna.

Un giorno è volato, me ne restano altri due ma le cose da fare e da vedere sono tantissime. Palermo non è New York ma effettivamente questi tizi di Manifesta sono riusciti a sfruttare gran parte delle sedi storiche messe a disposizione e si sprecano gli eventi, i workshop e gli aperitivi (che vedo bene di evitare per non trovarmi in un altro tipo di inception).

Succede però una cosa particolare che interrompe la mia promessa di astinenza da aperitivi, birrette e consequenziali hangover. Devo fare un piccolo flashback partendo dall’aeroporto di Pisa, dove incontro due mie vecchie amiche, anche loro in viaggio verso Manifesta. Va da sé che una volta riunite a Palermo ci ritroviamo la sera per bere e raccontarsi di quel che è successo negli ultimi anni. Dopo la prima giornata di visite infatti ci becchiamo vicino Piazza San Domenico, a due passi dal mercato della Vucciria. Parliamo di ex, parliamo di sesso, di cibo e di cazzate ma alla fine parliamo di una cosa sola, e ne discutiamo intensamente, di questo Manifesta e delle nostre impressioni.

«Preferisco Cattelan che mi manda a fare in culo con un gigantesco dito medio» dice A. «Qua invece hanno intavolato una discussione sui migranti, assecondando un’interesse globale, parlando di quello di cui parlano tutti. L’unico strappo alla regola sono i suca scritti sui muri e non c’è nulla di anarchico o di irriverente in ciò che abbiamo visto fino ad ora».

Sono d’accordo con lei e dopo aver fatto una rapida analisi del mio bicchiere vuoto me lo dico a voce alta, che l’arte in fondo non deve necessariamente essere dialogo, non deve farsi capire ma farsi vedere, deve essere un pugno in faccia, un calcio in bocca o uno sproporzionato dito medio, appunto. Me lo ripeto più di una volta fin quando il concetto non suona più troppo elitario ma nemmeno nazional-popolare, perché l’arte sta al centro, o del tutto fuori dal semicerchio. La conversazione a questo punto si sposta sulla monogamia, fin quando non finiscono gli spritz al Campari e la ristretta autonomia del mio fegato.manifesta12 benedetta bendinelli suca img 2 pt 2 ridotta

C invece è più moderata: «Alla fine ne stiamo parlando e il lavoro dell’arte è questo, è comunicazione e noi ne stiamo parlando». Finisce che sono d’accordo con tutti ed è il segnale che devo andare a letto.

Il secondo giorno lo dedico ad altre due sedi importanti della biennale: Palazzo Costantino e Palazzo Butera. Nel primo contesto ci troviamo ad ascoltare alcune delle 146 domande che Pasolini pose alla gente comune di alcuni quartieri di Palermo nel docufilm Comizi d’Amore (1965).

Il duo artistico MASBEDO ripropone gli stessi quesiti a bordo di un piccolo furgone aperto, interrogando i passanti degli stessi quartieri dell’originale opera di Pasolini. “Ti consideri una persona per bene? Cos’è contro natura? Secondo lei la donna sessualmente ha la stessa libertà dell’uomo o no? Se dipendesse da lei, come risolverebbe il problema della prostituzione?”

Le interviste a bordo del camioncino, a differenza di quelle nel film di Pasolini, procedono a senso unico e i lettori recitano le domande senza fornire una risposta, propria o scritta da terzi. In questo modo la conversazione non esiste ma si genera a posteriori, lasciando interrogativi e contraddizioni che ancora oggi come allora, sono tabù. Proprio la sera prima, con le mie amiche ritrovate, parlavamo di sessualità repressa e di confini di genere che soffocano. Parlavamo di tutto e di nulla. Questa piccola installazione mi piace molto e forse rappresenta la chiave di lettura dell’arte contemporanea, che dovrebbe essere uno strumento di indagine per tutti ma non per tutto, l’arte dovrebbe scioccare e disturbare, dovrebbe scavare nelle zone buie e non illuminare ciò che è già alla luce del sole.

