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Non sono un artista || Intervista a Míles (Pt 2) || Arte e Letteratura || THREEvial Pursuit

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21 Mar Non sono un artista || Intervista a Míles (Pt 2) || Arte e Letteratura || THREEvial Pursuit

 

Non sono un artista

Intervista a Míles // Pt 2
di P. Tiziana Caudullo e Federico Bria

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Per leggere la prima parte dell’intervista clicca qui!

 

TF: C’è un’altra domanda che volevamo farti, riguardo alla religione. Mi riferisco ad esempio all’opera La Crocifissione dei Ladroni, alle Murate. In che modo colleghi la tua arte alla religione? Hai fatto degli studi?

Míles: Perché il messaggio è potente. Non ho fatto studi di religione. Mia madre è molto religiosa, e vengo da una terra dove la religione è ancora considerata tale, quindi sono nato e cresciuto con questa cultura. Poi crescendo mi sono reso conto che ha lasciato molto; anche se noi crediamo che non sia più così potente, in verità il segno nel corso dei secoli che ci ha lasciato è evidente. Noi siamo influenzati da questa cosa qui [la religione, NdR], per quanto ce ne vogliamo distaccare, essere atei o credere in un’altra religione (comunque anche credere in un’altra religione vuol dire essere pertinente), abbiamo l’influenza. Per esempio, anche tornando al discorso dell’istinto, la repressione dell’istinto, viene dalla Chiesa! Bruciavano gli omosessuali, per dirne una, l’omosessuale, ma anche altre attività sessuali particolari, anche tra etero.

TF: Anche il concetto stesso della religione, cioè sopprimere la vita terrestre per una vita ultraterrena: tutto il piacere fisico è peccato, per la religone cristiana.

Míles: Certo, e questo ci è rimasto. Ora crediamo di essere degli Dei. Io ho un odio per la società contemporanea che è infinito, veramente, non ce la faccio più, non sopporto più l’ego dell’essere umano.

TF: Però appunto mi chiedevo, riguardo al pezzo delle Murate, La crocifissione dei ladroni, legato a temi biblici, te avevi già il titolo in mente o è venuto dopo?

Míles: Lì è successa una cosa, che ogni volta che la racconto mi vengono i brividi… Stavo camminando, passando proprio dal giardino che c’è lì, pensile, e proprio d’istinto guardo il muro lì, e mi chiedo cos’è. E mi avvicino perché davvero, sentivo qualcosa, e guardo, faccio una foto, vado a casa, prendo i colori, prendo la macchina e la scala -perché mi serviva la scala- e d’istinto ti giuro faccio due schizzi veloci e viene fuori questa cosa qui. Due giorni dopo mi contatta un mio amico e mi fa (e io non lo sapevo, te lo giuro), mi fa “Oh, azzeccato eh, c’era il carcere qua”. Io avevo fatto i due ladroni, sono incatenati, cioè vedi com’è potente l’istinto, l’inconscio? I muri che trasudano storia, ti stanno parlando, ti comunicano, le cose ti comunicano. Non sei tu, infatti non sono stato io a farlo, è stata quell’energia, quella forza che mi ha portato là, e io l’ho fatto. Poi c’è la tecnica, c’è quello, c’è quell’altro, il fatto che io l’abbia fatto, va bene, ok, però c’è qualcos’altro.

TF: Hai visto quel posto, e hai detto “Deve essere quello”.

Míles: Sì, quindi li ho chiamati Tito e Dimaco, perché c’è appunto questa mia rabbia legata al Cristianesimo, perché ci sono i Vangeli apocrifi, che sono stati censurati dall’Impero Romano. Loro hanno scelto quei Vangeli, perché gli altri che problemi c’avevano? De Andrè ci ha fatto un album, La buona novella. Tito e Dimaco per quel motivo lì, però è molto più profondo quello che fai, al di là dei titoli che dai a un opera, o quanto io ci possa mettere. La gente mi chiede: “Cosa significa questo?” Io posso dire fino a un certo punto che signifcato ha, però non posso sapere veramente fino in fondo che cos’è.

miles ridotta6TF: Perché appunto, se consideri l’ispirazione come qualcosa che viene dall’inconscio, dall’istinto, per definizione è una cosa che non puoi capire fino in fondo.

Míles: Io lavoro così, ma ci sono tanti artisti che lavorano per altro. Per politica ad esempio, oppure prendono delle idee di constestazione e le mettono in un posto specifico. Come la merda gigante in bronzo che hanno messo in piazza della Signoria, sono palesi no? Questo scultore l’ha fatto perché lui ha voluto dire questa cosa, appunto, 1+1=2, ma per come lavoro io è diverso, lavoro più per fini che non conosco bene, cioè, il discorso di prima…

TF: Vanno proprio su questioni ancestrali dell’essere umano… A questo proposito volevamo farti un’altra domanda, riguardo al significato politico o sociale dell’arte. Da una parte c’è quindi l’arte come pure estetica, dall’altra c’è un’arte che si rifà alla società e alla situazione politica. Tu come vedi questa cosa?

Míles: Credo che se l’artista riesce a trovare la giusta dose di estetica (che poi è molto importante in verità, l’estetica di un’opera d’arte) e innestare nell’opera il concetto, che esso sia politico o legato all’inconscio come lavoro io, o che sia qualsiasi altro genere. Se lo fa con naturalezza, con freschezza, con potenza, il risultato è buono in qualsiasi settore tu lo metta, e non è un caso infatti che ci sono artisti anche contemporanei, soprattutto contemporanei, che lavorano per la politica, per contestazione ai politici, che sono veramente, cioè… fanno ridere, sono notevoli. E mi fa ridere tantissimo Nemo’s a me per esempio, mi piace tantissimo, perché fa questo personaggio che fa sempre delle cose strane, bizzarre, sembra un po’ infatti l’uomo medio, che fa delle cose stupide, e mi divertono. Ce ne sono tanti che lavorano così, e se lo fai bene, il risultato è buono. Non c’è un limite secondo me.

TF: Tu fai dei disegni che lasciano spazio a più interpretazioni, quindi mi chiedo: se te magari dai una tua interpertazione a un disegno che fai, e un altro invece ci vede qualcos’altro, gli lasci quella libertà?

Míles: Quando sei venuto [rivolgendosi a Fede, NdR] a farmi fare quel bozzetto veloce, lo scarabocchio, ci sono rimasto, perché… io disegno così. Parto da uno scarabocchio e poi realizzo tutto ciò che può essere, che ci può stare dentro. Quindi fino a un certo punto…

TF [Fede]: (ridendo) Cazzo quindi in un certo senso ti ho copiato alla fine!

Míles: No, siamo in tanti a fare così, non credo che io sia quello che ha inventato questa cosa, forse l’ho vista fare. Sono stato a Genova anni fa, a una mostra di artisti che venivano fuori da un centro psichiatrico, forse quello mi ha ispirato tantissimo perché c’era, si vedeva proprio il gesto potente, istintivo, e mi piacque tantissimo. C’avevano una forza, quelle linee, incredibile, e allora mi sono detto: perché non liberarlo? Allora l’ho fatto anch’io, e da lì non mi sono più fermato con questa cosa, quindi sì.

TF: Quindi parti dall’istinto, e poi magari uno può interpretarlo in una maniera o in un’altra.

Míles: Sì, poi ti ripeto: io ci metto i titoli che potrebbero essere un po’, come dire. Mi diverto con i titoli, a giocare, a provocare, a stuzzicare la creatività.

miles ridotta1TF [Fede]: Capisco molto bene, anch’io faccio così.

Míles: È divertentissimo, poi anche sui muri è divertente provocare.

TF [Fede]: Eh, tipo l’uomo con la minchia gigante, quello lì che hai disegnato quando si era insieme, ti è venuta lì per lì o…?

