QuaranThreevial N°4: Lavoro Republik. Un articolo di R. Dell’Ali e A. Stirner

QuaranThreevial N°4: Lavoro Republik

di Roberta Dell’Ali e Andreas Stirner

Lavoro 1 maggio Brucio
Lavoro Republik di Brucio

Mi hanno assunta all’Ufficio segnalazioni per il disagio professionale del lavoro, presso l’agenzia Exploit Worker, il 26 febbraio 2020. Prima lavoravo con un cazzo di contratto part-time a tempo determinato in una multinazionale del commercio a dettaglio di… boh sinceramente nemmeno io so cosa vendevo di preciso, però ne vendevamo un sacco. Si potrebbe dire che ho avuto fortuna a trovare questo nuovo lavoro, altrimenti sarei rimasta col culo scoperto come tutti i miei amici, anch’essi ex part-time a tempo determinato: segati appena possibile. Vi dirò, in un primo momento avevo accolto con entusiasmo questa opportunità. L’idea di poter aiutare i lavoratori e rimanere nel mio campo, HR Specialist, mi sembrava assurdamente bella. ‘Che botta di culo!’ ho pensato lì per lì: ecco, forse troppo? Eh sì, perché si sa che dietro grandi botte di culo si nascondono sempre grandi inculate.

Innanzitutto c’è il sedicente direttore, nonché unico “professionista” dell’Exploit Work, Dott. Bagoni: ometto sulla trentacinquina o forse sulla cinquantina – difficile dirlo – dall’aspetto untuoso, flaccido e con una stempiatura che sembra aumentare di secondo in secondo. La prima volta che mi sono recata presso la suddetta agenzia per il lavoro, pensavo fosse una delle molte agenzie sparse per l’Italia che aiutano moltissimi disoccupati a trovare una professione dignitosa. In realtà, il nome mi aveva creato qualche sospetto e la paga segnalata nell’annuncio appariva a dir poco risicata con contratto di sei mesi part-time (‘natravot) con possibilità di rinnovo, ma sticazzi con i tempi che corrono c’era poco da fare la schizzinosa: meglio di niente.

Il giorno del colloquio Bagoni mi ha accolto, inondandomi di parole sconclusionate sulle mie straordinarie competenze e sul fatto che la sua agenzia rappresentava – credo queste siano state le sue parole – il futuro del mondo del lavoro: «Noi qui troviamo soluzioni, miglioriamo la vita della povera gente!»
Ho accettato il lavoro, insomma.

Poi, è partito il lockdown per il Covid-19 – tipo una settimana dopo aver cominciato a lavorare per l’Exploit Worker – e ho scoperto che il concetto di smart working è, per Bagoni, sconosciuto, anzi inesistente:

«Ma non capisce, mia splendida signorina, che ci sono un sacco di disgraziati in giro che non ci capiscono un’acca dei decreti che il Governo sta approvando? Questi poveri cristi cercano le soluzioni che quel branco di incapaci dei politici non sanno spiegare con parole semplici, parole per il popolo e noi siamo qui per dare a quei disgraziati – e ci tengo a sottolineare disgraziati – le soluzioni».

«E quali sarebbero queste soluzioni?»

«Non si preoccupi, mia piccola stella, le troveremo. O meglio, lei le troverà. È qui per questo, no?»

«E ci facciamo pagare da questi, come dice lei, disgraziati?»

«Ma certo che no, mia cara. Quelli non c’hanno manco un euro bucato. Sono le aziende a cui forniamo manodopera che ci pagano. Tranquilla, tutta gente seria, gente perbene, imprenditori illuminati che porteranno il Paese nel Terzo Millennio».

«Ma siamo già nel Terzo Millennio…»

«Sì sì, vabbè. Senta vista la pandemia le propongo 300 euro, così come anticipo. Son tempi duri. Poi glieli detraggo dalla prima busta paga. Almeno si compra qualcosa di carino, non accetto la sciatteria nel mio ufficio… vestita così sembra ‘na monaca».

