Canzoni contro la paura || Intervista a Brunori Sas || Musica e Teatro || THREEvial Pursuit

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20 Giu Canzoni contro la paura || Intervista a Brunori Sas || Musica e Teatro || THREEvial Pursuit

 

Canzoni contro la paura

Intervista a Brunori Sas

di Andrea Biagioni e Chiara Francioni

 

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Un’orchestra ci trasporta nelle caldi notte d’Oriente, i fiati rievocano estatici incantatori di serpenti e il morbido panno rosso delle poltrone su cui siamo seduti ci proietta su immaginari tappeti volanti, magia di un tempo andato che si sta ricreando su un palco nero e lucido come un lago notturno. Anche l’afa esterna ha dato il suo contributo al nostro processo di immedesimazione, ma noi abbiamo trovato un’incantevole oasi tra le accoglienti pareti di un grazioso teatro di provincia.

Ci sono due voci e due figure da cui non riusciamo in questo momento a staccare occhi e timpani: Emad Shuman, cantante libanese in abiti tradizionali, che sta intonando le parole di uno splendido e trasportante canto arabo; e al suo fianco, Dario Brunori che pizzica le corde della sua chitarra. Intorno a loro, una ventina di musicisti provenienti da varie parti d’Italia e del mondo suonano in armonia. Mano a mano che la musica compie le sue vibranti evoluzioni, ci sembra di riconoscere qualcosa di familiare. E prima che tu possa rendertene conto, tutti stanno suonando l’intro de L’uomo nero. La voce di Dario e quella di Emad si alternano con un risultato abbacinante.

Ed hai notato che l’uomo nero
semina anche nel mio cervello.

No, adesso no. Adesso ci sentiamo parte di un tutto che non ammette distinzioni, né pregiudizi di sorta. Questa non è magia. È il risultato di un lungo e faticoso percorso artistico condotto dall’Orchestra Multietnica di Arezzo (OMA), interessantissimo progetto musicale della cooperativa aretina Officine della Cultura, e da Brunori: un percorso in cui la musica diviene veicolo per il loro comune impegno sociale. Da un lato, abbiamo una realtà musicale unica nel suo genere, che si fonda sulla commistione di suoni e voci provenienti da vari paesi nel mondo e che, già da tempo, si occupa di integrazione al fine di favorire la nascita di una società basata, per usare le parole del direttore Enrico Fink, «sul valore della dignità della differenza». Dall’altra abbiamo Dario Brunori, aka Brunori Sas, cantautore che con il suo quarto album A casa tutto bene ha definitivamente convinto anche le pieghe più scettiche del pubblico e della critica. In particolare il brano citato in apertura, L’uomo nero, si è aggiudicato il premio Amnesty International Italia 2018 per la migliore composizione dedicata ai diritti umani del 2017 e ci racconta una società corrosa dalla paura per il diverso, mettendoci dinanzi a una triste realtà che ancora una volta potremmo sintetizzare con la parole stesse di Dario.

Tu che credevi nel progresso
e nei sorrisi di Mandela
Tu che pensavi che dopo l’inverno sarebbe arrivata la primavera
E invece no.

Proprio queste ultime considerazioni dovrebbero spingerci ad apprezzare momenti come quello offerto da un eclettico gruppo di musicisti che ci ricordano l’importanza dell’uguaglianza e dei diritti umani, temi che oggi necessitano di particolare cura e protezione, se non vogliamo che finiscano per diventare mera retorica.

E noi? Beh, noi abbiamo avuto il piacere di fare un’interessante chiacchierata con Dario Brunori tra le pareti della biblioteca del Centro Culturale Le Fornaci, nel ridente comune aretino di Terranuova Bracciolini. E tutto ciò è stato possibile grazie a Luca Roccia Baldini, di Officine della Cultura e musicista dell’Orchestra Multietnica, e a KanterStrasse Teatro, compagnia teatrale professionista con base nel Valdarno Superiore e residenza artistica per la Regione Toscana nel triennio 2016-2018. Oltre che curare proprie produzioni, la compagnia si occupa anche di progettazione culturale e del Diffusioni, piattaforma permanente di programmazione teatrale nel territorio, la cui stagione invernale 2017-2018 si è conclusa proprio con il concerto congiunto di OMA e Dario Brunori. Mentre in questi giorni sta portando avanti la quarta edizione del Diffusioni Festival, rassegna di arti performative che si sostanzia in un interessante percorso suddiviso in più appuntamenti, dedicati non solo al teatro ma anche alla musica e alla danza, e che ha come obiettivo quello di diffondere i nuovi linguaggi della scena contemporanea.