Míles: Lì per lì… Chissà cosa c’avevano fatto lì dentro!

TF [Tiziana]: Ma dove eravate?

Míles: Ah giusto, tu non conosci questa storia! Fede e io eravamo insieme, lui a fare gli scarabocchi a occhi chiusi, e io ho fatto l’Uomo-Minchia. Non so cosa ci fosse là dentro [una struttura semiabbandonata, NdR], forse un troiaio. Poi venne il proprietario a dirci che lì non potevamo starci e noi: “Guardi, si fa un dipinto e poi andiamo via”. Io non avevo ancora cominciato. Lui va via e torna che avevo finito, lui lo guarda e mi fa: “Minchia, bello! Bello, bella minchia, complimenti!” e non se ne voleva andare più. (risate generali)

TF: L’Uomo-Minchia ci ha fatto un po’ perdere il filo del discorso (risate generali). Riprendiamo la scaletta. Sei mai dovuto scendere a compromessi per dei lavori su commissione? Se qualcuno ti chiede di fare qualcosa che a te non convince, sia a livello di stile che di contenuti, come reagisci?

Míles: L’unica cosa che piace di me, che mi piace di me, è proprio questa reazione che ho nei confronti di chi vuole plasmare troppo un’opera; preferisco che un acquirente acquisti direttamente a una mostra oppure che venga qui nello studio, scelga l’opera e vada via, perché nel momento in cui mi commissiona l’opera già mi viene la febbre.

TF: Ti toglie l’autenticità di cui si parlava prima, cioè tutta la base del processo creativo.

Míles: Ho mandato a fanculo tante persone che magari mi avrebbero pagato bene, dopo due cose che mi avevano scritto, tipo: “Eh, ma questo colore se lo metti qui…”; “Si no guarda, questa figura è troppo inquietante, quello è troppo così, quello è troppo cosà…”. È successo diverse volte. E allora fattela tu, l’opera, sei tu l’artista, vai, fattela tu. Anche perché non sono già io l’artista, in più vieni tu che non sei proprio per niente legato a esserlo, e mi vieni a dire che cosa fare! Quindi no, sinceramente questo mi piace. Forse sono stupido, perché dovrei invece accettare e guadagnare dei soldi e invece me ne sbatto.

TF: Quindi non vuoi scendere a compromessi.

Míles: No, non scendo a compromessi. Ho amici che sono stati malissimo per questa cosa qui, perché dei galleristi gli avevano chiesto di essere in un determinato modo e loro non ci riuscivano, e sono stati molto molto male. No, a me mi deve venire d’istinto.

TF: Ho visto una sarcinesca che avevi fatto poco tempo fa: in quella lì hai avuto totale libertà, potevi fare quello che ti pareva?

Míles: Avevo preparato un bozzetto, non gli piaceva e… È stato buffo, il proprietario. A parte che secondo me il bozzetto era bellissimo. Secondo lui però non andava bene, perché loro non fanno musica dal vivo e io avevo messo troppi elementi di strumenti musicali, e ho detto ok, tolgo gli strumenti e ti preparo un altro bozzetto se vuoi. Seconda chance. “No vabbè, basta che togli questo, ci metti la scritta centrale e siamo a posto”. L’ho fatto e basta, ho solo dovuto sistemare la scritta che era torppo piccola e poi è piaciuta.

miles ridotta4TF: È andata bene insomma.

Míles: È andata bene, alla fine era un tipo tranquillo. Ora per esempio devo fare altre serrande, ma questo è un altro discorso perché non farò cose mie, lo faccio solo per guadagnare dei soldi ma non c’entra niente con l’arte. Non ci sarà niente del mio stile. Per esempio, c’è questo ristorante in stile liberty all’interno, e io farò dei richiami sulla serranda di liberty, quindi decorazione e basta. In questo caso ci può stare che uno mi dica di lavorare in una certa maniera, altrimenti non mi devi rompere i coglioni perché divento una bestia.
Dipingo da quando ho due anni. Ora, lo ripeto, non sono un dio, non sono nessuno, ma lasciami fare il mio mestiere! Perché è un mestiere e questo, ecco, è un altro punto che veramente fa girare i coglioni a un artista: che la gente creda non sia un mestiere. Ti chiamano in giro a dipingere i muri, a fare le mostre, a fare quello e a fare quell’altro, e non ti pagano perché credono di farlo con la visibilità. Io sinceramente a quarant’anni me ne sbatto della visibilità e voglio iniziare a guadagnare. Tu pensa quanto è storta la società: vengono spesi miliardi, anche una famiglia, spende un tot al mese per guardare degli idioti che tirano un calcio al pallone. Facciamo un passo indietro: queste persone, che fanno sport, stanno regalando un’emozione. La società ha voluto che questa emozione debba essere pagata, quindi se tu vai allo stadio devi pagare il biglietto, se la vuoi guardare in televisione devi pagare il canone eccetera. Un’emozione si paga perché è giusto pagare chi la crea, dal teatro allo sport, dall’arte a un libro o una poesia. Deve essere pagata, perché è un mestiere. Oh! Niente, la pittura non vuole entrare in questo discorso, così come la scultura, e allora l’artista come vive? Eeh… ammazzando le persone.

TF: E questa è una cosa che secondo te c’è più a Firenze o…?

Míles: È molto italiana, questa concezione, ed è molto strano, perché noi siamo i padri di questa cultura. A Bologna già si respira un’aria diversa. A Torino, Bologna, Milano la concezione dell’arte è già più europea, un po’ come i tedeschi, questa cosa è vissuta diversamente da come facciamo noi, e anche Lisbona, anche in Spagna, anche se è molto difficile lì, siamo molto simili infatti. Però è comunque diverso rispetto a noi. In Francia stanno bene, chi lo fa per bene.

TF: Ci sono anche Paesi, tipo il Belgio se non mi sbaglio, in cui l’artista, sia che si tratti di uno scrittore o di un artista visuale per così dire, viene pagato dallo Stato; ha il suo stipendio da parte dello Stato per fare produzione artistica.

Míles: Sì, danno dei fondi. L’artista può entrarne a far parte, senza spendere niente. In Italia siamo messi male, anche perché ci sono un sacco di posti vacanti, che da una parte possono essere assegnati alle famiglie che ne abbiano bisogno, ma dall’altra anche all’artista. Cioè, il Comune potrebbe dare uno spazio a un gruppo di artisti, e vedi cosa ti tira fuori! Cioè, a Firenze è un continuo che invitano [artisti esterni, NdR], spendono miliardi ogni anno e mettono le sculture; per carità, va bene, non dico che non vada fatto, però se c’è una realtà già dentro casa tua bisognerebbe fare qualcosa per farla sviluppare.

TF: Ultima domanda che avevamo, alla quale hai già in parte risposto: progetti per il 2019? Come intendi far evolvere, se intendi farlo, il tuo stile e la tua produzione? Ce ne vuoi parlare meglio?

Mìles: No, perchè in verità oggi stavo pensando… che vorrei, ecco, andare in carcere, cioè, proprio finire in carcere! Davvero, è un pensiero che ho avuto. Potremmo fare un omicidio [rivolgendosi a Fede ridendo, NdR], in questo modo riusciremmo a produrre in completa serenità! Dai, qualcuno da uccidere si trova…

TF: Quindi questo è il progetto per il 2019?

Mìles: Sì, mi sa che ammazzo qualcuno e me ne vado quindici anni in carcere, perché tanto l’ergastolo non te lo danno, poi magari hai una riduzione di pena e ti becchi solo due anni.

TF: Lascia fare, magari ti danno i domiciliari e sei punto a capo!

Mìles: Dovremmo fare qualcosa di grosso, tipo omicidi seriali… Questo è il progetto per il 2019: uccidere perché l’arte ne tragga giovamento. Sì, sinceramente non c’ho nessuna remora.

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