Ho pensato: ‘Dagli un calcio nelle palle e scappa’. Ma alla fine ho preso quei cazzo di 300 euro e da due mesi mi ritrovo per almeno dieci ore al giorno in una stanzetta angusta, coi muri sporchi e delle infinite pile di pratiche sulle scrivanie scrostate. Pratiche destinate al nulla, perché soluzioni per quei disgraziati che ci contattano non ce ne sono, tanto che questa supercazzola di Ufficio segnalazioni per il disagio professionale a lavoro nella mia testa si chiama Ufficio sfoghi per i dimenticati dal lavoro.

Sfoghi che peraltro si becca unicamente la sottoscritta, perché il buon Dott. Bagoni, mio titolare, passa il 99% del suo tempo a ingozzarsi di caffè e bomboloni alla crema (dove diavolo li trovi tutti quei bomboloni poi, non lo so), mentre fuma un puzzolente sigaro di terza scelta e se ne sta con i piedi allungati sulla scrivania a leggere la Gazzetta dello Sport, che chissà che cazzo ci scriveranno visto che è tutto fermo, demonio cane!

Stamattina una delle prime mail che ho letto era di un tale Cristiano: trentotto anni, proprietario di un piccolo pub in centro a Prato, incazzato nero.

Da: cristianohookpub@freemail.com                                                           

A: exploitworker@appenditimail.com

Gio 30/04/2020 09.50

Buongiorno (‘na sega),

ora voi vu mi dovete scusare, sarò tordo io, ma io d’icché gl’ha detto Conte un c’ho capio nulla. Ma si riapre o un si riapre. E se si riapre, icché si riapre a fare. E se un riapro, icchè vi scrivo a fare. Potrei riaprire e fare l’asporto, ma c’è un monte di beghe a fare l’asporto. E io un lo posso fare, dice. Aspetterò Giugno, ma fino a Giugno icché fo e arrivao a Giugno e l’è uguale. Dice «basta e ti stiano a due metri di distanza». Occome fo a dagli le birre alla gente a du’ metri di distanza? O chi so’ io, l’ispettore Gaget, maremma impestata lurida e ladra. 

E poi metti che trovo i’ modo di tenelli a distanza, e mi deano entrare uno alla vorta, perché i’ pubbe e saranno 40 metri quadrai. E siamo piccini noi. Occome si fa noi piccini. No via, spiegaemelo. Ma poi co’ ‘sta storia delle precauzioni. Ora io ho seguito un po’ la questione. Le mascherine, le mascherine, le mascherine… ma se c’hanno le mascherine, mi spiegae come cazzo fanno a bere la birra, maremma cane. Icché fanno e clienti. Lea la mascherina, metti la mascherina, lea la mascherina metti la mascherina…e poi i’ problema unn’ è la gocciolina di saliva? Occome fanno a bere senza lascia’ le goccioline su i’ bicchiere, che la lancian pell’aria e la pigliano a i’ volo? Mentre si leano la mascherina e se la rimettan subito davanti alla bocca per giunta. O icché sono Carate Chidde.

Ma vaiavaiavaia, a me vu mi sembrae tutti grulli. E intanto noi si more, dio….oh, abbiae pazienza e ho visto ora che ho lasciao i tinnove impostao su «pratese», maremma impestata. E ora un mi rimetto a riscrive’ tutto da punto accapo. Se v’avee capio bene e se un vunn’avee capio so’ cazzi vostri, tanto da’ retta e son più piccini di quelli che c’ho io ne i’ culo.
Distinti saluti, merde.

