Karibu Tanzania! Pt. 1 di M. V. Genovesi || Viaggio || THREEvial Pursuit

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07 Nov Karibu Tanzania! Pt. 1 di M. V. Genovesi || Viaggio || THREEvial Pursuit

 

Karibu Tanzania! Pt. 1

Attraverso gli occhi di una mzungu

di Maria Vittoria Genovesi

 

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Aeroporto di Istanbul

27 luglio

“Stiamo aspettando il volo per Dar. È uno scalo piuttosto breve, e tra mezz’ora inizieremo ad avvicinarci verso il gate; ci aspettano 8 ore di volo. Detesto i voli troppo lunghi, le gambe formicolano e si gonfiano. Non riesco a prendere sonno e detesto l’aria condizionata.

L’aeroporto di Istanbul non mi piace, il pavimento in granito lo fa sembrare proprio quello che è: sporco. Iniziamo a vedere le prime donne veramente musulmane. Tutte coperte ed io penso al caldo che devono soffrire sotto tutti quegli strati scuri. In realtà di cose ne penso tante… meglio non farlo forse… L’aria (quella non condizionata) è umida, calda, odorosa. I compagni di viaggio per il momento non sono male: ci sarà da divertirsi. Sono stanca e mi si chiudono gli occhi; vado a cercare dei biscotti”.

È curioso realizzare come poco più di un mese dopo, tornando dallo stesso viaggio che mi accingevo ad intraprendere quel 27 luglio, non avrei più avuto gli stessi pensieri né le stesse impressioni. Non mi sarei più lamentata dello sporco pavimento in granito di Istanbul, tutte quelle donne schiave dei loro tessuti scuri non mi avrebbero più colpito tanto, né tantomeno un volo di 8 ore mi avrebbe angosciato in quel modo.

Ore 3.00, sabato 28 luglio

Eccoci all’aeroporto di Dar Es Saalam.

«Atterrata in Africa sentirai che aria pesante, soffocante e carica di profumi ti avvolgerà tutta d’un colpo, ed un odore forte, acre, quasi fastidioso, al quale però ti abituerai».

Siamo atterrati dopo un viaggio così lungo che quel suolo asfaltato dell’aeroporto di Dar è stata la mia Terra Promessa, e quell’ossigeno non condizionato un sollievo. Appena sbucata dallo stretto abitacolo dell’aereo ho cercato di inspirare quanto più possibile l’aria all’esterno. Nessun odore particolarmente diverso né tantomeno fastidioso, nessuna umidità soffocante. Karibu Tanzania! Sono le tre del mattino, l’aria è fresca e si sta benissimo. Varchiamo la soglia dell’edificio.

È un ambiente scarno, datato, e le cupe luci al neon rendono tutto ancora più squallido. Noi siamo esausti ma comunque troppo entusiasti e febbricitanti per accusare il peso della stanchezza. Il personale dell’aeroporto è molto disponibile e cordiale, ci sorridono e in un inglese piuttosto puntuale ci spiegano come procedere. Ritiriamo i bagagli ed è al controllo passaporti che ci interfacciamo per la prima volta con quello che poi avremmo scoperto essere un’attitudine africana: Pole pole [piano piano].

Piano piano passiamo anche l’ultimo controllo e dopo aver compilato qualche scartoffia usciamo dall’aeroporto.

Mi sono imbacuccata da capo a piedi, calzini fin sopra le caviglie, jeans lunghi e felpa, terrorizzata dalle tanto paventate zanzare che infestano le coste africane e non solo.

Mi spruzzo antizanzare e repellente per vestiti che il medico si era tanto raccomandato acquistassi da uno specializzato negozio di Torino. Mi intossico del tutto e drizzo le orecchie attente ad ogni possibile ronzio.

tanzania ridotta 2Dovendo aspettare chi ci accompagnerà in auto alla fermata degli autobus, troviamo come ingannare il tempo, chi cambiando i soldi ad un bureau fuori l’aeroporto, chi acquistando una SIM africana dal baracchino lì accanto. Sopraggiunge la fame, per fortuna un chiosco fa del junk food americano: pollo fritto e patatine, il mio primo pasto africano. Intanto scopro (con mio gran disappunto) che qua non si vendono tabacchi trinciati ma solo pacchetti di sigarette o tutt’al più smistate. “Me misera a non essermene portata una scorta!”

Alla stazione degli autobus c’è un gran via vai di persone, uomini e donne si affollano intorno ad autobus da gran turismo piuttosto datati, ma in quella confusione di odori e colori nuovi, sembrano avere un fascino senza tempo.

Il viaggio, dicono, durerà all’incirca 10 ore, ma tutto sommato i sedili sono comodi e noi piuttosto stanchi.

“Che gran cogliona ad aver perso gli auricolari”.

Ore 6. È ancora buio e il nostro vecchio GT lascia la stazione in direzione di Moshi. Prima di uscire da Dar abbiamo un primo assaggio della periferia africana.

Costeggiamo baraccopoli a perdita d’occhio, brulicanti di persone, affaccendate ad allestire gli esili baracchini in legno dove si arrostiscono carne, banane e si prepara la colazione: una tazza bollente di chai e una ciotola di mtori (una deliziosa zuppa di carne, banane e una spruzzata di lime); molti vendono polli e bestiame, altri (i più) a bordo della strada montano vecchie moto “TOYO” in attesa di qualcuno che paghi loro una corsa : si chiamano piki piki o bora bora, non ho mai capito se vi fosse differenza a chiamarli nell’uno o nell’altro modo.

