La città di Vogel, un racconto di F. Bordonali || Street Stories

La città di Vogel F. Bordonali Dubhe

La città di Vogel

di Francesca Bordonali

Illustrazione di Dubhe

A Vogel giunge chi ha smarrito la strada o chi, vagando senza meta, si ritrova tra le sue vie ciottolate per puro caso. La città non è segnalata su nessuna guida turistica e non vi è alcuna attrazione che la renda degna del passaparola. Per questo motivo è molto difficile che il viandante riconosca al primo sguardo, tra i vicoli del centro, i segni di ciò che a Vogel è accaduto, gli avvenimenti che gli anziani della città ricordano e che i bambini conoscono come fiaba. Solo un occhio attento potrà scorgere nella forma di alcuni ciottoli della pavimentazione due ali di uccello e allora, alzando lo sguardo al cielo in modo istintivo, vedere legati ai comignoli aquiloni dai colori sgargianti a foggia di cicogne, gru e fenicotteri. Ma, attraversando le piccole piazze irregolari, sarà facile notare i bassorilievi sulle pareti e le sculture dalle forme alate che le adornano. Lo straniero potrà intuire che, mentre alcune città celebrano a ogni angolo i propri eroi di guerra e uomini illustri, Vogel rende omaggio alle ali degli uccelli e al loro volo, come se questi ne avessero definito l’essenza. Chi non vorrebbe, arrivato a questo punto, conoscere il significato di tali simboli? Il viaggiatore sarà infatti tentato di fermare un giovane uomo, una donna o un bambino, toccarlo gentilmente sulla spalla e, con voce tremante di curiosità, domandare: «Cosa successe in questo luogo per rendervi le ali degli uccelli così care?»
La maggior parte degli abitanti lo allontanerebbe con un sorriso imbarazzato e cortese, senza capire a cosa si riferisca. Solo se il viandante trovasse un’anziana signora fuori dalla porta di casa, intenta a guardare la vita che passa, o un vecchio con il bastone, che si aggira lentamente nei vicoli, avrebbe speranza di porre la domanda a qualcuno che ricorda. Allora gli occhi grigi dell’anziana si volgerebbero al cielo, lucidi di lacrime. Le gambe del vecchio prenderebbero a tremare, costringendolo a sedersi, con il viso rivolto ai ciottoli a forma di ali. Se a questo punto il viaggiatore avesse ormai perso le speranze di capirci qualcosa, rimarrebbe stupito nel sentire gli anziani iniziare a raccontare in questo modo: «Il primo fu Andrea».

Andrea, fronte liscia e viso allegro, si muoveva tra le vie, una mattina tersa di febbraio, dispensando sorrisi agli adulti e gentilezze ai bambini. Andrea aveva troppa vita dentro quel giorno, così tanta da scalare velocemente i gradini incurvati del campanile e, arrivato in cima, oltrepassare il muretto di contenimento, desideroso di incontrare i ciottoli del sagrato sotto di lui. Tutta quella vita ad Andrea non faceva bene, le emozioni erano gettate alla rinfusa nella sua anima, premevano da tutte le parti, come un impasto in lievitazione in un contenitore troppo piccolo. Si trovava con la punta dei piedi verso il nulla ed era sicuro che quello fosse l’unico modo per essere finalmente libero.
Giorni dopo Andrea avrebbe affermato che se non avesse volto per un ultimo istante lo sguardo al cielo, per portare con sé l’azzurro intenso, si sarebbe lanciato nel vuoto, liberandosi di ogni emozione. Ma quando lo fece vide un uccello planare verso di lui. Non si trattava di un albatros o di un condor, ma di un essere alato di grosse dimensioni, superiori a quelle di una persona. La forma sembrava di un airone, di quelli che spuntano tra i campi le mattine di nebbia, ma questo, quando si fermò con le zampe aggrappate al cornicione e le ali chiuse, guardò Andrea dall’altro al basso, sovrastandolo. Una lacrima accarezzò la guancia destra di Andrea quando si trovò a pensare quanto fosse meravigliosa quella creatura, tanto da fargli passare di mente ciò che stava per fare.
Nessuno degli anziani ricorda per quanto tempo l’ingombrante volatile seguì Andrea. Se all’inizio gli abitanti erano terrorizzati alla vista dell’airone, dopo qualche tempo vi fecero l’abitudine, quasi si trattasse di un animale domestico. Andrea riprese la sua vita, seguito giorno e notte dall’animale, senza più salire al campanile. Il malessere di Andrea non era sparito, anzi era peggiorato, ma quando guardava l’airone gli sembrava di riuscire a dare un nome e un volto al disagio che provava: Giulia, riccioli neri, occhi verdi, odore di mela. Se ne era andata lasciandolo solo e non l’aveva mai più rivista. Perché gliela ricordava? Perché quell’uccellaccio che gli aveva salvato la vita gli riportava l’attenzione su ciò che più di ogni altra cosa avrebbe voluto dimenticare? Il malessere si tramutò in angoscia. Passava le notti a rigirarsi nel letto e quando apriva la finestra al mattino l’airone era nel suo cortile, incredibile e commovente. Andrea si sarebbe ritenuto maledetto se dopo qualche tempo non ne fossero apparsi altri.
La successiva fu Silvia: trucco curato e scarpe lucenti. Aveva perso il lavoro e con quello le speranze per il futuro; raccontava che avrebbe girato il mondo, ma passava le giornate tra letto e divano. Al decimo sonnifero ingoiato, un’enorme gru bussò con il becco alla finestra di casa e non la lasciò più sola. Poi Alfredo, notaio rispettato, con un figlio in America che lo aveva cancellato dalla sua vita. Per lui fu una cicogna, con il suo peso fece spezzare il ramo al quale stava legando la corda. Seguì il caso di Lucia, sorpresa nella vasca da bagno da un fenicottero, mentre stringeva la lametta tra le dita tremanti. Paolo fu preso al volo oltre il ponte da un’aquila. La città si popolò di queste creature: dalle finestre delle case si potevano vedere i becchi e le piume vagare tra gli edifici, ma nessuno fu mai visto alzarsi in volo dopo aver scelto chi seguire. Presto la città si abituò ai volatili dalle dimensioni insolite che camminavano per le strade, seguivano i loro prescelti o se ne stavano appollaiati sul tetto delle case durante la notte, mentre le persone cercavano di dormire sonni tranquilli.
Il viaggiatore che fosse riuscito a seguire il racconto fino a questo punto, si troverebbe inevitabilmente a chiedere che fine abbiano fatto tutti gli uccelli. Allora il narratore ricomincerebbe a parlare così: «La prima fu Rita».

