L’esercito dei ritardatari – Viaggio in Perù – M.Selo

L'esercito dei ritardatari.M.Selo

Ieri mattina sono andato alle isole Ballestas, di fronte alla costa che ospita Paracas e la sua riserva nazionale, qualche centinaio di chilometri a Sud di Lima, Perù. Belle, non eccezionali. Eccezionale è piuttosto la quantità di animali che ci vive. Cormorani, pinguini, pellicani e simil-gabbiani coprivano interamente le rocce senza vegetazione. Incredibile.

Avevo visto i leoni marini solo all’acquario, mai nel loro habitat naturale. Anche loro erano tantissimi. La maggioranza sulle piccole spiagge di sassi, ammassati l’uno sull’altro; altri, arenati sulle rocce, dormivano sotto il sole, dopo un’arrampicata che si intuiva faticosa. Altri (pochi) nuotavano.
Il lamento provocato dalla maggioranza produceva un suono toccante, che va oltre il tempo, perlomeno oltre il nostro: il ruggito della natura. Indimenticabile.

Il ruggito si è trasformato in agonia quando mi sono reso conto che strisce di schiuma e merda galleggiavano tranquille sull’acqua tra gli isolotti vergini: probabilmente prodotte dai motoscafi dei tour organizzati per i turisti o forse a causa delle correnti, è comunque merda nostra. Mi ha fatto schifo. Mi fa schifo a pensarci.

Li abbiamo raggiunti anche lì in mezzo al mare, dove non c’è niente che ci fa gola. Per andare a fotografarli coi nostri cellulari, con i nostri touchpad, con le nostre macchine fotografiche, compatte o reflex che siano; con i nostri sorrisi deficienti li stiamo ammazzando. Ma almeno avremo una cartolina della nostra idiozia. Oltre ai barattoli.
Avremo qualcosa di esotico da mostrare alle facce inebetite dei nostri conoscenti al ritorno. Ma saranno gli ultimi. Che paradosso. Dobbiamo scoppiare. Tutti.

Perché fumi? Per annientare il mio essere umano. L’autodistruzione inconscia e inconsapevole è l’unica via d’uscita, l’unica forma che abbiamo per preservare il pianeta. O almeno l’unica percorribile che ci sia rimasta. Ne avevamo molte altre. Ma siamo sordi ormai. Ci sono volate a fianco e non le abbiamo afferrate. Erano i nostri costumi antichi, ci siamo spogliati, li abbiamo buttati nel cesso e abbiamo tirato l’acqua. Poi di corsa a comprare Armani, Ray Ban e Baci e Abbracci. O Billabong, Obey e Charrart per i più alternativi. È la stessa cosa. Ci siete anche voi nel grande cesto dei panni da lavare. Ma ormai l’unico detersivo funzionante è il fuoco. Una bella lavata di fuoco per tutti. Suona anche bene la lava-ta di fuoco…
Centrifuga di pensieri cattivi, o buoni, a seconda dei punti di vista. Chiedetelo ai leoni marini, vi risponderanno sicuri col loro ruggito. Il ruggito della natura. L’agonia della natura. Dipende dai punti di vista.

È vero, forse una coscienza generale si sta risvegliando. Piano piano siamo tanti, sempre più coscienti di quello che sta succedendo. Il velo di Maya sta cadendo, lo stiamo squarciando. Ma forse è solo un’altra illusione. Dietro il velo ce n’è un altro e forse un altro ancora. Forse siamo ancora in tempo, forse è già troppo tardi e il meccanismo azionato è irreversibile. Forse ci stiamo svegliando, forse siamo molti, ma siamo una minoranza. Oppure una maggioranza contro una minoranza che vale più di una maggioranza. Che manovra i fili. L’equilibrio a imbuto del potere. Una forza di gravità a piramide che non ho mai capito. Intifada, il risveglio. E se ci svegliassimo dentro un altro, peggiore incubo? Se spargessimo sangue su sangue che cade su una terra fatta di sangue, su di un tempo fatto di sangue e ci trovassimo in mano nient’altro che le lacrime acide prodotte dal nostro pianto? Ci sazieremmo avidamente di quelle? Poi pisceremmo sangue.

Si, forse è giusto tentare. Forse è giusto combattere. O questo o l’autodistruzione, a noi la scelta. Tutte le altre strade sono ingiuste. Quella che stiamo percorrendo di sicuro. Io preferisco lottare, anche se mi sto autodistruggendo (aiuto!), anche se il mio pessimismo mi porta più spesso a pensare all’autodistruzione. Voi? Non l’ho ancora capito.

Il tempo del cambiamento è arrivato, già cominciato, magari passato. La civiltà Maya estinta. Per alcuni era l’epoca della distruzione. Probabilmente malinterpretando, magari invece sono le due facce della stessa medaglia. E allora distruggiamo, anzi decostruiamo. Non abbiamo molto da perdere. Guardiamoci intorno. Millenni di evoluzione spirituale, genetica e materiale per arrivare a questo? E’ quello che volevamo? Le uniche ricchezze che abbiamo, a parte le arti, non sono le nostre. Squarciamo il primo velo, nel caso il secondo, il terzo. Siamo ancora in tempo?

Siamo l’esercito dei ritardatari.

 

Marcello Selo

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