Proprio mentre osserviamo il poster con la programmazione del festival, Dario arriva con tutta la sua bonomia. Sorrisi, strette di mano, qualche frase di circostanza che scappa qua e là e ci sediamo. Ciak.

Buttiamola più su una chiacchierata informale piuttosto che su un’intervista.

Assolutamente.

Sei qui con l’Orchestra Multietnica di Arezzo e il fatto che L’uomo nero abbia vinto un premio legato ad Amnesty International sul discorso immigrazione diventa un collegamento importante con questo progetto. Un paio di riflessioni su come è nata la collaborazione?

La collaborazione è nata dall’incontro con Luca Roccia Baldini, che in più di un’occasione avevo incontrato perché facevamo gli stessi “giretti”, suonando lui con Benvegnù. Mi disse che c’era questo progetto, mi spiegò qual era la natura e qual era anche lo spirito. E insomma un po’ incuriosito da lui, un po’ dal fatto che comunque capitava in un periodo in cui mi stavo interessando di più a determinate dinamiche, in cui c’avevo in testa anche la scrittura dell’ultimo disco, che sicuramente si è spostata molto di più rispetto alle cose fatte da me in passato verso un’attenzione a certe tematiche, mi sembrava rientrasse in una serie di percorsi di esperienza che mi interessava fare, anche per dare sostanza a quelle che potevano essere delle mie riflessioni. Adesso è stata confermata, perché dopo quella prima esperienza mi sono molto divertito e perché al di là dall’aspetto simbolico della faccenda c’è un’atmosfera molto gioiosa. Umanamente ho condiviso da subito una serie di visioni, un sentire che mi ha colpito al di là dell’aspetto intellettuale. Poi appunto la costruzione di questo loro progetto, il modo in cui cercano di comunicare e veicolare certe cose, mi interessa: sia da un punto di vista musicale, perché c’è in effetti un tentativo di far incontrare le culture differenti in un modo poco retorico e molto pratico; sia perché c’è il lavoro sul materiale artistico-musicale con un tentativo reale di commistione, quindi non semplicemente appiccicare una cosa su un’altra. Per dire, sui miei pezzi abbiamo lavorato, e hanno lavorato soprattutto loro a dir la verità, sulla possibilità di trovare delle cellule musicali che, pur non essendo appartenenti a una tradizione, potessero essere mutuate in un certo tipo di tradizione. Quindi, mi è piaciuto l’aspetto artistico e poi mi piace l’aspetto umano perché ci sono delle storie anche, e per me questo è importante. Facciamo un mestiere in cui spesso è facile cominciare a guardarsi un po’ allo specchio e si perde un po’ di vista quello che c’è intorno. Ecco, questo è un modo per guardarsi intorno e non perdere il contatto con altre realtà. Non dico con la realtà, perché non ce n’è una, però con altre realtà sì.

brunori ridotta 2A proposito del tuo ultimo disco, dicevi che è parzialmente diverso dai lavori che hai fatto in precedenza. Infatti, si nota comunque l’attenzione a un concetto che è il filo conduttore di tutto l’album, ovvero questa forte incertezza, le paure dell’uomo moderno in tutte le sue declinazioni: dall’amante alla paura per il diverso. Qual è percorso che ti ha portato a questo?

