Istantanee dal Libano di G. Bindi || Viaggio || THREEvial Pursuit

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27 Giu Istantanee dal Libano di G. Bindi || Viaggio || THREEvial Pursuit

 

Istantanee dal Libano

di Gianluca Bindi

 

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Sono andato in Libano principalmente per due motivi. Il primo è riconducibile alla mia sfera dell’irrazionale del “Perché no? Non sono mai andato in Medio Oriente”, e al fatto che era veramente tanto tempo che non me ne andavo fuori dall’Europa (dovete sapere che non viaggiare in posti sperduti per più di un tot ha un effetto molto negativo sulla mia psiche). L’altro motivo riguarda l’ambito affettivo (se mi potete passare il termine): da quando il mio caro amico Davide si era trasferito a Beirut avevo promesso che sarei andato a trovarlo, ed essendo passati quasi due anni stavo cominciando a sentirmi alquanto in colpa. Sono partito da Firenze con un altro mio amico (Daniele), due vite diverse e due aspirazioni al viaggio diverse: io, che essendo ormai l’unico dei tre rimasto a vivere nel natìo borgo selvaggio, cercavo disperatamente un surrogato del viaggione post-laurea che non ho ancora potuto fare; l’altro che da poco si è trasferito a duecento chilometri di distanza da casa e che recentemente ha dovuto affrontare la fine della storia con la sua ragazza. E dopo una notte in bianco passata in un Flixbus per Roma (l’unico posto con il sedile davanti reclinato era toccato a me) e un volo di tre ore da Fiumicino in cui sono svenuto dal sonno, eccoci arrivati a Beirut. Non vi voglio annoiare con il resoconto del viaggio. Penso che il Libano mi abbia dato tanto in termini di fotografie contraddittorie della realtà, ed è per questo che proverò a descrivervi le istantanee rimaste più impresse nella mia mente.

Supermassive black out

I primi minuti da ospiti in casa oscillano fra due argomenti di conversazione: il “rimettersi in pari” tipico dei ricongiungimenti e le scuse per la mancanza dell’elettricità. Pare che a causa della dilazione ci siano normalmente tre ore di black out al giorno. Inutile starvi a descrivere le condizioni in cui vige il sistema elettrico cittadino, ma ho bene in mente le facce del mio amico ingegnere elettrico alla vista degli innumerevoli affastellamenti di cavi nelle strade. Per non perdere tempo abbiamo subito iniziato a tirare fuori dalla valigia il pecorino, il salame e il limoncello, in segno di benvenuto fra italiani. E come adeguata contropartita, Davide ci porta subito a mangiare tipico. Nella chiassosa pienezza del venerdì sera di un ristorante ci sfamiamo fra hummus, moutabal e manoush. A metà pasto entrano i cinque musicisti che avrebbero intrattenuto la clientela per la serata. Dopo due minuti malcontati di bellissima musica araba, la corrente salta. Dal nostro tavolo si intravede un mobile di legno. Un dipendente lo apre e comincia a smanettare: sì, è dove si trova il quadro elettrico dell’intero locale. Uno scoppio, una fiammata: niente da fare. Arriva il cuoco e fa la stessa cosa con una forchetta. Ormai certo di vederlo cadere morto da un momento all’altro, al secondo scoppio torna la luce. Ovazione ecumenica, lui ringrazia e torna in cucina. La musica riparte e dal tavolo accanto si leva una signora molto in sovrappeso che inizia a ballare. Non ho mai visto dei fianchi muoversi in maniera così sexy ed ipnotica.

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Need for speed upside-down

Siamo di ritorno da una giornata di mare a Byblos, l’antica capitale fenicia, dove il passato e il presente riescono a convivere con armonia sopra la media libanese. Sul pulmino condiviso che ci sta riportando a casa sto vedendo cose che neanche la controfigura di Vin Diesel in Fast & Furious:

  • sorpassi e controsorpassi a clacson spianato (da destra o sinistra non ha importanza, complimenti all’autista e alla sua presa di posizione di gaberiana memoria);
  • segnaletica stradale considerata alla stregua di pura e semplice street art;
  • risate isteriche da parte mia per mascherare la paura vera di appiccicarmi ad un muro o un altro ammasso di ferraglia.

Sulla sinistra dietro di me, lato finestrino, Davide mi dice che è il normalissimo standard di guida libanese. Sulla sinistra davanti a me, lato finestrino, c’è un tizio che con un movimento repentino tira fuori la testa e sparge una copiosa spruzzata di vomito. Vomito che rientra dal finestrino di Davide sottoforma di gocce: «Che fa, inizia a piovere?», dice lui ignaro. Accanto a me un anziano signore se la dorme tranquillo. Vorrei avere un decimo del suo fatalismo.

Impiccheranno Geordie

Siamo ospiti di un amico di Davide a Tripoli, città a maggioranza musulmana nel nord del Paese. Dal suo balcone si vede il mare. In basso, sul lungomare, c’è una piccola zolla di verde, un mini giardino fortificato dove pascolano (si fa per dire) due cervi: non proprio gli animali tipici del Libano o di qualsiasi altro posto di mare. Mi dicono che sono un regalo della Cooperazione italiana (ci facciamo sempre riconoscere). Il sole si poggia dolcemente sull’acqua e in me balena la consapevolezza di avere tutto, ma proprio tutto il Mediterraneo davanti. Poi volgo lo sguardo sulla destra e intravedo il confine siriano, ad una ventina di chilometri in linea d’aria. Luogo di atrocità presenti, la Siria, visto da un luogo di atrocità passate, il Libano. Osservo tutto questo con i muezzin che intonano la preghiera della sera dai megafoni dei minareti sparsi per la città. La sera la passiamo nel suk, il mercato cittadino che pullula di vita e di umanità fino a tarda notte. In tempo di Ramadan la gente risorge dal torpore proprio dopo il tramonto e ha voglia di divertirsi e stare assieme. La mattina dopo, prima di ripartire, mi affaccio di nuovo al balcone. C’è un po’ di foschia, la Siria non si vede più. I cervi però ci sono ancora. Si apprestano a patire l’ennesima giornata di caldo afoso mediorientale.

