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La tigre del Bengala, un racconto di F. Bordonali || Three Faces

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09 Set La tigre del Bengala, un racconto di F. Bordonali || Three Faces

La tigre del Bengala, un racconto di F. Bordonali La tigre del Bengala

Un racconto di Francesca Bordonali

Illustrazione di Elise Brique

 

Nella foresta di mangrovie il mattino arriva all’improvviso: la nebbia si alza e lascia filtrare i primi raggi di sole, la luce penetra tra le foglie, andando a scaldare le radici nodose che si stendono ai lati della palude. Dal grigiore della notte, emergono i profili dei rami, dei tronchi degli alberi e degli animali pronti al risveglio. Tra questi appare una curva sinuosa, che si contrae destandosi. La tigre solleva il muso e annusa l’aria: è ora di andare a caccia.

La sveglia suona alle 6.01. Andrea si alza in piedi di scatto, come un soldatino, accende le casse e seleziona qualcosa sul cellulare; sullo schermo appare un volto di tigre stilizzato.
‹È ora di svegliarsi, la caccia ti aspetta›.
Gli altoparlanti sputano una voce metallica e monotona.
‹È ora di svegliarsi, ripeti dopo di me: io sono una tigre›.
«Io… io sono una tigre».
La voce del ragazzo è rauca, come se non lo avesse seguito nel suo brusco risveglio.
‹Di nuovo: io sono una tigre›.
«Io sono una tigre».
‹Un’ultima volta con più convinzione: io sono una tigre›.
«Io sono una tigre!»
Questa volta la voce esce limpida e decisa. Aspetta da molto tempo questo giorno; il suo addestramento, guidato dalla voce dell’app, è giunto al termine.

Con passo leggero, la belva si avvicina a un albero e ci appoggia le grosse zampe anteriori. Inizia il rito: estrae le unghie e fa forza contro la corteccia strisciando verso il basso, mentre la spina dorsale si incurva ritmicamente sciogliendo il torpore della notte che le pesa ancora addosso.
Una volta pronta, la tigre resta immobile a fissare il vuoto: l’aria è più fredda questa mattina, il tempo sta cambiando. Ha bisogno di una grossa preda, potrebbero trascorrere giorni fino alla prossima occasione per una buona caccia.
Si muove silenziosa tra gli alberi e nell’erba alta ai margini della palude. Solo un occhio attento sarebbe in grado di scorgere l’arancione del suo mantello tra un filo d’erba e l’altro.

‹Lo spirito della tigre è dentro di te. Non reprimere la rabbia che hai dentro, ti servirà. Accoglila come una vecchia amica›.
Andrea non riuscirebbe a reprimerla neanche se lo volesse, è sempre stata viva. Non ricorda come fosse stare senza. Per lui è più che una vecchia amica, è una madre: la rabbia lo ha prima distrutto e poi fatto rinascere. Lo ha corroso dentro creando lo spazio per lo spirito della tigre; e questo è cresciuto dentro di lui, nutrendosi della sua angoscia.
‹Risveglia lo spirito della tigre assopito dentro di te e preparalo alla caccia, lui ti aiuterà in questo giorno glorioso›.
Il ragazzo è in mutande, in piedi davanti allo specchio. Ascolta la voce metallica e sul ritmo di quei suoni regola il proprio respiro. Poi si veste: pantaloni neri, giacca scura, stivali e guanti neri. In passato ha perso molte volte la speranza, ma ora ha un maestro: lo spirito della tigre anima ogni sua scelta e fino a quel momento non l’ha mai deluso.
‹Senti lo spirito della tigre del Bengala che prende possesso del tuo corpo e ne comanda ogni gesto. Lei sa cosa fare. Lasciati guidare›.
Un tempo teneva la schiena sempre curva e lo sguardo rivolto a terra. Pensava che così nessuno l’avrebbe notato. Se non guardava le persone negli occhi non avrebbe incrociato i loro sguardi carichi di curiosità mista a disprezzo; non avrebbe dovuto rispondere alle loro domande provocatorie. Diventava invisibile.
‹Respira profondamente e ascolta la tua forza interiore, che cresce mentre la tigre si prepara alla caccia›.
Quel tempo è finito: l’avrebbero nuovamente guardato negli occhi, ma lui avrebbe ricambiato lo sguardo vedendo nel loro solamente paura. Andrea si osserva allo specchio, la schiena diritta, il volto duro. È ora: infila le cuffiette nelle orecchie ed esce.

Il cerbiatto che si abbevera alla pozza poco lontano è troppo giovane e inesperto per scorgere la tigre o sentirne l’odore. Lei, invece, l’odore della preda lo sente molto bene da tempo.
A volte rimane immobile per ore ad aspettare che il momento sia quello giusto, che l’aria trasportata dal vento non riveli la propria presenza. Ma non questa volta. Questa volta la tigre ha fame e non può aspettare che arrivi la tempesta. Annusa l’aria un’ultima volta prima di lanciarsi all’attacco con la velocità e la violenza di un fulmine.

‹Il tuo spirito è pronto alla caccia, devi preparare il corpo. Non sei un debole, tu non sei come loro. Affila i tuoi temibili artigli›.
Andrea entra nel capanno accanto a casa e alza il telo grigio: sotto i suoi occhi brilla un fucile. Impugna arma e munizioni controllando che sia tutto in buono stato e funzionante. Dopodiché sale in auto.
‹Ora tu e lo spirito della tigre siete la stessa cosa, un’unica entità di forza, agilità e bellezza. Prima di partire per la caccia annusa l’aria per assicurarti che il momento sia propizio. Lo spirito della tigre saprà guidarti in questo›.
Andrea scende dall’auto, il borsone pieno di munizioni in spalla. Inclina leggermente la testa all’indietro portando il naso verso l’alto, annusando l’aria. Sente odore di ciliegi in fiore e di erba appena tagliata: è il giorno giusto. Indossa la maschera che teneva in mano e si dirige verso il retro della scuola.
‹Sei pronto: fletti i muscoli e lanciati all’attacco. Ricordati che solo così sarai libero. Tu sei la tigre›.

Quando la tigre fa ritorno nella fitta foresta di mangrovie l’aria è cambiata: si può sentire distintamente il vento provenire da nord e l’odore della terra bagnata che trasporta. Gli ultimi raggi di luce, che filtrano dalle spesse nubi, fanno luccicare il sangue vermiglio che ricopre il suo muso. Si lecca i baffi, più per sentire ancora il dolce sapore della preda che per liberarsi dal fastidio del sangue secco. Stanca per lo sforzo ma soddisfatta per l’esito della caccia, la tigre ora può rilassarsi e lasciarsi andare alla dolcezza di un riposo meritato.

Le mani di Andrea non smettono di tremare. E pensare che erano così salde mentre correva per i corridoi sparando in direzione di ogni movimento percepito, guidato più dal suo istinto che dai suoi occhi. A vederlo si potrebbe pensare che il tremore sia segno di cedimento o di debolezza. Ma non è così: è eccitazione. Non si è mai sentito così vivo. Sul tetto della scuola il vento è forte, gli schiaccia la maschera contro la faccia. La toglie per sentire sul suo volto tutta la potenza dell’aria. Quello che stringe tra le mani è un grottesco muso di tigre, reso ancora più terrificante dal rosso che ne tinge i lunghi baffi.
Ora è libero: lancia la maschera di sotto prima di seguirla nel vuoto.

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