Innanzitutto parto da me, un po’ perché penso che si debba necessariamente partire da se stessi, un po’ perché alcune cose le vivo direttamente, e quindi il mio non è mai lo sguardo di una persona che su certe cose ha raggiunto una visione o una sorta di soluzione. Quando parlo di determinati argomenti ne parlo proprio con lo spirito di chi s’interroga. E quindi il disco è nato da una serie di interrogativi e sicuramente anche da un sentire forte su certe tematiche. Ci sono stati dei momenti in cui mi sono detto che non potevo più fare a meno di parlare di determinati argomenti e parlare di determinati argomenti (sia per il peso di un’eredità legata ai cantautori, sia perché siamo cresciuti noi con una cultura poco avvezza a dedicarsi ad un certo tipo di tematiche) era per me un terreno scivoloso. Avevo molta paura di affrontarle, ma non per la paura delle tematiche stesse: avevo paura di affrontarle in un modo che potesse risultare retorico o banale. Ho deciso che il disco doveva partire anche dall’affrontare questa paura, perché comunque si trattava di parlare di cose che mi suggestionavano e mi emozionavano, e quindi ho detto: “Va bene, corro questo rischio. Corro il rischio di parlare di attualità e magari di cadere nel racconto che non analizza”. Però mi sono anche detto che l’unico modo per non cadere in quella trappola, e quindi per non fare il compitino del bravo cantautore impegnato, era partire da un aspetto che era innanzitutto quello personale: cioè di riconoscere in me stesso qualche cosa, di non additare, di non giudicare e di capire quanto di quello che stavo raccontando mi apparteneva, anche di quello che non mi piaceva. Per questo in molti pezzi cerco anche di entrare nel personaggio negativo, di interpretarlo. Poi, se ci sono riuscito o meno non lo so, però il tentativo era questo. Ed era anche un desiderio, se vuoi, di emanciparmi da una certa visione ironica che a un certo punto mi era diventata meccanica. Se all’inizio era bello giocare d’ironia, cercare di toccare gli argomenti ma sempre con un tocco che non fosse serio perché altrimenti ci si prendeva troppo sul serio, a questo giro ho detto: “Sai che c’è? Se l’ironia deve diventare non più sovversiva ma meccanica o un alibi dietro cui nascondersi, preferisco pigliarmi il rischio di parlare di cose in maniera un po’ seria e poi vediamo che succede”.

E direi appunto che i premi ricevuti dimostrano che il percorso era giusto.

Sì sì. Devo dire che, al di là del fatto che ci sono tanti limiti nelle cose che posso fare, sono contento proprio di aver provato, del tentativo. Mi sembra che sia un periodo storico in cui uno si deve lanciare, cioè deve cercare di fare, perché altrimenti in questo pudore o in questa sempre grande attenzione a non fare, perché s’è già fatto o s’è già detto oppure perché è vecchio o è retorico, va a finire che non si parla più di niente e si evita il discorso per non cadere nella trappola e, secondo me, è un atteggiamento un po’ egocentrico.

Ci sono due aspetti interessanti che hai toccato: ironia e pratica. Comunque, l’ironia non sembri averla mai abbandonata, prendi La verità all’inizio: «Te ne sei accorto, sì / che parti per scalare le montagne / e poi ti fermi al primo ristorante…». Sembra quasi una critica nei confronti della vostra e anche nostra generazione, di noi trenta-quarantenni che vogliamo sempre tentare tutto e poi ci blocchiamo appena riscontriamo la difficoltà o capiamo che la nostra pigrizia è maggiore rispetto alla nostra volontà di raggiungere l’obbiettivo che ci siamo prefissati. Poi c’è la pratica, che è collegata ad un’altra cosa che hai detto: la banalità. Ci sono alcune frasi che apparentemente possono apparire banali. Ce n’è una in particolare ne L’uomo nero: «Hai notato che parla ancora / di razza pura, di razza ariana / ma poi spesso è un po’ meno ortodosso / quando si tratta di una puttana». L’abbiamo sempre pensata tutti una frase del genere, non la diciamo mai però. E quindi, si ritorna alla pratica: magari una frase può essere banale, utilizzata, si sente magari dappertutto, quindi la pensiamo ma non la diciamo. Forse invece c’è bisogno di iniziare a dirle, le cose.

