La dieta ipocalorica – Viaggio a Berlino – V.Bonfanti

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04 Ago La dieta ipocalorica – Viaggio a Berlino – V.Bonfanti

La dieta ipocalorica.V.BonfantiPensa se esistesse una macchina in grado di trascrivere e stampare simultaneamente tutte le idee, le teorie che attraversano la mente di noi esseri umani; in poco tempo saremmo sepolti sotto rotoli di carta e soffocati da flussi di coscienza. Ma niente di questo genere esiste, il pensiero è fugace! Distratti dalla moltitudine di scelte lo lasciamo dissolversi senza lasciare traccia. E noi siamo quello che facciamo.

A Berlino siamo in coda. In coda per la discoteca più bella d’ Europa o per il kebab più buono di Berlino. Ci sarà un’ora di attesa. Poi lo assaggi ed è sublime. Anche stavolta avevano ragione, o il mio gusto mi inganna perché anch’esso ha pietà di me? C’era anche l’ hamburger più buono di Berlino ma non abbiamo creduto necessario fare una coda per assaggiarlo, o forse semplicemente non avevamo tempo. In Cina c’è il Buddha più grande del mondo e gli sceicchi fanno a gara per avere il grattacielo più alto. Deve essere l’ inverno più freddo degli ultimi cento anni. Non fatico a crederci: il cuore non si scalda e le sinapsi sono paralizzate. Hai mai assaggiato la cioccolata più buona di Pavia? Forse ci sarà un po’ di coda ma ne vale proprio la pena. Rauma è la città più antica della Finlandia, è anche patrimonio dell’ UNESCO per questo. In realtà probabilmente Porvoo è la città più antica della Finlandia, ma nessuno se la fila. Capo Nord è nel punto più a Nord dell’ Europa continentale; poi quando ci arrivi scopri che non è vero, c’è un altro lembo di terra poco più a ovest che si spinge più a nord. Ammaliati dall’eccesso o semplicemente disorientati dalle infinite possibilità non riusciamo a individuare mete personali e ci lasciamo persuadere a raggiungerne altre. Stiamo semplicemente in fila come gli altri e accogliamo affamati soluzioni, come pillole, che arrivano dall’ alto e ci nutrono di questa dieta ipocalorica.

Comunque a Berlino, dicevo, siamo in coda. Alla testa di quel silenzioso, ordinato e inquieto serpente di giovani spaventati ed eccitati, tristemente sicuri di sé o tristemente insicuri, c’è il palazzo del Berghain. Un’ attesa di un’ora, a vederla così. C’è un irreale silenzio. C’è sacra speranza. Al Berghain ti selezionano all’ ingresso. Alla foce di quel rigagnolo, a bloccare l’entrata al club un plotone di tre uomini gravi distrugge a ciechi colpi il silenzio e la speranza degli ordinari ragazzi che vogliono ballare, o forse no, vogliono passare. Si avanza a due a due perché non entri se fai parte di un gruppo. Niente stranieri, niente ordinario ma non troppo stravagante, non troppo etero, non troppo gay, non troppo giovane, non troppo felice. Si avanzava seri perché passare era una cosa seria.

Sposto l’attenzione al palazzo sullo sfondo e mi chiedo com’è dentro? Racconti ebbri di vertiginosa musica e gente straordinaria, atmosfera irreale, dimentichi chi sei, che ore sono e che giorno è, apre il venerdì notte e chiude il lunedì all’alba, è la discoteca più bella d’ Europa e vendono anche il gelato, dentro. Gli scartati tornano verso la coda del serpente in una triste marcia accanto agli altri ragazzi ancora trepidanti. Lo sguardo è basso, sono stati scartati; chissà cosa c’è di sbagliato in me? Una vergognosa sfilata accanto a gente che forse ce la farà, al contrario di te. E ora che fai? Cambi piani o ci riprovi? I più testardi e sicuri si rimettono in coda, probabilmente il plotone non ci ha visto bene. Gli insicuri se ne vanno, maledicendo tutto e tutti. Intanto a due a due si avanza e il palazzo diventa più grande, si iniziano a sentire i bassi e i più bassi iniziano a fremere. Da due la fila diventa indiana e a piccoli passi marciamo verso la nostra sentenza. Massimo silenzio e sguardo basso, tra poco verremo selezionati per entrare o rimanere fuori dalla discoteca più bella d’ Europa. Quasi non mi ricordavo che stavamo andando a ballare. Un compagno della fila mi dice che ha sentito dire che uno su dieci viene fucilato. Sospiriamo e in fondo non è che ci dispiaccia poi così tanto per quelli ammazzati, siamo tutti concentrati per passare la selezione. Negli ultimi venti metri di fila ci hanno legato le caviglie, così ora l’ unico rumore che si sente di questa lenta marcia è solo un rumore di catene che sfregano a terra. Il ragazzo davanti a me è così sfacciato con quel cappellino girato all’ indietro; è oltraggioso. Non sa forse che non sono ammesse certe rozzezze qui? Al suo turno infatti viene scartato e portato via a forza. Si dimena e si batte il petto. Crede sia uno sbaglio, prova a spiegarsi. Ma l’hanno portato via e non lo vediamo più. Forse è il momento dell’ uno su dieci.

Il cuore inizia a battere forte. Cosa ci faccio qui? Sguardi solidali e terrorizzati mi circondano. È il turno delle amiche davanti a me. Passano. Dicono grazie al comandante e lasciano scappare un sorriso commosso. Io sono confusa e in disapprovazione ma prima ancora di formulare il pensiero mi trovo nuda di fronte al plotone. Mi annusano, prendono le mie misure, guardano in bocca se ho tutti i denti. Sono dignitosamente seria e sostengo il loro sguardo mentre un addetto del plotone mi piega in avanti per vedere se nascondo qualcosa di proibito nelle mie intimità. Sono piena di dignità. Ancora trabocco di dignità quando mi dicono il verdetto: dentro, senza nemmeno parlare, solo un cenno della testa calva e tatuata del comandante. Cerco di rivestirmi e di ricompormi, riposiziono tutto dove era nella posticcia torre pendente delle mie caratterizzazioni esterne. Ora che sono dentro mi riapproprio della teatrale fortezza del mio sguardo. Ce l’abbiamo fatta tutti. Nessuno fucilato, dei nostri. Sono sicura che presto mi ricorderò anche dove sono.

Dinamiche sociali di confronti personali teneramente inammissibili. Le accolgo testardamente come parte di questa informe e colorata incoerenza nella quale m’è d’obbligo vivere e io mi ci calo senza chiudere gli occhi e la bocca. Liquidamente mi riempie gli orifizi ma mi resta ancora un fiato di ossigeno per sorriderne e sospirare.

E ora si inizia a ballare, amici, e smetteremo solo quando sentiremo dolore. Lasciamoci assordare da questa musica e lasciamo che i suoi bassi ci facciano tremare le viscere. Siamo così piccoli e semplici, la nostra è solo paura.

Viola “Elettra” Bonfanti

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1Commento
  • mere
    Posted at 17:49h, 23 aprile Rispondi

    Scrivi un libro Viola… 🙈👏👏

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