Le baracche in cui vivono sono squallide, visibilmente sporche e malandate, ne vedo a centinaia nonostante la poca luce ma immagino di poterne contare a migliaia. Un mare di lamiera scuro, labirinti di vicoli stretti e male illuminati. Tante sagome, “troppe tutte insieme” penso. L’Africa mi schiaffeggia da subito con tutta la sua potente miseria.

Il viaggio dura più delle 10 ore previste, cerco di dormire quello che posso e quando non riesco resto incollata al finestrino e mi riempio gli occhi come una bimba curiosa.

“Per andare da Dar es Salaam a Kampala […] Di qua e di là della strada, il verde, nient’altro che il verde. Erbe alte, fitti arbusti infeltriti, alberi dallevaste chiome ad ombrello. Sempre così fino al monte Kilimanjaro e alle sue due cittadine ai suoi piedi, Moshi e Arusha. […]” Kapuscinski continua poi parlando della grande pianura del Serengeti “la più grande riserva di animali selvatici al mondo. A perdita d’occhio enormi mandrie di zebre, di antilopi, di giraffe e di bufali. Tutti che pascolavano, saltabeccavano, scorrazzavano, galoppavano. Proprio accanto alla strada alcuni leoni immobili; […] Uno spettacolo incredibile, inaudito: come assistere alla creazione dell’universo nel momento in cui già esistono cielo, terra, acqua, piante e animali selvatici, ma non ancora Adamo ed Eva. E questo mondo appena nato, questo mondo senza l’uomo e quindi senza peccato sfila sotto i nostri occhi. è veramente una grande esperienza.” (Ebano, R. Kapuscinki)

Di fronte a me si staglia lo stesso paesaggio inaspettatamente verde descritto da Kapuscinki poco più di 60 anni prima, poco prima che il Tanganica ottenesse l’indipendenza dal governo britannico. Una natura tanto intensa e vibrante da farmi girare la testa. Non sono mai stata nel Serengeti, ho attraversato però la steppa del Tarangire e valicato le pareti del grande cratere del Ngorongoro: attraversata la giungla e scesa nella caldera più grande del mondo ho assistito allo stesso incredibile spettacolo inaudito, titanico. Di una potenza indescrivibile.

tanzania ridotta 3

Il nostro viaggio on the road prosegue sul medesimo tratto (fortunatamente) asfaltato per le seguenti sei ore. L’unica sosta è ad una stazione in mezzo al niente, o così pare. Un ‘ristorante’ con un gran patio bianco e piastrellato ha allestito una ventina di tavoli e qualche frigo. Non ci sono molti autobus, il nostro ed un altro gremiti di persone ci scaricano tutti nel piazzale; abbiamo un po’ di tempo per andare in bagno e mangiare un boccone al volo. Prima di partire per l’Africa le raccomandazioni sono sempre le stesse: stare attenti a quello che si mangia e a quello che si beve. In barba al primo punto, ho sempre mangiato di tutto senza troppi problemi (eccezione fatta per un’intossicazione da carne di capra nel villaggio in cui eravamo volontari; da qui la promessa di non ripetere ma più l’esperienza).

A questa ‘stazione di servizio’ mangio uno dei polli arrosto più buoni mai mangiati! Rigorosamente con le mani, rigorosamente in modo discutibilmente igienico. “Igiene” è una delle prime parole da depennare dal proprio Vocabolario Mzungu per chi si accinge ad affrontare un viaggio in Africa che non preveda pernottamenti in resort con piscina su spiagge paradisiache e safari animali (o a volte umani: un fenomeno in costante aumento nelle parti più povere del mondo che prevede veri e propri tour delle baraccopoli e dei loro abitanti. Al giorno d’oggi questo accade in Perù, in Brasile, in India e in svariati Stati africani con il beneplacito delle compagnie turistiche e dei visitatori mzungu che si aggirano scattando foto).

Mzungu invece è una delle mie parole preferite in lingua Swahili (anche una delle poche che ho imparato, pur andando piuttosto fiera del mio basic level raggiunto in quelle 5 settimane).

Mzungu è chiunque non è Mafrika, cioè chiunque non sia africano. Non a tutti piace usare questa parola, che ho scoperto poi avere svariate connotazioni. Mzungu è il termine con cui maggiormente identificano l’uomo bianco. Alcuni mi hanno spiegato significare “colui che si sposta velocemente”, altri mi hanno detto essere anche un termine con cui vengono chiamati i carcerati, i criminali “prigionieri forse dell’incessante scandire del tempo, che con tanta sfrenatezza rincorriamo?” Una parola spesso usata nei nostri confronti in maniera denigratoria, esattamente come viene usata in maniera contraria senza perfidia né malizia, quindi resto piuttosto confusa… So solo di aver incontrato in egual misura chi, senza tanti problemi, mi ha chiamato mzungu, come anche chi, dicendomi “…molti la usano per voi bianchi, a me non piace”, scuoteva il capo ed abbassava gli occhi. È una delle mie parole preferite perché credo serva a ricordarci chi siamo, chi siamo stati e quindi come veniamo percepiti tutt’ora in un continente stuprato nel tempo.

“L’Africa è un continente dormiente, ma il letto è sempre stato il suo”: un’espressione che non potrebbe essere più semplice e vera, di cui ringrazio un saggio compagno di viaggio, un eterno fanciullo grazie al quale ho avuto modo di riflettere molto nel corso del tempo.
Il viaggio riprende e il nostro autobus sbarca finalmente a Moshi dopo 5 ore.

[continua…]

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