Aveva perso il suo amore più grande, il figlio: due occhi blu che guardavano il cielo mentre l’aquilone volava, ginocchia sbucciate nei pomeriggi d’estate. Un diavolo silenzioso l’aveva divorato dall’interno. Rita aveva chiuso a chiave la cameretta, nascondendoci dentro tutte le cose di suo figlio, poi aveva voltato pagina. A seguirla era un colombo: dimensioni di un’automobile, piumaggio color vaniglia e occhi di una dolcezza quasi umana. Una mattina nebbiosa, Rita girò la chiave nella serratura della cameretta, dopo tutto quel tempo sentiva ancora l’odore della pelle del suo bambino. Si sedette sul lettino, afferrò il cuscino tra le braccia e inspirò forte dilatando le narici. Prima di espirare, la crosta di vetro che avvolgeva il cuore di Rita si frantumò rilasciando ciò che vi era rimasto rinchiuso: risa, capricci, pomeriggi al parco, sguardi arrabbiati, allegri, carezze, mancanza e dolore. Rimase il vuoto. Il vuoto che si era negata per tanto tempo, su cui aveva versato il resto della vita, asfissiando il ricordo. Aprì la finestra, il colombo infilò il capo fissandola negli occhi. Rita tese la mano per sfiorarne il becco, ma non sentì nulla sotto le dita, come se avesse passato la mano nel vapore. Si alzò il vento e la nebbia si diradò un istante prima che il colombo si levasse in volo per non tornare mai più.
Nella confusione che seguì nessuno ricorda chi fu il secondo. Per alcuni fu proprio Andrea; scoppiò in lacrime dal panettiere mentre comprava il dolce preferito di Giulia. Dicono che abbracciò il commesso, farfugliando qualcosa riguardo al fatto che ora poteva lasciarla andare. Per altri fu la piccola Chiara, quando raccontò a mamma e papà il suo segreto, vincendo la paura. Ma una garzetta e un airone, una volta in volo, sono difficili da distinguere.
La sequenza fu inarrestabile, uno per volta i volatili, come erano venuti, scomparvero nel cielo senza lasciare traccia. Rimasero vuoto, sentimenti esposti, sospiri rilasciati, e sonni tranquilli da dormire. A Vogel ciò che era stato non venne sepolto ma portato alla luce ed esposto alla vista di chi fosse stato in grado di osservare. Alla creazione dei dettagli, che a Vogel ricordano ciò che è accaduto, contribuirono tutti: artigiani, fabbri, casalinghe e bambini. Il viandante che avrà ascoltato la storia fino alla fine potrà ritrovarne altri oltre a quelli notati al suo arrivo: nella forma del dolce tipico, nei colori delle tegole dei tetti, nei disegni dei bambini esposti alle finestre, gli sembrerà persino di percepirlo nella musica del violinista di strada.
Sebbene pochi tra gli abitanti di Vogel conoscano la storia che si nasconde dietro a questi riferimenti, non v’è cittadino che nel vedere le ali che decorano strade ed edifici non senta immediatamente lo spirito alleggerirsi e sollevarsi verso il cielo, come un uccello in volo.

La città di Vogel, un racconto di F. Bordonali || Street Stories

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna su