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Non sono un artista || Intervista a Míles (Pt 1) || Arte e Letteratura || THREEvial Pursuit

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21 Mar Non sono un artista || Intervista a Míles (Pt 1) || Arte e Letteratura || THREEvial Pursuit

 

Non sono un artista

Intervista a Míles // Pt 1
di P. Tiziana Caudullo e Federico Bria

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TF: Tu sei quello che si può definire un artista multidisciplinare, visto che spazi dalla pittura alla scultura e al disegno. Queste diverse tecniche di creazione artistica ti permettono di esprimere cose diverse in modo differente? Vale a dire, prediligi una tecnica piuttosto che un’altra a seconda di quello che vuoi esprimere?

Míles: Diciamo che non c’è un modo o un limite in questa cosa. Più che altro mi piace spaziare, nella scultura soprattutto, ma anche nella pittura (poi c’è anche la street art, che anche se è sempre pittura è tutta un’altra cosa). Non è legato a una forma: ora faccio una scultura perché devo fare una scultura, o una pittura perché devo fare una pittura. Ma nasce tutto da un’immagine: se quest’immagine è più legata alla terza dimensione, d’istinto realizzo una scultura. Se è bidimensionale, con dei colori piatti, tenui, che non siano prettamente scultorei, vanno bene anche il disegno o il colore. Poi c’è anche la materia, che nella pittura c’è ma in altro modo. È molto casuale, o meglio, istintivo.

TF: E per quanto riguarda la street art?

Míles: C’è un qualcosa di particolare a lavorare sui muri. Oltre al valore aggiunto per via della visibilità e del supporto, c’è qualcosa in più. Se ti lasci trasportare dall’ambiente circostante riesci a tirare fuori un qualcosa che è prettamente legato a quel luogo lì, questo è un punto. Poi c’è la superficie materica, che noi in Italia abbiamo molto a cuore. Questa superficie grezza, abbandonata, anche nei centri storici, che hanno già di per sé delle forme. La muffa, le crepe hanno una loro texture, ed è bellissimo interagire con queste crepe. Mi piace giocarci, anche Leonardo Da Vinci lo faceva: lui disegnava le muffe, le crepe, l’ho scoperto poco tempo fa. Quindi dipingere in studio, rispetto a dipingere su un muro, è completamente un altro universo secondo me.

TF: Hai mai provato a sperimentare lo stesso soggetto secondo varie tecniche?

Míles: Se io provassi a dipingere una scultura risulterebbe banale, come se dovessi scolpire un dipinto, può risultare banale. Bisogna fare attenzione.

miles ridotta3TF: In che senso banale?

Míles: Arturo Martini diceva: “Perché la scultura può fare una Venere e non un pomodoro? Un pomodoro risulta banale in scultura”. L’esempio mi sembra calzante. Un pomodoro in pittura, secondo una tecnica particolare, può risultare più efficiente rispetto alla scultura. L’abitudine poi ti porta a razionalizzare e dividere, scindere le due, tre, quattro cose, e capire cosa è meglio fare in scultura e cosa in pittura. Non è facile. A me riesce istintivo, anche perché ho sempre dipinto, ho sempre scolpito, e quindi so cosa è meglio per l’uno e cosa per l’altro. Ho anche provato a innestare le due cose insieme: a volte il risultato è banale, a volte è potente (come colorare una scultura). Un altro scultore diceva che una pisciata non cambia il colore del mare, in riferimento al colorare una scultura, no? È inutile che tu la colori, perché tanto è già tridimensionale, è inutile che ci vai sopra con il colore. Poi vabbè, c’è anche il discorso dei Greci, loro coloravano la scultura…

Quindi è un po’ il soggetto che definisce la tecnica… un po’ come la comunicazione: come gesticolare e parlare a voce, concetti diversi vanno secondo metodi diversi.

Míles: Sì, esatto. Io parto sempre dal disegno. Il disegno può rimanere tale, può diventare pittura o può diventare scultura. Però sto attento a capire quali elementi sono più potenti nella scultura e quali nella pittura. Quindi valutare bene dai bozzetti cosa può diventare scultura e cosa pittura è fondamentale.

TF: Ti è mai capitato invece di realizzare una scultura senza fare prima un bozzetto?

