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Il lavoro nobilita l’uomo, un articolo di G. Levantini || Three Faces

Lavoro Palazzo

27 Nov Il lavoro nobilita l’uomo, un articolo di G. Levantini || Three Faces

Il lavoro nobilita l’uomo

di Gabriele Levantini

Lavoro Palazzo

Ore 6.50

La sveglia gracchia la sua fastidiosa sequela di versi e rumori: uno strano mix stridulo a sufficienza per svegliarmi e, al tempo stesso, abbastanza ambient da non mettere eccessivamente alla prova il mio umore mattutino.
Apro gli occhi e il mondo prende lentamente forma intorno a me. Dapprima con immagini sfocate, ancora mescolate ai sogni brutalmente interrotti, poi sempre più nitido, nella sua grigia realtà. Realizzo che oggi è martedì, solo martedì. Ancora tre giorni al weekend. So che in questo stesso momento i miei colleghi stanno facendo le stesse cose, così come altri milioni di persone nel mondo, ma questo pensiero non mi conforta.
Più tardi in ufficio, ci lamenteremo di questo: del tempo che si ostina a scorrere lento nei giorni feriali e poi come un fiume in piena nel fine settimana. Ma non sono reclami seri. In fondo, siamo tutti consapevoli di essere privilegiati: abbiamo un lavoro vero e relativamente ben pagato. Anzi, siamo privilegiati tra i privilegiati perché il nostro è uno di quegli impieghi che ti lascia addirittura un paio d’ore ogni sera e un intero weekend per costruire la tua vita. Due giorni di fila: ben 48 ore. Gli altri, più sfortunati, dovranno aspettare domenica o, peggio ancora il turno di riposo, prima di avere tempo per loro. Contiamo i giorni, come i detenuti, ma siamo consapevoli che ci è toccata una pena ben più lieve che ad altri. E per questo siamo grati.

Ore 7.30

Consumo la mia colazione, da solo. Nessuna relazione stabile o, peggio ancora famiglia, a incatenarmi. Pensa te se la sera dopo il lavoro non fossi nemmeno più libero di guardarmi Netflix in santa pace. Che incubo! A breve inizierò la conta giornaliera delle ore che mi separano dalle 17.30. Anzi, meglio fare le 18, così il direttore non avrà l’impressione che sono un fannullone.
Alla fine io sono pur sempre un tecnico: ho delle responsabilità. Devo supervisionare la produzione e garantire la conformità del prodotto. Vettovaglie ceramiche, questo è ciò che produciamo con orgoglio dal 1972. Sono sicuro che tutti voi ne avete in casa e pertanto potete capire l’immensa responsabilità che grava su di me: tazzine da caffè, tazze, piatti, vassoi da portata. Tutto ciò pesa sulle mie spalle, e non è cosa da poco.

Ore 8.30

Struscio il badge in perfetto orario, arrivo in ufficio e noto che anche gli altri hanno facce stravolte. Tacchi, giacche, profumi, ma facce stravolte. “Tre giorni al weekend!” sento ripetere da più parti davanti alla macchinetta del caffè, mentre consumo come in uno strano rituale collettivo l’orrenda brodaglia.
Ai sensi del contratto nazionale, l’azienda affitta il mio tempo e le mie capacità professionali per otto ore al giorno, che si intendono nette e produttive. Eppure, generosamente mi regala ogni giorno dieci minuti, tollerando questo rito del caffè che, in fondo, è funzionale al team building. Una saggia strategia win-win.

lavoro pcOre 8.40

Ormai è ora di produrre, mi accingo quindi a rispondere alle richieste del mercato. Scorro le email ed ecco il primo compito della giornata: un importante cliente russo vuol sapere se un lotto di tazzine da tè, che ha acquistato due mesi fa, è conforme a un oscuro regolamento locale. Molto interessante, questa sì che è una sfida! Google mi suggerisce che il regolamento parla del contenuto massimo di metalli. Bene, dovremmo essere conformi. Scrivo subito un’email al consulente, per sicurezza: meglio non rischiare su queste cose.

Ore 13.00

Tra una richiesta e l’altra, interrotte solo dal veloce caffè delle 10.30, la mattinata è passata. Prendo fiato. Lo sfondo del pc mi mostra paradisi tropicali che forse, nei miei trenta giorni annuali di ferie, potrò godermi anch’io, sognando per un po’ una vita diversa. O meglio, quindici giorni da potermi gestire, perché certamente per le chiusure obbligate di Ferragosto e Natale, quelle mete costeranno troppo. Quest’anno mi organizzerò per tempo, sperando che l’azienda mi conceda i giorni che richiederò.
Non è consentito saltare la pausa pranzo: la nostra società è molto attenta ai bisogni dei propri dipendenti. Perciò mangio il mio panino alla scrivania, e passo la mia ora d’aria navigando su internet. La rete è piena di fantastici e-commerce e io cerco il modo per godermi il salario. Wow, il nuovo smartphone che volevo è finalmente in offerta!