«Dott. Bagoni, io non so se ha letto la mail di Cristiano dell’Hook Pub, però…»

«Cestini, cestini signorina. Non gli dia retta a quello, tanto è già in ritardo con i pagamenti di due giorni e poi mi crea più casini che altro. Ma lo sa che mi paga le cameriere che gli mando al minimo sindacale

«Beh, in effetti con lavoro notturno e tutto il resto sette euro e cinquanta sono un po’ pochi…»

«POCHI?!?! Ma si rende conto che quello mi rovina la reputazione a farmi fare dei contratti regolari? Io gli mando gente disposta a prendere cinque euro l’ora e quello me la sovrastima, vuole pagare gli straordinari, i domenicali, ferie e malattie, niente nero. Ma voglio dire, siamo pazzi… sa quanti altri pub onesti ho sul piede di guerra perché gli arrivano persone che vogliono tutti i privilegi che promette quel coglione. Quella è concorrenza sleale, glielo dico io, non si faccia abbindolare signorina. Lei è troppo ingenua».

Proprio mentre commentavamo la situazione di Cristiano, a mio avviso una brava persona comprensibilmente incazzata e sconfortata, ha squillato il telefono. Quand’è il telefono, io m’aspetto sempre il peggio: di nascosto mi preparo i fazzoletti, perché come minimo mi si spezzerà il cuore a sentire le storie dei chiamanti, e prendo la fiaschetta dalla borsa. A fine conversazione un goccino per riprendersi bisogna farselo, almeno questo negli due ultimi mesi l’ho capito. Convincere Bagoni che io beva una roba per la cellulite fatta con l’anice è stato facile: che coglione.

Io: «Pronto, Ufficio sf… segnalazioni per il disagio professionale del lavoro, come posso aiutarla?»

Abdul: «Sono Abdul…»

Io (sottovoce): «Dott. Bagoni, c’è Abdul».

Bagoni: «Quale Abdul? Per me son tutti uguali, ne avremo trecento di Abdul».

Io: «Credo sia quello che abbiamo mandato a Taurianova per la Cirutti».

Bagoni: «Ah sì sì, me lo metta in viva voce. Mi fanno morire ‘sti migranti».

Abdul: «Ehi ehi, io aspettare da du ore, volete rispondere».

Bagoni: «Abdul, vecchio mio, come te la passi in Calabria? Sole, mare… ve la spassate, eh».

Abdul: «Sole, mare un cazzo, vecchio stronzo!»

Bagoni: «Eh, però così non sei carino Abdul. Io ti ospito nel mio paese, ti dò pure lavoro e tu mi tratti così…»

Abdul: «Tu chiama questo lavoro?! Noi essere qui scentoscinquanta, duscento persone. No luce, no acqua e qui con virus tutti hano paura. Noi stare in sei, sette in tenda, tutte tenda sei-sette persone. Come fare stare distanza? Come lavare mani pe’ no contagiare altri? Come sa-ni-fi-care dice io?»

Bagoni: «Ahahahahah!»

Abdul: «Ma che fa tu?! Che tu ride…»

Bagoni: «Ma Abdul da quant’è che sei in Italia che parli ancora così l’italiano? Non cambiare però, mi fate morire voi africani che parlate italiano».

Abdul: «Ehi cazzone, io parlare arabo, inglese, francese e no inizia con lingue africane sennò non finire più io. Stare da sei mesi Italia e parlare italiano, quasi melio di te. Io ha laurea in Architettura in mio Paese, che tuo paese non riconosce. E tu? Tu ha laurea? Io no crede. E io raccolie pomodori per gente come te, perché tuo paese no riconosce me, no riconosce marocchini, no riconosce bulgari, no riconosce…»

Bagoni: «Se se, vabbè Abdul, non c’ho tempo per le lezioni di geografia. C’ho da fare io».

Io (sottovoce): «Sì, a strafogarsi di bomboloni…»

Bagoni: «Che ha detto signorina?»

Io (togliendo il vivavoce): «Niente, niente. Che mi occupo io di Abdul».

Abdul: «Tuo capo essere uno stronzo. Perché tu lavora per lui?»

Io: «Non lo so, Abdul. È complicato. Comunque, mi spiace per la tua situazione, come posso aiutarti?»

