Intervista a Mino De Santis || Musica e Teatro || THREEvial Pursuit

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17 Ott Intervista a Mino De Santis || Musica e Teatro || THREEvial Pursuit

Intervista a Mino De Santis

di P. Tiziana Caudullo e Simone Piccinni

Mino de santis testa
Sul web viene descritto come il De André salentino.

Abbiamo assistito a un suo concerto due giorni fa e ora stiamo per arrivare a Tuglie, un piccolo paesino in provincia di Lecce.

Mino De Santis ci aspetta al tavolino di un bar, all’aperto, c’è un gran sole. È agosto, sono le 11.30 circa.

Già durante la prima chiacchierata, subito dopo il concerto, ci eravamo resi conto della portata del personaggio: una persona calma che non ha paura di dire ciò che pensa, e ciò che pensa ci richiama alla mente tanti ideali e tanti concetti che stanno purtroppo scomparendo. È una gran fortuna che ci siano artisti come lui che non hanno paura di dirle, certe cose.

È un poeta. È un artista. È un cantautore. Ma è anche molto altro, e lo ringraziamo ancora una volta per averlo condiviso con noi durante questa intervista.

Mino, parlaci un po’ di te, presentati. Come sei arrivato fino a qui?

Eh, la storia è lunga. Vi devo raccontare 52 anni di vita, non riesco ad essere tanto sintetico, ma ci provo. Ti dirò in breve… Io ho fatto un sacco di lavori prima. Ho girato, sono stato fuori, ho girato un pochettino per l’Italia… Tutti i lavori possibili e immaginabili tranne quello del ladro, l’ho fatti tutti… e dentro lo statuto. Poi, nel 2010, fui invitato da una mia amica al suo compleanno e mi chiese esplicitamente di portare la chitarra, dato che già scrivevo e suonavo da quando ero giovanissimo. Scrivevo delle canzoni così come faccio adesso, anche se i miei lavori erano di tutt’altro tipo. Io non volevo, perché mi vergognavo di suonare di fronte a persone che non conoscevo; anche se c’erano tanti amici, c’erano anche delle persone che non avevo mai visto. Ma lei mi prega di portare la chitarra, quindi io la porto. A metà serata mi invita a suonare qualcosa. Io inizio con le solite cose, e lei: “No no, qualcosa di tuo!”. Malvolentieri mi metto a suonare un po’ di canzoni che avevo fatto, che non erano una novità per gli amici che mi conoscevano, ma per chi non mi conosceva lo erano eccome, al punto che c’era un gruppetto di persone un po’ più avanti con l’età rispetto agli altri, e anche rispetto a me, che mi fa i complimenti a fine serata e mi chiede perché non avessi ancora fatto un cd, perché non avessi pubblicato le mie cose. Io gli spiego “ca nu tenia na lira [che non avevo una lira]”, che lavoravo saltuariamente, che vivevo di espedienti, e che non avevo soldi né la più pallida idea di come fare qualcosa. Loro mi propongono di fare un CD prodotto da loro, 2500 copie. Io accetto anche se titubante, dico: “Sì però, nel caso, sottolineo ca nu tegnu sordi [che non ho soldi], quindi se il CD non si vende… cazzi vosci [cazzi vostri]”. Loro convinti del fatto che il CD sarebbe andato bene, accettano e mi dicono di non preoccuparmi. Però il CD deve uscire subito, mi dicono, perché arriva l’estate… L’abbiamo registrato in pochi giorni, io ero raffreddatissimo. Tutti i brani registrati su un’unica traccia, chitarra e voce come se stessi registrando a casa… Non avevo la più pallida idea di cosa fosse uno studio di registrazione, ma neanche tecnicamente di come si dovesse registrare un brano, perché suonavo un po’ così. Alla fine esce sto CD con i brani che avevo messo dal titolo Scarcagnizzu, che significa “vento dal basso”.

È anche il tuo nome su Instagram.

Sì, ormai è diventato il mio secondo nome, se non il primo. E niente, questo CD funziona. Io all’epoca lavoravo in un’azienda agricola, mi alzavo la mattina alle 4 per andare a lavorare d’estate. La presentazione è stata fatta in una campagna di proprietà di uno dei componenti di questa associazione culturale che si chiama Fondo Verri, intitolata ad Antonio Verri, che è stato un grande poeta del Salento scomparso un po’ di anni fa. Prima serata, vendo più di 200 CD. La cosa mi incoraggia, ma in ogni caso non mi fa staccare i piedi dalla terraferma, perché sono sempre stato abbastanza legato a quella che è la realtà… Non sono uno che si fa le seghe mentali, in parole povere. E così, la sera successiva mi viene proposta un’altra data, che faccio. Vendo un bordello di dischi anche la seconda serata, e così via. Le serate iniziano a susseguirsi senza che io mi sforzassi a procurarmele… non l’ho mai fatto, da allora. Non sono mai andato a propormi da nessuno, perché è contro i miei principi. Sta di fatto che le serate andavano talmente bene che la mattina non riuscivo ad alzarmi per andare a lavorare. Andai dal mio titolare e dissi: “Senti io non ci vengo più, perché sta sonu [ho iniziato a suonare]”. Lui mi sorride, dice: “Spero per te che vada bene. In ogni caso se non dovesse andare bene, qui c’è sempre la tua casa”. Mi voleva bene, e siamo anche rimasti legati dopo tanti anni… Vabbé, sto parlando un po’ della realtà contadina in Puglia, che è stata veramente… non dico la mia seconda casa, ma mi ha aiutato a tirarmi fuori dai guai tante volte, quando non avevo dove sbattere la testa.

Ho letto in un’intervista che uno dei titolari è stato anche uno dei tuoi primi scopritori, che ti ha invogliato a…

No, no, quello è un amico.

Ah, non è la stessa persona.

Sì, un amico… una persona cara che non c’è più. Per parlare di lui ci vorrebbe un’altra intervista, solo per questo… e magari non basterebbe manco.
Quindi… lui mi dice così, di non preoccuparmi. Va bene. Continuo a suonare. Ripeto: io non ho mai voluto chiedere a qualcuno di farmi suonare, perché è contro i miei principi. Non che ci sarebbe stato qualcosa di male, ma è così. Sta di fatto che non ho avuto il bisogno di farlo, perché ho suonato sempre. L’anno successivo si fa avanti un altro editore.

Tutto questo in che anno?

Nel 2011 ho iniziato. Nel 2012 si fa avanti un altro editore, molto interessato alle mie cose, con il quale produco due CD, uno nel 2012 e l’altro nel 2013. I dischi vanno benissimo. Sono quello che nel Salento ha venduto più di tutti: lo dico con un pizzico di orgoglio. Anche perché non ho fatto un cazzo per vendere… nu m’aggiu mossu proprio. Tutto quello che è accaduto è accaduto per opera e virtù dello spirito santo, non lo so, non mi sono mai prodigato per promuovermi, per farmi ascoltare, è arrivato tutto come quando arriva lu scarcagnizzu [il temporale], che ti cambia la vita. Che la mia vita di fatto è cambiata radicalmente, sia dal punto di vista economico, perché con tanti concerti… E pensare che vivevo con 30€ al giorno quando lavoravo prima, con un affitto da pagare eccetera, è stata una benedizione che mi ha salvato la vita. Anche perché non ho mai, anche se sono stato in estremo bisogno, non ho mai chiesto aiuto a nessuno… per una questione caratteriale… Mai andato al comune a dire “per favore, mi manca ‘sta cosa”, piuttosto ho fatto le valige e me n’aggiu sciutu [me ne sono andato], annati a fare in culu però io nu ci vegno da voi [andate a fare in culo, ma da voi non ci vengo]… È una questione di priorità, ripeto, nulla da dire per chi fa diversamente. Ognuno fa per come è.

E così via, la cosa è andata sempre meglio, fino a quando non si sono interessati di me anche a livello nazionale… Mollica, Bruno Luverà, poi Erri De Luca… insomma, personaggi di un certo calibro che mi hanno anche stimolato… “Se va bene per questi, allora nu su propriu fessa [non sono proprio fesso], qualcosa ci sarà”. Il ragionamento che ognuno si fa, no? Probabilmente anche perché ho iniziato qualcosa che non esisteva, perché qui c’è tanta musica popolare tradizionale, ci sono tanti gruppi e poche canzoni. Sono più i gruppi, che le canzoni. Il fatto di iniziare a scrivere e di ridare in qualche modo dignità alla lingua dialettale, cercando di rimanere fedele a una certa poetica, se vogliamo… dico quello che gli altri dicono di me, perché non oserei incensarmi, nu su fattu così [non sono fatto così]. Sta di fatto che la cosa è andata veramente molto bene, c’è stato un cambiamento anche a livello di musica, dato che poi dopo di me anche tanti altri ragazzi (“Eh, se Mino l’ha fatto, magari posso farlo anch’io”) si sono apprestati a scrivere qualcosa di loro… Perché il dialetto, con una musicalità, con degli argomenti che non sono prettamente legati al territorio, faceva parlare. La cosa è andata avanti così, poi è arrivato l’ultimo CD… fatte lu contu [fai conto] che il primo CD di 2500 copie è stato ristampato con altre 2500, e ora è finito, non ne ho più. E quindi la cosa sta andando bene, non mi creo aspettative… perché amo pensare alla vita e a quello che accade in termini di provvisorietà, se dovessi pensare che qualcosa è definitivo impazzirei. Sto bene come sto precario… anche perché credo che la morte derida i nostri progetti: non mi interessa pensare al futuro, domani si vedrà. Ho conosciuto tanta gente legata al mondo della musica, ho imparato anche a livello tecnico, tanto che i CD successivi sono stati anche più curati. La cosa più bella di tutta questa avventura è la mia indipendenza, la mia libertà assoluta: faccio quello voglio, soprattutto dico quello che voglio nelle cose che scrivo, e non ho vincoli di nessun tipo.
Passo la parola allo studio.

Senti, il ruolo del cantautorato in Italia: noi veniamo da una grandissima tradizione, ma in questo momento a livello del grande pubblico non viene percepito quello che c’è. Anche l’altra sera ci parlavi di autori molto validi che ci sono, ma che purtroppo non vengono considerati.

L’Italia è stata un vivaio di cantautori molto importante, anche se io credo che i padri del cantautorato non sono italiani. Il cantautorato, dal mio punto di vista… Io quando penso alle origini penso a Georges Brassens, a Leonard Cohen, penso a Woody Guthrie, a questi personaggi. Poi ovviamente in Italia ci sono stati validissimi autori che comunque sono figli di quella cultura, di quella tradizione. E io sono figlio di tutti loro, nel senso che nessuno si inventa niente, siamo tutti frutto di chi ci ha preceduto, di chi ha condizionato la nostra sensibilità in qualche modo. La novità la fa poi l’individuo, no? La diversità di pensiero, anche dal punto di vista stilistico, no? Io con il mio bagaglio culturale musicale, appreso nel corso degli anni… la mia vita, le mie esperienze, la mia sensibilità: frulli tutto, ed esco io. Ma allo stesso modo è capitato anche a quelli prima di me, anche a livello nazionale. I primi dischi di De André erano tutti una rivisitazione dei brani di Brassens, di Cohen, di Dylan… quindi non niente di nuovo, tanto di nuovo, ma tanto anche di esperienze precedenti.

Siamo frutto della storia che ci è alle spalle…

Non potrebbe essere diversamente. Anche se non vuoi, tutto ti condiziona, tutto ti permea. Anche cambiare città ti fa cambiare modo di vedere la vita, di scrivere, di fare.

Ora, l’altro giorno ne abbiamo già parlato tra di noi, però ripetiamolo: gli ideali che cerchi di trasmettere. Tutte le tue canzoni, anche quelle che possono sembrare più semplici, sono sempre metaforiche… hanno sempre un principio, un ideale dietro.