Ore 14.00

È di nuovo tempo di rimettermi al pezzo. Non ho molta voglia, ma business is business e alla fine the show must go on. Nel pomeriggio avrò una riunione dove si parlerà di razionalizzare le specifiche dei prodotti. Poi forse un altro caffè, magari stavolta decaffeinato, e infine dovrò contattare un consulente per un progetto altamente innovativo e top secret. Sento un po’ di pressione perché l’azienda ci punta molto, ma sono molto orgoglioso di fare la mia parte. Sono consapevole di far parte, in questo preciso momento storico, di un’élite che guida il progresso: presto presenteremo una nuova ceramica antigraffio, con una laccatura innovativa, disponibile in un’ampia gamma di colori. Forse il mio vecchio professore di Scienze dei Materiali, al corso di Ingegneria, disapproverebbe tanto entusiasmo e guarderebbe quest’innovazione dall’alto in basso. Ma qui, caro prof, non si fa accademia, non si accumula conoscenza astratta: qui si porta del fatturato sonante.

Ore 17.30

La tensione sale. Conto i minuti e guardo i colleghi, mentre una strana sensazione di vuoto mi assale. Tutti cerchiamo di convincerci che abbiamo fatto tutto il possibile, che la giornata è stata produttiva, che ci siamo guadagnati lo stipendio, dimostrando la dovuta gratitudine. A un tratto però un pensiero orribile attraversa la mia mente. E se l’intero sistema fosse in realtà basato sul nulla, costringendoci a sprecare la vita in lavori che non contribuiscono minimamente al progresso e il cui unico fine è l’utile, per giunta altrui? Passiamo la quasi totalità del nostro tempo terreno a realizzare cose di cui potremmo fare a meno, per arricchire persone che passano gran parte della loro vita a godere in barca a vela e sui campi da golf, sbattendosene altamente di ciò che in realtà produciamo.
“No, impossibile!” penso. “Forse ci sono ingiustizie, ma se il mio lavoro non esistesse il mondo sarebbe comunque un posto peggiore: chi avrebbe garantito il cliente russo circa il regolamento locale? Se i nostri prodotti non ci fossero, la qualità della vita non sarebbe la stessa: ma ti immagini a fare colazione sempre e solo nelle stesse monotone tazze, per anni, come dei selvaggi?”

lavoro trafficoOre 18.00

Torno a casa, per oggi. Mentre salgo in macchina caccio definitivamente gli inutili dubbi esistenziali di poco fa: roba da hippie fancazzisti, non mi appartengono veramente. Saranno stati i troppi caffè. L’uomo si realizza quando mangia della propria fatica e del proprio impegno. Il lavoro ci eleva e ci nobilita.
Mentre guido, fermo nell’interminabile traffico dell’ora di punta, la mia mente stanca si rimette in moto.
“Il lavoro nobilita. Verissimo, ma quale lavoro?
Perché sento questo disagio esistenziale, dal momento che mangio della mia fatica? Ok, non in senso letterale, ma il concetto è quello: produco da solo ciò che mi serve. Cioè non proprio, però forse faccio anche meglio: produco ciò che il mercato richiede, ottenendone un compenso che posso impiegare per ciò che il mercato suggerisce. Il mio lavoro inoltre mi realizza: serve studio ed esperienza per rispondere con prontezza alle nuove sfide, come quella del cliente russo di oggi sul lotto di tazzine da tè. Occorre la creatività di una mente giovane e brillante per trovare soluzioni innovative. Ad esempio una nuova ceramica antigraffio. Qualcuno dirà che tutto sommato se ne poteva fare anche a meno e che in fondo è simile a quella che abbiamo proposto nel 2018. Ma si sbaglia di grosso, perché questa è disponibile in una maggior gamma di colori e ha miglior resistenza al lavaggio in lavastoviglie. Chi ci avrebbe mai pensato? Sono fiero di tutto questo progresso e non credo che potrebbe esistere un altro modo per vivere civilmente. O forse no…”

Ore 18.15

Ancora fermo nel traffico, come al solito. È buffo: le auto sembrano tante bare di metallo che galleggiano su un fiume di asfalto. Se tutto fila liscio alle 18.30 sarò a fare la spesa, alle 19.15 a cucinare e alle 20 mi metterò a tavola. O magari potrei andare al sushi o farmi portare una pizza a casa. Così mi rimarrebbe un sacco di tempo libero per guardare una serie tv. Da solo, naturalmente. Poi a letto, che domani suona presto.

lavoro uomo

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