Proseguo e anche a Palazzo Butera vengono proposte installazioni video che si allontanano dalla cornice tematica dei migranti. Non che l’argomento possa essere definito mainstream ma in un contesto che vorrebbe essere una manifestazione puramente estetica, la proposta di queste tematiche sembra quasi strizzare l’occhio alla sensibilizzazione, mantenendo in fin dei conti un ruolo meramente accademico e artistico, inteso come puro esercizio di stile.

Nella sezione Garden of Flows, al secondo piano del palazzo, vengono proiettati alcuni documentari sperimentali dell’artista olandese Melanie Bonajo che indaga su alcune realtà ai limiti dell’accettazione sociale, come quella delle operatrici del sesso o delle persone che hanno scelto di medicarsi con sostanze psicotrope come l’ayahuasca. Cosa c’entra questo con i migranti e lo scambio interculturale? Nulla, per fortuna. Lo spazio quadrato di fronte al telo bianco dove vengono proiettati i video è circondato da piante verdi, alcune sono morte per il caldo, altre sopravvivono al buio del palazzo.

Mi sistemo di fronte allo schermo su una delle sdraio blu al centro della sala. Ogni video dura circa trenta minuti e raramente i visitatori restano per tutta la durata. Cosa cercano allora? Cosa sono venuti a fare se alla parola fica si alzano in preda alle convulsioni? Forse non ci ho capito nulla di questo Manifesta perché l’opera della Bonajo è la mia preferita e mi viene voglia di saperne di più sul sesso, sugli acidi, sulle donne allontanate dalla società perché intraprendono un percorso atipico, su tutto quel contatto fisico che non ci concediamo, sulla paura, sull’intolleranza e il pregiudizio, sulla libertà sessuale e la padronanza del proprio corpo.

Vorrei saperne di più sulla Pteridophilia, su quel video parzialmente censurato all’interno dell’Orto Botanico che mostra una pratica sessuale taiwanese dove gli uomini fanno sesso con le piante. Vorrei saperne di più e sarò costretta a informarmi privatamente perché siamo alla biennale nomade di arte contemporanea sì, ma a tutto c’è un limite, i bambini non possono entrare, non possono vedere e i contenuti sono troppo forti.

manifesta12 benedetta bendinelli suca img 1 pt 2 ridottaPer fortuna esco dal palazzo e mi trovo davanti un altro bel suca, seguito da un bellissimo disegno di Ema Jons, nella zona di piazza della Kalsa. E vedo la scritta Durex su un rattoppato edificio del quartiere Vucciria. Palermo tira a dritto con o senza Manifesta e chi vive qua nemmeno se ne accorge di questa carovana che passa, non per disinteresse ma perché in questa meravigliosa città l’arte e la comunicazione si manifestano sotto altre forme e non possono essere commissionate nell’arco di una notte cercando il compromesso tra informazione e attivismo, tra conoscenza ed estetica, tra libertà d’espressione e oscurantismo. La mia amica A mi chiede se in fin dei conti la biennale mi è piaciuta, se ho trovato quello che mi aspettavo. Non so cosa mi aspettavo, meno ipocrisia forse ma a quella ci siamo tutti abituati, è l’estetica dei nostri giorni e quasi diventa bellezza. Beh una cosa c’è che mi ha colto del tutto impreparata, dentro a questa matrioska di linguaggi da codificare, in un circo di voci e messaggi confusi, qualcosa mi ha sconvolta davvero buttandomi giù dal letto alle sei di mattina per prendere un autobus di fretta con lo zaino ancora aperto sulle spalle. È l’ultimo giorno per me a Palermo e me ne devo andare di corsa prima che blocchino tutto il traffico, “Signorina c’è il Papa!”. Arriva il Santo Padre e la città è blindata, ma Palermo resta così com’è e anche lui presto o tardi si troverà davanti un grandissimo e coloratissimo SUCA.

 

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