Il principio è sempre quello: la provvisorietà, la non appartenenza, la fragilità della vita e l’accettazione di tutte le cose, di tutti i pensieri, di tutte le persone che non sono come noi. Direi che è la base… dovrebbe essere la base di qualunque tipo di discorso, non solo artistico. In questo momento, soprattutto anche politico. Il fatto è che siamo tutti dei viandanti in questo mondo. Non sappiamo quando ci alziamo, non sappiamo se ci svegliamo la mattina successiva. La libertà, il fatto di continuare ad essere se stessi, sempre e ovunque. Che dire altro? Poi, ci sono delle cose che ti si sbattono in faccia e non puoi far finta di non vederle… e per forza di cose anche l’arte ne è colpita. L’arte non è solo quella di chi scrive le canzoni, ma in generale. Soprattutto ricordarsi che siamo tutti delle comparse sulla faccia della terra. Abbiamo un ruolo, che ci viene attribuito o che ci scegliamo, che comunque fa parte di noi, e ce lo portiamo avanti. La vita è breve, e bisogna darle un senso e dire le cose che pensi, sempre. Sempre, a qualunque costo. E se il costo dovesse essere non suonare, non scrivere più… lo pagherei volentieri.

Oltre a questo, diverse canzoni sono dei dipinti della società di qui, della zona, sono dei veri e propri racconti.

Sì, l’osservazione della realtà per me dev’essere fatta un po’ dall’esterno, cioè facendo un passo indietro, sennò non riesci ad essere obiettivo. Bisogna raccontare quello che stai vedendo come se non ti appartenesse. Perché se diventi personaggio, se diventi parte in causa, rischi di inquinare quello che dici. Il Salento, come altre parti d’Italia, ha delle cose meravigliose da cantare, bellissime, ma anche delle brutture, delle zone d’ombra che sono parimenti degne di attenzione. E quindi uno che scrive deve essere innanzitutto verista e raccontare quello che vede… poi se in ciò che vede e in ciò che racconta c’è anche una parte di sé, ben venga, ma dev’essere sempre una comparsa, mai protagonista a tempo pieno.

Anche perché sennò uno mette avanti il proprio punto di vista o la propria appartenenza rispetto alla realtà oggettiva…

L’appartenenza è semplicemente un caso. Io la penso in questo modo. Cioè, io sono nato qui nel Salento, sono salentino al 100 %, ma non è un merito l’esserlo, così come non lo è essere lombardo. Allo stesso modo non è un demerito l’essere nordafricano… è un caso. È un caso che io sia nato qui perché qui dovevo fare quest’esperienza terrena per volontà di chissà quale forza superiore, non lo so. Fatto sta che sono qui, casualmente. I patriottismi, i campanilismi, sono cose che non mi toccano, anzi mi sono ostili. Quindi anche tutto quello che c’è stato prima di me, anche dal punto di vista musicale, sul filone “simu leccesi”, “simu salentini”, di qua, di là… mi sta anche un po’ sul cazzo. Potete proprio usare quest’espressione: “Mi sta sul cazzo”.
In questo senso nacque una pseudopolemica sulla mia frase “lu tamburiello nu c’entra nu cazzu [il tamburello non c’entra un cazzo]”, per queste ragioni. Perché sono cose che considero stereotipi campanilistici, che considero appartenenze idiote che non hanno senso. Poi è chiaro che la terra in cui nasci con la tua gente te la porti dentro, è ovvio. Ma ostentarla a tutti i costi e farne una questione di vanto mi dà fastidio…

Soprattutto usarla come metro di paragone nei confronti degli altri…

Esattamente. Ogni cultura ha la sua dignità e nessuna è inferiore o superiore ad un’altra.