Míles: Sì. Questa qui [indica una scultura alle sue spalle, NdR] ce l’avevo in testa e sono partito direttamente nella realizzazione. Anche il nano [indica un’altra scultura, NdR]: c’erano dei disegni che però non ho considerato, quindi è stato fatto molto di getto.
Mi piace anche che mentre lavoro succeda qualcosa che non volevo io. Tipo che mi cade, si spacca e trovo una spaccatura particolare. Quella spaccatura la lascio e poi ci lavoro intorno. Quelle due teste [indica una scultura nello studio, NdR], che sarebbero due gemelli siamesi, ho volutamente sperimentato prima di farla mettendo l’olio nello stampo, perché l’olio crea delle crepe e delle spaccature; ho volutamente lasciato l’olio in eccesso per ottenere queste effetto crepato. Il caso c’è, ma lo puoi guidare in qualche modo. Sai che utilizzando determinati materiali in contrasto con altri, ottieni determinate reazioni. Lo fanno anche in pittura…

TF: Che materiali utilizzi per la scultura?

Míles: Legno, cemento, gesso, resina. Sono questi, poi ho provato a lavorare il marmo ma non lo sento per niente mio. Quello bianco di Carrara è praticamente burro, è bellissimo lavorarlo. Il granito è duro, è bastardo: l’ho lavorato per una scultura gigante, i dischi diamantati si finivano in venti minuti. E anche scalpellare è molto pesante. Poi il nero del Belgio, il rosa portoghese, sono tutti molto leggeri… ma proprio l’idea. A parte che hai bisogno di uno studio adeguato, perché fa un polverone della Madonna. Già con il legno, dovrei stare attento.

TF: Ti è mai capitato fare anche qualche collaborazione di sculture?

Míles: Sì, hai voglia. Quando stavo a Carrara gli studi erano tutti vicini e tra di noi si collaborava tantissimo. Magari ci si aiutava, uno aiutava l’altro per il suo progetto. Come i carri di Viareggio, si facevano anche le scenografie con loro. A Bergamo, nel centro commerciale, forse il più grande d’Italia, facevamo le scenografie.

TF: Ora come ora, dalla scultura alla pittura, sembri avere uno stile molto definito. Ti si riconosce subito insomma. È sempre stato così? Hai passato delle fasi stilistiche differenti, o anche a livello di soggetti ritratti?

Míles: Le fasi sono tante. La matrice dell’uomo e dell’animale a livello di soggetto c’è sempre stata, ma nel corso della mia vita e dell’esperienza è diventata un’altra cosa. Sinceramente non credo di essere arrivato da nessuna parte, mi considero in continua evoluzione. Già ora voglio affrontare tutta un’altra serie di cose, molto diverse da queste. Penso che si riconoscerà sempre il marchio, che sono io, però in modo diverso. A breve ci sarà un’evoluzione di quello che faccio. Questa ad esempio [indica una scultura nello studio, NdR] è l’ultima scultura che ho fatto, e già si vede che è diversa.

TF: Farà parte della mostra Freaks, giusto? Me ne avevi parlato… Quando ci sarà?

Míles: Sì, infatti. Sarà a maggio 2019, alla Merlino Bottega d’Arte a Le Murate.

miles ridotta5TF: Il legame uomo-animale di cui ci parlavi, è molto ancestrale. Immagino che tu sia un grande appassionato di filosofia o psicologia.

Míles: Nel corso della mia vita ho avuto molto a che fare con persone che hanno studiato filosofia, ma questo è un discorso a parte. Sono molto legato all’istinto e anche le cose che faccio sono istintive. Nel momento in cui mi sono accorto che nel mio istinto c’era questo connubio di uomo-animale ho iniziato a ragionarci su: perché faccio questo? Va bene le influenze di artisti, del passato, dai Greci al Novecento c’è sempre stata questa tematica. E questa è un’influenza che è possibile che io abbia bevuto. Però credo che ci sia qualcosa di molto più profondo, perché io lo sento che c’è un’energia in quello che faccio, di conseguenza penso che ci sia una verità. Credo in un istinto umano che si sta perdendo, che quasi non c’è più o cesserà di esistere, quindi ho questo desiderio di tirar fuori l’istinto umano e animale. Che poi, perché dobbiamo distinguerci dagli animali? C’è della filosofia anche in questo, Giordano Bruno è stato bruciato per questo motivo.

TF: Secondo te quali sono queste cose istintive che ora l’uomo sta reprimendo?

Míles: SSono tanti i fattori di allontanamento dall’istinto. È stato anche scritto un libro bellissimo. Il piccolo principe parla chiaro: essere bambini non vuol dire essere un coglione se hai quarant’anni. Mantenere quell’istinto bambino, però, ti priva di tanti filtri culturali, rendendoti secondo me già più libero. Poi c’è anche il reprimere la sessualità: anche questo è un concetto fondamentale della nostra società contemporanea. Pensa ai nazisti, che ammazzavano le scimmie bonobo perché dimostravano che l’omosessualità esiste in natura. Ma non solo, ci sono tantissimi esempi di sessualità repressa, di rabbia, che è fortissima. Un ascolto verso sé stessi, verso la propria interiorità, è un segno di maturazione. C’è un ego spropositato oggi. La gente crede di essere Dio. Solo perché sul cellulare mette i post crede di essere Gesù Cristo. Ci sono tantissimi pseudo artisti, anche qui a Firenze, che si vantano di prendere un pennello, fare una striscia e hanno il loro posto. Ma non è così: fermiamoci un attimo e riprendiamo i nostri ruoli, come le api. Perché si sta degenerando secondo me. Questo è un altro punto, sull’istinto.