Sì, magari su quella canzone lì, diciamo che ho avuto il desiderio di rappresentare delle cose che possono essere anche un luogo comune, ma sono inserite in un equilibrio all’interno della canzone. Infatti, poco dopo dico: «Ed hai notato che l’uomo nero / semina anche nel mio cervello». Quello secondo me è il passaggio in cui ci si emancipa un po’ dall’idea del noi e loro o dal pontificare, che sarebbe terribile. Poi ci possono essere inevitabilmente degli scivoloni, però ecco mi interessava in questo momento lanciarmi, così come mi interessa in tutte le cose che faccio ora (vedi la trasmissione su Rai 3). Siccome siamo una generazione in realtà molto attenta a quello che si dice, c’è sempre questa paura di essere scontati. In questo senso, può diventare però un forma di autocensura, che è anche una forma di vanità. Ho preferito e preferisco in questo periodo della mia vita dire anche una cazzata, una banalità, però almeno ho aperto un discorso, altrimenti non c’è neanche più il discorso. Poi l’ironia non l’abbandono, ci mancherebbe altro, ma c’è ironia e ironia: ovvero c’è un’ironia che può essere funzionale; e c’è un’ironia che tende a mandare in vacca tutto, per cui a un certo punto finisci il discorso e non s’è capito bene da che parti stai e che volevi dire, perché con quella frase ironica o con quella boutade hai in realtà scombinato tutto. In quel senso non mi piaceva l’idea di utilizzarla come schermo per dire tutto e il contrario di tutto. Poi secondo me, è anche un’ironia un po’ pavida, mentre io volevo utilizzare un’ironia amara, forse anche un sarcasmo più che altro. Più che d’ironia parlerei di sarcasmo, ecco, ma soprattutto rivolto verso me stesso. Quando canti il meccanismo della canzone è sempre strano, perché ovviamente quando io parlo, quando io dico ne La verità, «Te ne sei accorto, sì…», lo sto dicendo a me, però ovviamente l’ascoltatore lo percepisce come un monito a lui.

Un colpo di pistola rappresenta invece quello che dicevi prima, lo sforzo di cercare di mettersi dal punto di vista della persona che viene normalmente criticata.

È un tema molto delicato. Ho preso delle belle mazzoliate, in privato, da amiche o da altre persone che mi hanno detto che era molto pericoloso. Però secondo me è stato giusto. Se ricevo un messaggio da persone che conosco da tempo che mi dicono «Dario ma che hai scritto!?», emotivamente mi può creare subbuglio. Però, dico anche: “Meno male, finalmente si può parlare anche di queste cose”, e magari se ho sbagliato o sono stato corretto è bello comunque che se ne parli e che si crei un dibattito. Il tentativo era quello di scrivere una canzone con l’intenzione di raccontare una storia dal punto di vista del mostro, una cosa che non ho certo inventato io, conosciamo tutti le Murder ballads (sottogenere della tradizione folk anglo-americana, NdR). Però c’era anche l’intenzione di parlare di un tema importantissimo e di parlarne guardando tutte le sfaccettature: sia quella più ovvia, che è pienamente condivisa; sia quella del tentativo di far riflettere sull’idea di non cadere, come spesso ultimamente accade, in questo manicheismo in cui si tende a vedere tutto bianco e nero, a non entrare nel merito delle cose e a dare risposte semplici a fenomeni complessi. Mi interessava per questo. Era un tentativo ma anche una provocazione, altrimenti farei un altro lavoro. E quindi, mi sono detto: “Cerchiamo di vestire questi panni, sono panni scomodi, però cerchiamo di vestirli”. Perché è bello che si capisca, stiamo parlando di esseri umani.

Esatto, altrimenti l’artista non è più capace di provocare…

Guarda, io non mi ritengo uno che provoca; fare dei tentativi, però, per spostare l’attenzione su una visione più approfondita, proprio per evitare di ridurre tutto ad una visione semplicistica (tendenza che purtroppo è attuale), mi sembra prioritario. E su alcuni temi a me questo sembra prioritario anche perché, sennò, si finisce sempre col dire: “Quello è un mostro”; “Quell’altro l’han condannato”; “I buoni sono qua”; “I cattivi sono là”. Questa è una tendenza che su alcuni temi, vedi per esempio quello dell’immigrazione, diventa un modo di operare, un modo di pensare e di riflettere che non mi appartiene.

Nel concetto dell’incertezza che viene ripetuto nei tuoi testi ci si legge ovviamente un omaggio a Bauman; La vita liquida ad esempio è proprio un tributo.

Diciamo che più che un omaggio, gli ho proprio rubato tutto e quindi sì, possiamo dire che almeno in quel pezzo l’ho citato.

A questo punto ti chiederei di parlarci anche della tua esperienza con la trasmissione su Rai 3.

