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Karibu Tanzania! Pt. 3 di M. V. Genovesi || Viaggio || THREEvial Pursuit

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21 Nov Karibu Tanzania! Pt. 3 di M. V. Genovesi || Viaggio || THREEvial Pursuit

 

Karibu Tanzania! Pt. 3

Attraverso gli occhi di una mzungu

di Maria Vittoria Genovesi

 

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Volunteering or not volunteering?

Un dubbio comune a molti di fronte al quale sarebbe più facile soprassedere e che contro ogni aspettativa ho fatto mio nel corso del tempo, perché decidere di svolgere volontariato in Africa è stata soprattutto una scelta presa di cuore e di pancia. In caso contrario sarei rimasta a casa, avrei continuato a dare gli esami rimasti e avrei proseguito con la mia vita in procinto di essere ‘apparecchiata’. Per qualcuno quindi avrei ‘economizzato’ il mio tempo in maniera più responsabile, del resto in una società che si sta sempre più commercializzando, il volontariato è una pratica ‘perdi tempo’ sempre meno popolare.

Sono in molti a vedere nell’altruismo una forma singolare di auto terapia psicologica. In quest’ottica, fare del bene equivale alla corsetta mattutina o alla sessione di palestra serale, quindi all’ottenere una temporanea gratificazione personale. A queste persone banalmente rispondo che non troverei niente di male se nel fare del bene se ne ottenesse altrettanto, purché se ne facesse. La verità è che queste persone sono le medesime che finiscono per non fare proprio un bel niente, poco per loro e ancora meno per gli altri.

tanzania pt3 ridotta 2Non sono partita alla ricerca di gratificazioni personali di cui non percepivo il bisogno e che avrei ottenuto con un minor dispendio di tempo, energia e, diciamocelo, soldi, restandomene comoda nell’illusione che tutto il mondo sia un bel Paese. Sono partita perché mi andava di farlo e credevo in quello che ci saremmo apprestati a fare. Vivendo in un’epoca in cui i più percepiscono il dare senza ricevere niente in cambio come qualcosa di paradossale, svolgere volontariato parrebbe non avere alcun senso. Perdiamo energie, tempo e (molti) soldi. In effetti è proprio così che è andata: ho speso molto senza aver ricevuto materialmente niente. Se sia o meno quindi una richiesta di aiuto più o meno inconscia è un dilemma che lascio ad altri.

Incredibilmente, decidere di partire è stato più facile di quanto pensassi e la cosa più giusta da fare in quell’esatto momento. Incredibilmente, è stata l’esperienza più difficile e a tratti sofferta che abbia mai intrapreso. Possiamo girare il mondo o starcene sempre a casa ma, se non si hanno occhi per osservare, ogni esperienza sarà uguale ad un’altra e allora tanto vale davvero restarsene a casa.

Maji Moto non ha significato unicamente i confini di un mondo geograficamente conosciuto, ma quelli di un mondo – il mio – che mai prima di allora avevo indagato così profondamente. L’Africa notoriamente non è una meta spirituale, non ci sono templi né luoghi di preghiera dove andare in pellegrinaggio, non ci sono famosi cammini da intraprendere, eppure è stato il mio tempio, un banco di prova sul quale confrontarsi, ben più arduo di quanto mi aspettassi. E di cose non me ne aspettavo molte, fortunatamente! Se davvero mi fossi aspettata tutto quello che ho trovato, non sarei partita. Mi piace pensarla così. Il lavoro in cantiere infatti è stato lungo, molto duro e a tratti alienante. Sveglia presto la mattina e 10 ore di lavoro sotto il sole anche nelle ore più calde. Al rientro un secchio d’acqua per sciacquare via la polvere, nessun bagno né alcun comfort e improponibili pasti occidentali. Poi c’è stata la maledizione del capretto! Quel capretto poco cotto (o mal cotto chissà) ci ha steso tutti, chi a letto e chi nei campi ad espellere gli intestini. A prima vista insomma una maledetta punizione auto inflittami.

Per non parlare dei maji motiani e delle loro usanze a tratti inconcepibili. A Maji Moto infatti, dove le donne frequentano la chiesa, partecipano alle prove del coro e la radio manda in onda inquietanti canti di esorcismo, ancora viene praticata la poligamia e barbaramente l’infibulazione su bambine giovanissime. Questa pratica, ad oggi illegale in Tanzania, preclude loro qualsiasi cura medica all’interno di ospedali governativi.

Inizialmente a noi volontari tutto questo non è stato fatto vedere, ci è stato stupidamente taciuto per proteggerci forse da quello che non avremmo mai accettato. Eppure è stato proprio questo a mettermi più in difficoltà: la verità infatti è che è davvero difficile – se non impossibile – cercare di comprendere una realtà che non è la propria. Per quanto chiunque possa impegnarsi a colmare la distanza tra e l’altro, questa esiste e deve in qualche modo anche essere valorizzata. È ciò che fa crescere la voglia di viaggiare e di conoscere l’altro da sé, ciò che rende ogni cultura e ogni uomo incredibilmente interessante. Spesso e volentieri è proprio questo il processo che ci aiuta a capire qualcosa in più di noi stessi e degli altri, un aspetto che prima d’allora non avevamo ancora considerato, che era lì nascosto sotto un pesantissimo strato di convinzioni.

tanzania pt3 ridotta 3A mio parere quindi la disinformazione – voluta o meno – è stata forse la più grande pecca dell’associazione, la quale ha dimostrato di aver del tutto fallito nel suo ruolo di intermediario tra noi, volontari più o meno impreparati (che badate bene, non è una parolaccia) e loro, gli abitanti del villaggio. Credo, purtroppo, abbia fallito nel far passare un messaggio del tutto fuorviante riguardo il nostro ruolo. È mancata una comunicazione – culturale – che all’interno del progetto sarebbe stata l’essenziale chiave di lettura e al contempo l’anello tra le due forze.

Questa breve e circoscritta presa di coscienza mi ha portato quindi a riflettere soprattutto su un tema già ampiamente dibattuto oggi giorno, ovvero che ruolo queste Ngo (Non Governmental Organization) effettivamente giochino nel panorama africano – e non solo – oggi giorno. Perché l’impressione è che alcune di esse si preoccupino di fornire solamente soluzioni tecniche alla povertà (pozzi, assistenza sanitaria, ecc.), tralasciando o trattando in maniera superficiale alcune tradizioni retrograde e brutali: forniscono i mezzi materiali, ma non quelli istruttivi. Così facendo, si finisce solo per scalfire la superficie di un enorme iceberg arginando problemi, comunque molto complessi da affrontare, solo temporaneamente e senza riuscire a sostenere un cambiamento strutturale più radicale.

Alla luce di queste riflessioni, l’amletico dubbio volunteering or not volunteering appare quanto più reale e calzante. Forse la verità sta a metà, tra l’incudine e il martello, tra le due facce della stessa medaglia. Andare in Africa ha significato soprattutto questo: aprire gli occhi anche di fronte alle cose che non avrei voluto vedere, di fronte a una realtà diametralmente opposta alla mia e a quella che mi ero prefigurata, tanto che spesso ho percepito di trovarmi in un mondo sottosopra. E così è stato, in un villaggio sperduto nella steppa africana dove il logico sembrava totalmente illogico e il senso lo si è dovuto trovato tutti insieme. E se a fronte di tutto questo come risultato abbiamo di aver dato la possibilità ad un intero villaggio di usufruire di un servizio necessario prima negatogli, quello sanitario, allora direi che il volontariato è tutt’altro che una mera spinta egoista e fine a se stessa.

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