TF: Tornando alla questione di prima, su ciò che ha definito il tuo stile: noi sappiamo che sei stato in Giappone. In che modo ha influito sul tuo stile?

Míles: Già quando ero lì, intorno al terzo mese, se ne accorgevano anche i ragazzi dell’università: stavo diventando quella cosa. Perché l’influenza di un’altra cultura, opposta alla tua, è talmente potente che se hai un minimo di sensibilità la bevi e diventi quella cosa lì. Per diversi mesi ho dovuto smettere di disegnare, con tanta angoscia; stavo male perché non riuscivo a capire come potevo uscire da quella situazione, perché facevo proprio le stesse cose che facevano loro. Ero talmente influenzato da quella cultura… Poi piano piano sono riuscito a inglobare quello nel mio, aggiungendo quindi un valore. Come un po’ Picasso con i viaggi in Africa. Secondo me anche lui ha vissuto più o meno la stessa esperienza. Fu radicale il suo cambiamento al ritorno dall’Africa; in Spagna si è messo a lavorare e faceva praticamente le maschere africane. Poi piano piano ha inglobato quella cosa, lo stile. Ci vuole un po’ di lavoro.

TF: Quindi questo in un certo senso è stato un blocco artistico… che è un’altra domanda che volevamo porti. Ogni artista vive un periodo di blocco.

Míles: Sono forse due o tre anni che non ne ho più. Mi rendo conto subito se sto facendo una cazzata, ma la lascio andare perché poi so come sistemarla. Quei blocchi li ho avuti proprio per il timore di essere troppo quello scultore, di essere troppo quel disegnatore, di essere troppo quel fumettista, eccetera.

TF: Quindi per te il blocco artistico deriva dall’assenza di autenticità nell’espressione.

Míles: Sì, dal mio punto di vista sì. Oggi ad esempio con Instagram questa influenza è ancora più potente. Inconsciamente assimili immagini, e quando vai a disegnare tu non te ne rendi conto, ma ti ritrovi l’influenza di quello che hai visto. Infatti io non vado più a guardare le cose degli altri artisti, non lo faccio più. Se vado a vedere una mostra faccio attenzione. Se qualcosa ti piace tanto è difficile non prenderla, non assorbirla. Però fai attenzione a non inserirla nel tuo lavoro, ecco. Mi dispiace poi rivedermi in una cosa che non è mia. Anche in un passato, in un futuro, anche nelle cose che faccio lo sento che c’è qualcosa di tanti, ma c’è anche tanto di mio. È inevitabile.

TF: C’è sempre una reinterpretazione di quello che viene dall’esterno.

Míles: Ed è anche giusto che sia così. Non è il singolo artista a fare l’arte, ma è tutta una concatenazione di artisti che fan sì che tutto sia più bello.

miles ridotta2TF: In Giappone quindi pensavi di fare più quello di altri artisti piuttosto ciò che era farina del tuo sacco…

Míles: Sì, lì in Giappone era troppo. Ero talmente influenzato da quella cultura… ero pieno, dovevo svuotarmi da quella cosa e poi riprendere. E infatti quel momento di stasi mi è servito per innestare tutte quelle cose dentro al mio stile. Poi, il blocco non si limita a questo. Per noi artisti c’è anche un altro blocco, che è quello economico. Il fatto che tu debba trovare il modo di guadagnare dei soldi in altro modo è un dispendio di energie, e questo dispendio di energie non puoi ricollocarlo in un’opera. Io infatti mi sono costruito questa sfera proprio perché voglio fare solo questo. Allora riesco a costruire e a dare tutta la mia energia a un’opera d’arte senza dovermi preoccupare che non ho soldi… cioè vaffanculo, basta. Perché devo vivere per un’altra cosa? E questo è un altro blocco, perché se da una parte devi preoccuparti e guadagnare, dall’altra ci perdi. Sono energie che bisogna distribuire: se fai solo questo bene, se dividi le due cose guadagni da un lato e perdi dall’altro. I tempi si allungano, fai sempre delle cose che magari sono forti, ma… Eh, tu sei anche giovane [rivolgendosi a Fede, NdR], hai le energie giuste per poter fare sia una cosa che l’altra. Io non ce la faccio più, sono due anni che faccio solo questo. Con tanta sofferenza, come l’ho sempre vissuta. I miei non mi possono aiutare. C’è chi mi sta aiutando, qui.
Poi, altri blocchi… La carenza di ispirazione. Anche questa è energia. Ho imparato a distribuire questa energia. Se senti una carica creativa fortissima e la sputi tutta in un colpo e fai anche un bel lavoro (e va bene), ma ti sei scaricato troppo, no? Invece puoi distribuirla, questa energia, la creatività. Non so come, sinceramente, ma ho imparato a farlo. Piano piano sai che non devi eccedere. Stai lì, con foga, con istinto, come quando hai vent’anni, ti butti lì, fai questa cosa e poi sei stremato. Invece c’è una forma, una linea costante, che tu puoi mantenere con calma, piano piano.

