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Limoni, un racconto di B. Bendinelli || Three Faces

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22 Apr Limoni, un racconto di B. Bendinelli || Three Faces

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Un racconto di Benedetta Bendinelli

Illustrazione di Alessandra Marianelli

 

Non ho altro che te e questo albero di limoni, in tasca un coltello e poi ancora tutta la vita.

Porto stava in piedi sugli scalini di casa, era rigido e immobile con le braccia distese lungo i fianchi. Pensava in silenzioso affanno, aveva lo sguardo fisso, la mascella serrata e i pugni stretti. Era rientrato per pisciare e poco prima di svuotarsi si sentiva quasi di buon umore, in fondo c’era il sole, la sua donna era mezza nuda stesa sul prato e tra poco avrebbero mangiato carne rossa e insalata. No, invece. Il buonumore non c’era più, sparito del tutto nel cesso insieme alla sua pisciata gialla. Per questo se ne stava lì fermo sull’uscio di casa, era entrato quasi felice e ora si sentiva come se di lì a poco stesse per esplodere una bomba, aveva una terrificante sensazione di imminente disastro. Cosa avrebbe detto alla sua donna, forse era meglio aspettare. Lei non si accorgeva di nulla, era distante non più di cinque metri ma era come se fosse su qualche altro pianeta. Se ne stava sdraiata a pancia in su, le gambe nude, bianche, con qualche macchia irregolare di caffè. Le mutande arrotolate sui fianchi per tenere il più possibile la pelle scoperta, la maglietta blu tirata fin sopra il seno copriva solo le spalle. Restava ferma in una posa scomoda, con la testa inclinata verso l’alto, occhi chiusi in una smorfia acida. Non si era mossa da quando Porto era entrato in casa, tutti e due congelati nel loro momento di assoluta consapevolezza. Lei percepiva interamente il suo corpo, la superficie, l’odore e la sostanza. Porto sentiva la sua testa, tutti i suoi pensieri, passati presenti e futuri. E tutto il mondo li osservava mentre erano soli, inutili.

Passarono almeno quindici minuti prima che quello scenario moribondo venisse sconvolto: Porto vide la sua donna dimenarsi all’improvviso, si rotolava sull’erba, si toccava le orecchie lanciando urla strazianti ma intorno a lei non c’era nulla. Rimase ancora immobile per qualche secondo fissando la scena come se fosse al cinema, poi intervenne. – Che c’è? Cosa succede? Fermati mi stai spaventando! – Si lanciò su di lei per fermare la crisi di panico, non capiva niente, non vedeva niente. – Cosa devo fare? Parla cazzo! – La frenesia si interruppe e Porto riuscì a bloccare il corpo di quella donna che ora sentiva di voler proteggere; la vedeva nuda, vulnerabile, sottomessa alla natura, perché in fondo intorno a loro non c’era nessun altro nemico. – Mi è entrata una mosca nell’orecchio, aiutami ti prego sarà ancora dentro! – Porto le teneva la testa tra le mani, tremavano tutti e due. La guardava negli occhi, sperava che l’empatia fosse la cura. – Andiamo subito al pronto soccorso, non so che cazzo fare, non so davvero come aiutarti –

Si ricordò di quando era piccolo: era stato un giorno al mare con la nonna e poco prima di andare via qualcosa lo aveva punto e lui urlava come se lo stessero macellando, ma la nonna non aveva paura, mantenne la calma, si precipitò al bar per prendere una lattina di coca cola e gliela posò sula fronte.

– Vedrai che non è niente, sono sicuro che non è entrato nulla nel tuo orecchio, se così fosse allora diventerai una mosca, come nel film, ma io ti amerò ugualmente te lo giuro –

Poco dopo il dramma era già sfumato in un abbraccio, ne parlarono ancora per poco, lei si rivestì come se fosse notte, Porto capì che aveva la situazione sotto controllo.

– Cosa stavi facendo in casa? Sei stato via mezzora –
– Ero a pisciare e ti pensavo –
Lei si strinse nelle spalle, quella non era un’offesa, anzi. Porto le dedicava un pensiero anche nel suo momento più intimo, quell’istante in cui il corpo funziona come una macchina e non ci sono sentimenti coinvolti. Liberare i reni, filtrare le impurità, il corpo fa tutto da solo e in quell’attimo non esiste nient’altro che la meccanica biologica dell’organismo. Anche in quell’angolo di tempo Porto la pensava. Lei fece un sorriso e lo baciò, poi si stese di nuovo al sole. Porto le si strinse accanto, era il cane da guardia, la sentinella di turno. Passato l’uragano fantasma cercò di recuperare i suoi pensieri di prima, la malinconia, l’apocalisse, la solitudine. Non c’era più nulla, tutto di nuovo silente. Cercò allora qualcosa da toccare, la percezione fisica di un oggetto forse lo avrebbe ricondotto alla realtà. Sentì la tasca sinistra dei suoi pantaloni pesare più dell’altra, infilò la mano dentro e trovò il suo stiletto arrugginito. Prima di trascinarlo fuori provò a indovinare quale fosse dei suoi tanti coltelli. Aveva una bella collezione ma non riusciva mai a catalogare le lame o perlomeno a tenerle in ordine. Questo era uno stiletto italiano vecchio almeno dieci anni, lo aveva comprato con suo padre, si ricordava solo questo. Tirò fuori lo stiletto e pensò che con quell’arma minuscola avrebbe potuto uccidere qualcuno, la mosca che aveva penetrato la sua donna, il ladro che avrebbe potuto assalirli, il cane randagio che li avrebbe aggrediti o quella donna che se ne stava sdraiata e inconsapevole accanto a lui. Non voleva niente di tutto questo ma solo la sensazione di onnipotenza che ne derivava. Guardò alla sua destra, lei aveva chiuso gli occhi ma non dormiva. Si trattenne dal commettere quell’omicidio, forse lo avrebbe fatto un altro giorno o forse mai. Ci sono cose che nell’arco di una vita puoi solo immaginare di compiere e questa era una di quelle. C’era qualcosa che mancava in quel giorno, ci aveva pensato prima di andare a pisciare, prima che la sua donna venisse infastidita dall’insetto, prima che il coltello lo tentasse, c’era qualcosa che mancava. Alla sua destra vide il suo albero preferito, in tutto il giorno non gli aveva dedicato nemmeno uno sguardo, non lo aveva nemmeno sfiorato. Porto si commosse per pochi brevi secondi, il tempo di pensare “che ingrato”, poi si voltò e disse qualcosa a lei che fingeva di dormire ma lo aspettava.

Le sembrò di sentire come un ronzio nell’orecchio, come una preghiera, questa volta non aveva paura e Porto senza toccarla cominciò a parlare piano. Non era sicura di quello che sentiva ma le sembrò che dicesse: non ho altro che te e questo albero di limoni, in tasca un coltello e poi ancora tutta la vita.

 

Limoni è un racconto di Benedetta Bendinelli tratto da StreetBook Magazine #7

 

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