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La casa dei nonni, un racconto di Mirko Tondi || Three Faces

La casa dei nonni, un racconto di Mirko Tondi. Three Faces. Fotografia di Marco Castelli EV

25 Giu La casa dei nonni, un racconto di Mirko Tondi || Three Faces

La casa dei nonni, un racconto di Mirko Tondi. Three Faces. Fotografia di Marco Castelli

La casa dei nonni, un racconto di Mirko Tondi. Three Faces. Fotografia di Marco Castelli

La casa dei nonni

Un racconto di Mirko Tondi

Fotografia di Marco Castelli

 

Così adesso mi ritrovo nella vecchia casa dei nonni. Solo che i nonni non ci sono più. E la casa non è nemmeno nostra, tantomeno mia.

Mia madre l’aveva venduta dopo averla ereditata, perché diceva che coi lavori per la tramvia là vicino a Piazza Paolo Uccello, il traffico deviato e tutto quanto, la battaglia di San Romano sarebbe stata nulla a confronto. Sicché, visto che non aveva nessuna intenzione di viverci, l’aveva data via per pochi soldi. Io me ne ero andato da Firenze qualche anno dopo, per lavoro, ma ogni volta che ci tornavo facevo un salto là davanti.

Come oggi. Chi lo sapeva che ci avrei trovato il cartello di vendita. È stato più forte di me: ho chiamato il numero dell’agente immobiliare e ho chiesto se era possibile vederla subito. Lui ha accettato e ora, proprio ora che sta per aprire il portone, a me pare di tornare quand’ero ragazzo, quando abitavamo tutti insieme e uscito da scuola mi precipitavo a prendere il 6 in piazza D’Azeglio per andare verso casa. Istituto tecnico per geometri: ancora oggi mi chiedo perché l’ho scelto.

A quel tempo, dopo la fermata di San Marco, il bus imboccava via Cavour e passava davanti al Duomo, e io vedevo la città sorridermi. Ora è tutta area pedonale, sarà pure una cosa buona però rivivo la scena con una certa nostalgia. A parte questo, le cose non sono poi così diverse: ecco i turisti a frotte, la guida con l’ombrellino giallo e gli altri tutti in fila di fronte al campanile di Giotto, e poi via de’ Calzaiuoli coi suoi ambulanti che scappano appena vedono i vigili da lontano, i venditori di caldarroste d’inverno anche se non fa freddo e i negozi, parecchi, che il sabato pomeriggio non riesci nemmeno a entrarci da quanto son pieni. Nel punto in cui c’era una libreria, magari adesso ce n’è un’altra. Nel punto in cui c’era Piazza della Signoria, ecco, quella è sempre la stessa.

“Su per le scale, corri dai, la nonna ha preparato qualcosa di buono!” mi dico mentre salgo. Cioè, non è che proprio me lo dico. Me lo immagino. Perché adesso sono di nuovo con l’agente, lui sta per aprire la porta d’ingresso e io ho come una vampata di ricordi che mi sale da dentro, fino quasi a volermi uscire dagli occhi, dalla bocca, da ovunque.

I vicini. Chissà se sono ancora i Cecchi, oppure son morti. Ma sì, avrebbero qualcosa come 105 anni, del resto.

Sento la serratura blindata fare clang e pian piano la luce che arriva da dentro mi impedisce di vedere bene. È un appartamento molto luminoso, ricordo alla perfezione. Poi, vinto il bagliore, distinguo tutto. La sala. I mobili sono diversi, d’accordo, e non mi piacciono neanche un po’, se devo essere sincero. Però la stanza mi parla.

Mi rivedo una mattina poco più che bambino, coi nonni e la mamma, appena tornati dal mercato delle Cascine, con le buste della spesa: la verdura a mazzi, le magliette a pochi spiccioli, le lenzuola che se vai a comprarle al negozio magari le paghi il doppio e anche di più.

L’agente mi mostra gli ambienti e dice qualcosa, io mica lo ascolto. Capisco solo che la casa l’ha messa in vendita un Indiano, uno che ha una rosticceria lì vicino e gli ha dato le chiavi, lui lo conosce bene, ogni tanto ci va pure a mangiare. Io penso alla casa. La cucina, il piccolo bagno, il lungo corridoio e le camere.

Quando vedo camera mia, la vampata si trasforma in una trottola impazzita, e l’eccitazione e la memoria e la nostalgia schizzano per posarsi sui muri, in ogni angolo. Sulla finestra. Da lì aspettavo sempre mio padre, che ogni weekend mi veniva a prendere per portarmi a fare un giro. Una volta mi portò a vedere la Fiorentina, glielo dissi solo dopo che io facevo il tifo per la Juve. Un’altra al calcio in costume, non ci capivo niente, ma le botte che si davano i giocatori, quelle sì, le capivo eccome. E poi il cinema all’aperto, ci andavamo sempre. Dopo magari facevamo un giro al piazzale a prendere un gelato, quanta gente che c’era al passeggio. Anche oggi ci sono stato, prima di venire qui. Alla chiesa di San Miniato poi non potevo non andarci. Credo sia la chiesa più bella di Firenze. Almeno per me, certo.

L’agente cerca di acchiappare la mia attenzione, mi sa che mi ha visto piuttosto distratto.

– Allora, che ne pensa? L’è un bell’oggettino, no? – Che modi gravi, mi pare la persona più inadeguata al mondo a fare l’agente. Come fa a vendere le case?

– Sì, è un bell’appartamento – dico io, e mi scappa un sorriso dilagante di malinconia.

– Guardi che qui siamo a un passo da San Frediano, Santo Spirito, quella zona lì, Oltrarno, conosce? –

– Abbastanza, sì… –

– No, perché lei ha un accento strano, non riesco a decifrare… di dove l’è? –

– Io… – Non gli rispondo. La mia testa torna a vagare e atterra proprio lì, su Santo Spirito, con le sue zingarate, gli ubriachi e i punkabbestia che in un bizzarro contrasto si alternano ai modaioli firmati. Ci passavo le nottate, quando facevo l’università.

– Il prezzo è trattabile, eh – Come faccio adesso a dirgli che io questa casa non la voglio comprare, che sono venuto a vederla soltanto perché ci ho vissuto? Come faccio a dirgli che da Firenze in fondo me ne sono voluto andare perché non l’ho mai amata fino in fondo, va bene che la bellezza non si discute, ma tutto questo cullarsi del passato, dio, stucchevole, e poi la gente, hanno ragione a dire che quelli di Firenze sono diffidenti, che te lo tirano in culo appena ti volti, e quei suoi personaggi da bar che si punzecchiano a vicenda con il loro umorismo truce e stanno a guardare la partita e a infamare i calciatori e a bestemmiare e a urlare, no, no grazie, non fa per me, davvero.

– Io… senta… –

– Insomma, che dice? – Come faccio a dirgli che quest’accento io non lo sopporto, con quella cazzo di C aspirata e le parole spezzate, e quelli che dicono “cardo” o “sordi”, insomma mettono la R al posto della L. Come faccio a dirgli che…

– Insomma? – ripete, e mi guarda negli occhi con aria da vero venditore, poi mi porge la mano. Lo fisso solo un attimo.

– Va bene – gli dico infine, stringendola. Poco dopo gli firmo l’assegno e mi accorgo che non c’è bisogno di dirgli nient’altro.

La casa dei nonni è un racconto di Mirko Tondi tratto da StreetBook Magazine #2

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