Questa è una tematica molto attuale, in Italia, considerando la deriva che stiamo prendendo verso questo patriottismo esasperato…

Vedi, in Italia, almeno dal mio punto di vista, non hanno chiare le idee sul concetto di patria. Io lo rifuggo, questo concetto, almeno nella sua versione standardizzata… bandiere, vessilli, e cazzate simili. Per me la mia patria è la mia gente. La gente con cui condivido tutto, in maniera completamente slegata dalle bandiere, non ha nulla di legato a stemmi, idee politiche o nazionalismi di qualsiasi tipo. La mia patria è la mia storia, la mia gente, quelli che hanno i miei stessi problemi, o quelli che ho avuto o che avrò, i problemi che hanno tutti. La patria non ha confini: è il genere umano. Quando inizi ad affettare, a dire “questi siamo noi” e “quelli siete voi”, inizi a mettere i confini alle cose, e per me hai già un concetto sbagliato di patria… quindi come si può capire voto Lega Nord (ride). No, scherzo, non voto da diversi anni.

Insomma la tua idea è un po’ quella dell’umanesimo.

L’umanesimo è la strada maestra. È l’unica cosa per la quale vale la pena scrivere, leggere, informarsi. L’uomo al centro dell’universo. Non è una cosa che mi sto inventando io, è una corrente vecchia di secoli, tra virgolette superata dai tempi, però il concetto base è quello di mettere l’uomo, i suoi bisogni e la sua dignità soprattutto, alla base di tutto, come priorità assoluta. Credo sia la strada da seguire, poi tutto quello che viene dopo (il mercato, il business e le minchiate varie) va bene, ma tutto in funzione dell’essere umano. Ovviamente questo nel rispetto della natura e di ciò che ci circonda. Perché i soldi sono solo carta, e qualcuno li stampa per noi e ce li dà come debito. Ma questo è un altro discorso bello lungo, ci vorrebbe un’altra intervista solo per questo.

Purtroppo è una concezione sempre più in via d’estinzione.

C’è una parola che non nomino, perché quando la nomini sparisce. Ma è l’unica da seguire. Inizia con la A, e normalmente viene rappresentata con un bel cerchio intorno.

È un po’ un’utopia, temiamo… soprattutto allo stato attuale della realtà, della testa della gente…

Ti dico una cosa: quando tutti mi dicono “È un’utopia” di qua, di là, io faccio sempre questo esempio: nell’antico Egitto, quando il faraone era padrone della vita e della morte delle persone, era considerato un Dio in terra, no? L’idea di democrazia, quella che avevano i Greci e adesso dovrebbe essere la nostra, era considerata utopica. Però si è realizzata, in qualche modo. È una questione di evoluzione. Allora: il vero anarchico è una persona spiritualmente più evoluta degli altri. Tutto là. Sono dei gradini che dobbiamo fare. Quando saremo tutti più evoluti spiritualmente sarà possibile realizzarla, questa utopia.

Ci vuole un enorme cambio mentale…

Non è vero che è un’utopia. Fino a quando si continua a dire che è utopia sarà sempre utopia. Ma quando inizi a cambiare piano piano il tuo modo di essere e il tuo modo di vivere, vedi che dopo un po’ questo inizia a cambiare le cose, anche ciò che ti circonda.

Una sorta di autoeducazione.

Io non ci sarò sicuramente quando tutto questo si realizzerà.

Probabilmente nemmeno noi… considerando i tempi necessari a cambiare la testa delle persone.

Il primo input ce l’ha dato qualcuno 2000 anni fa. E non si discute. Lo considero il più grande rivoluzionario di tutti i tempi. Anche il più grande sognatore di tutti i tempi. A me non me ne frega niente che fosse Dio, non Dio, suo figlio o meno, se era sposato o no… Non me ne fotte un cazzo. Il messaggio che ha dato in quel preciso contesto storico in cui tutto era legge, tutto era ortodossia. Una persona che viene e ti dice: “Le regole sono fatte per l’Uomo, non l’Uomo per le regole”. Se non è rivoluzione questa, cos’è la rivoluzione? Poi non me ne fotte niente di tutto ciò che c’è stato dopo, della religione, della Chiesa cattolica. È l’idea quella che va avanti… Non c’è altro da dire.

Cambiando discorso: la scelta dell’utilizzo del dialetto.