TF: Tornando al discorso delle sculture, ti è mai capitato di fare una scultura per la quale hai usato tutte le tecniche? Tutto quello che sapevi?

Míles: È successo, sì. In Accademia facevo e distruggevo. Creavo e distruggevo, a parte quando sentivo che lo facevo con una razionalità più sicura, più forte.

TF: In che senso una razionalità più sicura e più forte?

Míles: Una consapevolezza del rapporto tra te e la materia, una linea che appaga quella visione avuta in quel momento. Perché la scultura è diversa dal disegno. Per quanto il disegno sia molto utile per la pittura, per la scultura, eccetera, i tempi di realizzazione sono molto più lunghi. La tecnica più congeniale a me era la modellazione. Sono molto veloce a modellare. Tant’è che in Giappone modellai questa scultura in un giorno; tutti i presenti erano scioccati, e dopo un po’ si sparse la voce, cosicché venivano da tutte le facoltà (era un campus enorme) a vedere cosa avevo realizzato in così poco tempo. Ho imparato questa cosa proprio perché se hai un’immagine devi sfruttarla subito, sennò si sperde e diventa un’altra cosa. Quando riuscivo a ottenere questo risultato, per me era buona.

TF: E lì eri già Míles?

Míles: No, sono Míles da tre anni. Prima solo Simone Miletta. Comunque Míles, se non lo sapete, deriva proprio dal mio cognome. Mio zio scoprì che il nostro cognome deriva dal latino: miles, militis, è la terza declinazione del sostantivo maschile; vuol dire “soldato”. O anche “pedina degli scacchi”, “soldato di terra”, “milizia”, “fante”. E io mi ci sento, quindi perfetto. L’arte poi è sempre un po’ contro: contro la società, contro il consumismo, eccetera; un valore ce lo metti, di rabbia, ce lo metti, dentro l’arte.

TF: Quindi ti senti un po’ un soldato dell’arte…

Míles: Sì, direi di sì. Tra l’altro è bello anche… a me succede, succederà anche a te [rivolgendosi a Fede, NdR]. Quando sei concentrato a fare qualcosa, che ti senti bene mentre la stai facendo, entri in uno stato di oblio, che poi quando hai finito il lavoro quasi non ti sembra di averlo finito e ti dici “Cazzo, l’ho fatto io?”. Ti senti quasi uno strumento di qualcosa di ancora più potente. Allora chi è l’artista? L’artista non è nessuno. L’artista è solo lo strumento di una visione che ha avuto; il pennello è lo strumento, e tu artista sei lo strumento che usa il pennello. Ma la cosa è ancora più grande, viene da fuori. Tu la stai prendendo, e sei intelligente a prenderla, ma la stai scaricando da un’altra parte. Qualcosa fruisce di te, ti sta usando per fare l’opera d’arte. Questo è fondamentale secondo me. Chi considera questa cosa importante è già a buon punto. Considerarsi Dio perché ho fatto questa scultura non ha senso, non l’ho fatta io. Ci ho messo la manualità per farla, ma l’immagine da dove è arrivata? Chi me l’ha data?

TF: Che risposta ti dai?

Míles: Che non sono un artista.

TF: Ma, chi è che ti dà l’immagine? Te la dà l’inconscio, il mondo esterno, il sogno?

Míles: L’inconscio, soprattutto. È quello più potente. Ci convinciamo di essere padroni, di governare anche il destino addirittura. C’è chi pensa di ottenere questi risultati. In verità siamo solo una massa di pecore in balia del destino, che non puoi gestire, e quindi l’inconscio è molto più potente, pensa ai sogni: riusciamo a volare, ma in realtà no!

TF: Eh già! Peccato, perché sarebbe bellissimo… (risate)

Per leggere la seconda parte dell’intervista clicca qui!

 

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