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Erba verde, erba alta pt. I

In macchina ci dirigiamo verso le alture. Dall’abitacolo fanno davvero impressione: in una trentina di chilometri si passa dal mare a più di duemila metri, e le montagne salgono verticalmente in pareti che sembrano inscalabili. Arriviamo al passo e scolliniamo verso valle, immersi in un paesaggio spettrale. Sbuchiamo dalla nebbia, la temperatura ricomincia a salire dopo aver toccato i dieci gradi. Siamo nella Bekkah, la regione a maggioranza sciita controllata da Hezbollah, partito paramilitare di ispirazione socialista. Come ha fatto a finanziare la ricostruzione delle case dopo la guerra civile e rifornire di armamenti i militanti? Semplice, basta vedere l’estensione dei campi di marijuana qua intorno (in Libano produzione, possesso, vendita e utilizzo di droga è illegale e perseguibile fino a dieci anni).
Il tutto davanti ai militari dei numerosi posti di blocco della zona.
Il tutto costellato da campi profughi siriani: la manodopera da sfruttare.
«In Libano è così» dice Davide «ogni gruppo gestisce il suo business: se per il “Partito di Dio” è il traffico di droga, i cristiani e i sunniti hanno i rifiuti, l’elettricità, la prostituzione… Il problema è quando questo precario equilibrio viene a mancare, lì sì che la guerra civile si riavvicina».

Bekkah pt. II

Entriamo a Baalbek, la capitale della regione. Le bandiere gialloverdi di Hezbollah sventolano ovunque. Arriviamo al sito archeologico romano, dove si ergono le stupende rovine di svariati templi. Poco più in là, sulla stessa strada, i colori sgargianti della moschea sciita. Mai visto nulla di simile, inclusi la rete di protezione, il filo spinato, i rinforzi di piombo anti-autobomba e un tizio con il kalashnikov all’entrata. Si percepisce che appena un paio di anni fa la vicinanza dell’Isis era tangibile: terroristi sunniti che prima di voler far fuori la società occidentale avevano nel mirino gli sciiti, appunto. Davide ci intima di non fare foto, altrimenti passeremmo dei guai seri. Entriamo dentro, ci fanno levare le scarpe. Lo spettacolo che mi si para davanti è incredibile: giochi di colori, luccichii e specchi. Il silenzio assoluto, i piedi scalzi che calcano i tappeti. Persone che pregano. Commovente. Al ritorno, rientrati nella zona cristiana, l’ennesimo check-point: stavolta ci fermano. Vogliono i passaporti, ci fanno scendere dall’auto, ci perquisiscono in un casottino di cemento. Dalle croci tatuate sulle mani che reggono i kalashnikov si evince che appartengono probabilmente ai Falangisti, gruppo di cristiani di estrema destra macchiati dei massacri nei campi profughi palestinesi. Alla fine ci lasciano andare. Cercavano la marijuana per sequestrarcela e chiederci la mazzetta. Dopo un violento nubifragio, torniamo ai trenta gradi di Beirut.

Non avere i numeri

Ultima mattina prima del volo. Davide ci porta ad un ristorante di Hamra, quartiere musulmano benestante: molte auto, pochi numeri sulle targhe. In Libano hanno un sistema molto particolare per ostentare ricchezza. Molti posseggono auto di lusso e di cilindrata esagerata, ma non è questo il criterio per classificare il reddito. La targa normale delle auto libanesi è costituita da una lettera e sei numeri. I ricchi pagano di più per sottrarre numeri. Quindi meno numeri ci sono sulla targa e più uno è ricco. Un modo anche per evitare fastidiosi stop ai posti di blocco (guai a fermare chi ha il danaro vero). Sono entrato talmente dentro all’insana logica della cosa che in queste vie provo quasi timore reverenziale. Ma ci sono altre cifre lungo i marciapiedi lastricati di negozi e boutique. C’è una conta che sembra non avere fine e che a lungo andare mi provoca sgomento. Donne siriane con bambini a carico che chiedono l’elemosina. In cinquecento metri ne avrò viste almeno cinque. Una tragedia ingombrante ma silenziosa. Provo rabbia a pensare che ci sia gente che muove all’odio contro persone a cui non è rimasto niente. A pensare che da noi per qualche sbarco parliamo di emergenza migranti che nessuno vuole più aiutare, quando qua l’emergenza è veramente tale (quattro milioni di abitanti, un milione e mezzo di rifugiati). Vorrei che il luogo in cui si nasce non condizionasse tutta la nostra esistenza.

Ricordo l’ultima camminata sulla Corniche, la passeggiata lungomare di Beirut. Dopo poco Davide ci avrebbe accompagnato all’aeroporto. Gli ho detto che ero contento di essere riuscito a venire appena in tempo. Infatti ci aveva detto che avrebbe lasciato il Libano per lavorare da un’altra parte. Gli chiedo il perché di una simile decisione.
«Perché non c’è Paese più meschino di quello che ami alla follia e allo stesso tempo ti distrugge lentamente, con i suoi cazzotti nello stomaco, le sue contraddizioni perfettamente logiche e i suoi grattacieli ipermoderni costruiti a ridosso delle case crivellate di colpi delle guerre passate».

 


 

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