È sempre funzionale, la lingua, al contenuto. Ci sono cose che non possono essere raccontate in italiano. Così come ci sono altre cose che hanno un respiro più universale, quindi si può anche intervenire con la lingua italiana. Però non lo vedo come un vincolo, quello della lingua. A volte scrivo un po’ in dialetto e un po’ italiano, come capita. L’importante è che quello che cerchi di dire arrivi, e arrivi in un certo modo. Se poi arriva non lo so, però il mio intento è quello di farlo arrivare a prescindere dalla lingua con la quale mi esprimo. Anche perché, per scrivere in dialetto, bisogna prima saper scrivere in italiano, sennò non ce la fai. Non è facile scrivere in dialetto. O meglio, scrivere in dialetto in un certo modo. Scrivere le minchiate tipo Zumpa Ninella lo possono fare tutti, ma per esprimere dei concetti devi avere una capacità di sintesi, devi conoscere la metrica, devi sapere cos’è la costruzione della frase, devi sapere cos’è il soggetto, il complemento oggetto, l’attributo… Se non sai le basi non scrivi bene né in dialetto né in italiano.

Il dialetto salentino poi è quasi una lingua a sé stante. Ne parlavamo giusto qualche giorno fa: è proprio complessa come struttura e come lingua, quella salentina.

Il dialetto ha dei termini poi che sono intraducibili. O meglio, potrebbero essere tradotti con un pensiero, a volte con un capitolo, perché sono termini talmente intrinseci di significati che a volte lo stesso termine utilizzato in diversi contesti acquista diversi significati. Il dialetto è una lingua forse più completa dell’italiano. Però ho fatto un ragionamento: nel dialetto salentino non esiste il tempo futuro. Sarà un caso?

È vero, non ci avevo mai pensato!

Esiste il passato, il passato remoto, il passato prossimo, il presente, il condizionale tantissimo, anche perché quando devi parlare al futuro parli al condizionale. Ma il futuro non c’è. E non è un caso, perché qui noi non lo abbiamo, il futuro. Dovrebbe proprio non esistere in generale, ma qui già non esiste per altre ragioni. Per ragioni politiche, storiche, ragioni legate anche alla geografia del posto. Se tu devi dire in dialetto “domani andrò al mare”, in dialetto come lo traduci? O dici: “Crai vau a mare”, ed è presente. O dici: “Crai aggiu scire a mare”, ed è condizionale. Ma andrò è italiano. In dialetto non esiste. Ed è meglio così. Perché un figlio dei fiori non pensa al domani, come disse Augusto Daolio.

Il linguaggio determina il pensiero…

È tutto legato… Passato quanto ne vuoi: “civi, fici, andai, facetti, aggiu fattu, aggiu dittu”… Però “andrò, farò, costruirò” non esistono.

È un punto di vista molto interessante. Quindi è inutile chiederti cosa farai domani, o nei prossimi tempi…

Esatto, non me ne frega un cazzo! (risate) Non mi pongo il problema. Io ho deciso, nella mia vita, di non avere nulla. Io non sono proprietario di niente. All’inizio per condizione, adesso per scelta. Non voglio avere niente. Voglio essere leggero, avere la chitarra, le cose che scrivo e basta. Non mi interessa essere proprietario di una casa, di un terreno, di altre cose. Sono pesi inutili che ti rendono in qualche modo schiavo, anche nel pensiero. Nun me ne futte nu cazzo [Non me ne frega un cazzo]. Per adesso va bene così, poi dopo si vedrà…
Qualche anno fa a Roma mi si è avvicinata una persona che mi segue, ma che io non conoscevo, che mi ha fatto un regalo bellissimo: una maglietta, che tutt’ora non mi metto per evitare di rovinarla, sulla quale c’è una scritta che è diventata un po’ il mio slogan, se vogliamo chiamarlo così: “Padrone di niente, servo di nessuno”. Questa cosa ormai ce l’ho nel DNA…
Poi non so, la vita è così imprevedibile, così breve, così stupida, così inutile per certi versi…

mino de santis ridotta

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