Abdul: «Tu gentile. Volio avere notizie, qui arrivare poco o niente di quello che governo decide. Qui sono tanti irregolari. Perché loro non regolarizzare tutti noi, così noi più protetti e voi sapere se alcuni di noi malati o no per contenere virus? Se qui diffonde Covid, è fine, capisci. Se uno ha febbre e noi non sapere se malato o no, come fare? Tutti vicini e parlare con tanti padroni italiani. Loro poi potere portare a casa da familia. Nessuno avere mascherine, nessuno potere lavare. Ho detto prima. No acqua qui».

Io: «Perché non avete acqua?»

Abdul: «Polizia arrivata du giorni fa, staccato tutto. Noi arranjiare co taniche».

Io: «Ma non c’è nessuno che vi aiuta?»

Abdul: «Sì, qualche ragazzo associazione venire, credo associazioni si chiama Mediterranean Hope. Ma loro dovere dare mano a tutti qui in Piana a Joia Tauro. Milleduscento brascianti pagati poco, a volte no pagati. Ma no è quello problema, qui problema ora è virus. Troppa gente che bisogna aiuto, ragazzi associazioni aiutare tutti se possono: noi immigrati, italiani che no potere fare spesa, tipi anziani, o jente troppo povera. Loro aiutare tutti, ma noi essere troppi…»

Io: «Mi spiace Abdul. Adesso compilo il modulo e avvio la pratica, ma io non posso aiutarti più di così. Nessuno parla di voi e dei vostri diritti. Non gli interessava prima, figurati ora. Ma non ti abbattere! Allora, iniziamo: dammi le tue generalità».

La conversazione è durata un pezzo, non tanto perché servisse a qualcosa ma perché almeno Abdul potesse sfogarsi e aggrapparsi alla speranza di un foglio di carta. Come sempre, ho compilato il modulo: Abdul Houssai, 30 anni, maschio, sudanese, lavoratore filiera alimentaresfruttato, ma questo l’ho aggiunto io. Il problema è che ieri non solo Abdul ma anche Mohamed e Wissam ci hanno chiamato; l’altro ieri Asad; nell’ultima settimana non so quanti Bomani e Kofi e Malik e Tebogo. E chiunque altro, da qualsiasi settore e di qualsiasi nazionalità: ambulanti, commesse, ristoratori, baristi, parrucchieri, estetiste, proprietari di lidi, di discoteche e così via fino all’isola che non c’è, poi a destra e dritto fino a sto cazzo.

Insomma, oggi una giornata di merda, ma non meno di ieri. Tanto il copione è sempre lo stesso: Bagoni merda viscido becero, chiamate disperate, mail incazzate e io arresa a ‘sto schifo per 750 euro scarsi. Minchia, per fortuna è finita st’angoscia e mo’ torno a casa, m’alcolizzo e non ci penso più! Così penso, ma no, no, no, no. No, no. Mentre apro la porta di casa e faccio per entrare, infatti, vedo arrivare Iryna che a stento riesce a trattenere le lacrime:

«Alberta, tesoro, sciao»

«Iryna! Bella mia, come stai? Che succede?» e la abbraccio. Lei ovviamente inizia a piangere.

«No no, piano Iri’. Daje, entra. Ti preparò uno spritz e mi racconti».

«Sì sì» e singhiozza.

«E allora? Che succede? Non mi dire che è successo di nuovo!»

«Magari fosse solo quello Albe’! Questo Covid è disgrazia assoluta!»

La guardo lì, seduta al tavolo della mia cucina che sorseggia lo spritz e un po’ singhiozza. In faccia non ha nemmeno un filo di trucco e la sua pelle appare per quello che è, un cencio ruvido trattato malissimo. Gli occhi di Iryna però sono sempre assurdi, verde smeraldo con profonde striature grigie: da gatto. I capelli secchi, biondo platino, sono tutti arruffati in una cipolla. Col suo italiano dalla cadenza ucraino-romana mi appare disperatissima. Effettivamente lo è:

«Sigh! Albe’ ma te rendi conto? Ma come devo fa’ io? Lavoravo co’ vecchia. Ti ricordi signora Maria? Quella che mi lanciava oggetti e mi diceva: ‘Stronza polacca puliscimi culo?’ – che poi io cercava sempre di dire che sono ucraina, ma per quella vecchiacchia non cambia. Ecco, figlio ormai non si fida a farmi stare là e allora mi hanno licenziata e buttato fuori casa! Ma come faccio io adesso? Sono tornata per strada. Ho chiesto a mia amica Olga di ospitarmi in suo appartamento, ma anche lei è disperata. Non possiamo neanche tornare a casa, non ci fanno passare!»

«Ma quello stronzo non ti ha dato manco i soldi che ti spettavano?» chiedo questa cosa banale, conoscendo la risposta e solo per prendere tempo, perché le cose che mi dice Iryna vanno digerite.

«No! Disce che sua azienda è in difficoltà non ha soldi e io non avevo contratto e ora non posso fare niente! Olga mi ha procurato un paio di lavoretti, ma co’ Covid è pericoloso più di prima. Sigh sigh».

«Ma che lavoro t’ha procurato Olga?»

«In pratica Olga fa puttana all’Eur da tanto tempo – parla italiano benissimo lei. Prima aveva pappone, ormai Dio l’ha aiutata e ha trovato due trans e lavorano come piccola compagnia. Però ora con Coronavirus è merda. Non può lavorare sempre perché rischia che la arrestano anche per la storia della quarantena, sai? Ma come si fa? Lei non può chiedere niente, è senza soldi e sci’ha i fiji!»

«Aspe’ Iry’… Macché? Te sei messa di nuovo a fa’ la prostituta?»

Iryna, un po’ rossa e un po’ offesa: «Ecchè dovevo fa’?»

Io non so che rispondere e la guardo, Iryna scoppia di nuovo a piangere:

«Alberta! Alberta! Ma te pare?! Io facevo la badante, me prendevo du’ insulti da vecchiacchia e poi? E poi ero felice! Potevo mandare soldi in Ucraina e comprare qualcosa a me! Ma vita è sempre una merda! Come dicono qui a Roma: mai una gioia! E ora che potevo fare Alberta? Io vivo da Olga. Lei ha anche scritto mail a tuo ufficio sai? Per chiedere se ci era modo per avere aiuto! Tu non hai visto mail?»

Sì, l’ho vista la mail. Ma Bagoni merda viscido becero l’ha cestinata dicendo: «E che ci possiamo fare noi? Al massimo a fine quarantena, se Olga è sana, posso passare e farmi fare un lavoretto. Mica c’ho la bacchetta io».

Iryna continua: «Comunque poi per fortuna abbiamo trovato alcune associazioni che aiutano… senti, senti come ci chiamano… gli operatori sessuali! Io e Olga abbiamo fatto tante risate. ‘Operatori sessuali’, sembrava un lavoro come lo dicevano. Un po’ è stato bello. Almeno adesso possiamo fare un servizio a settimana, uno io e uno Olga – con clienti fissi che non ci dobbiamo spaventare – e un po’ tiriamo avanti. Solo che io… io voglio una vita meglio, solo poco, lo giuro».

Mentre vuoto il bicchiere dico a Iryna che ha ragione da vendere, ma con la ragione in questo porco mondo ce ne si fa niente. Dopo un po’ Iryna mi dice che deve andare, così la accompagno alla porta. Ci abbracciamo ma, prima di uscire, Iryna mi guarda furba e dice:

«Ah, ho dimenticato di dirti cosa. Prima di andarmene via da casa di vecchiacchia ho lasciato mia merda in vaso di salotto» ride forte e se ne va.

E in quel momento, io decido che basta, domani mi licenzio e a Bagoni lo mando dritto dritto a fare in culo, ma non senza un calcio nelle palle. Un calcio bello forte.

QuaranThreevial N°4: Lavoro Republik. Un articolo di R. Dell’Ali e A. Stirner

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