È stata un’esperienza per me. Da una parte mi sono lanciato in una maniera proprio… Guarda mi sono reso conto della mia presunzione, perché sono arrivato a fare la trasmissione convinto che sarebbe stato facilissimo, “che vuoi che sia!”. Poi mi sono ritrovato a girare, abbiamo girato per due mesi ed è stato un delirio, con gli autori che non mi sopportavano (e giù risate, NdR). Io ero abituato a lavorare come lavoro abitualmente. Però sono contento perché siamo riusciti a buttare un po’ di semini, magari con ancora un po’ di cose da migliorare, perché ci sono alcune cose da migliorare, ma sono contento. L’ho vista anche come un’occasione per me di miglioramento. L’abbiamo costruita non come una cosa statica, ma in mobrunori ridottado da poter andare in giro e conoscere persone. La mia idea era proprio quella di portare avanti il discorso del disco, cercando di confrontarlo con le idee delle persone. Cercare, cioè, di confrontare i temi del disco con un mondo altro. La logica con cui abbiamo costruito tutto è stata proprio quella di dire, da subito, abbiamo poche idee e confuse. Però c’era l’idea di coinvolgere tutti gli altri attori all’interno della riflessione sul tema. Non parlare dell’ospite, ma parlare con l’ospite. Sono molto contento del fatto che non sia venuto fuori un disastro totale, perché poteva anche venire fuori una cosa disastrosa (e si ride ancora di gusto, NdR).

Tornando al discorso dell’orchestra, dicevi che hanno trovato degli appigli nelle tue canzoni per poi esprimere anche altro. Ecco, dal punto di vista del tessuto musicale che c’è nell’album, quanto la collaborazione con Taketo Gohara (noto produttore musicale, NdR) ha inciso sul piano della varietà dei suoni del disco, che è immensa, e quanto questo aspetto ha facilitato anche l’orchestra nel progetto?

La costruzione del disco, dal punto di vista del suono, è stata una lunga maturazione, un processo lungo che è partito prima da casa mia: sia perché mi sono dedicato ai provini; sia perché ho la fortuna di lavorare con gli stessi musicisti da molti anni e succede che alla fine si crea uno schema che tende a ripetersi. Ho deciso, quindi, di invitare ogni musicista a casa mia, separatamente dagli altri, di non andare cioè direttamente in sala prove per arrangiare un testo già scritto. Ogni musicista è venuto a casa mia e abbiamo registrato le singole parti, senza ascoltare quello che avevano fatto gli altri. Da questo lungo processo è venuto fuori tanto materiale. Parallelamente abbiamo lavorato con Taketo per capire quale fosse l’impronta da dare. La cosa straordinaria di Taketo è che, più che dare delle suggestioni e pur dando dei suggerimenti, ha la capacità di carpire, partendo dagli input che tu dai, quali sono gli elementi importanti. Anche perché noi musicisti abbiamo l’horror vacui e quindi riempiamo tutto. Lui invece è bravo a sottrarre e capire quali sono gli elementi essenziali, che secondo me è il ruolo di un produttore. E soprattutto è riuscito a creare un piano sonoro senza esplicitarlo verbalmente: cioè lui lo fa! Per questo ho difficoltà a dirti quanto abbia influito, perché non c’era un’intenzione premeditata. Taketo è molto estemporaneo. Noi abbiamo messo tantissima carne al fuoco, proprio perché il materiale è stato registrato separatamente e quindi ogni musicista non ha tenuto conto dei tempi e delle pause degli altri. Il lavoro è stato poi portato in sala prove e da lì in studio con Taketo, il quale da una parte ti scombina tutto perché, ti ripeto, è molto estemporaneo, ovvero è uno che arriva e, se tu hai pensato di fare le cose in un modo, ti dice: “ma perché non facciamo così?”, dopo che tu magari ci hai lavorato per due mesi (e giù risate ancora, NdR). Dall’altra è in grado di prendere quello che hai fatto e sistemarlo bene. Il lato bello del disco, infatti, è che è di una profondità incredibile. Volevamo un disco che suonasse bene e quindi che non fosse di matrice indie, secondo la logica che “deve suonare male perché è più figo” (per tutti gli amanti dell’indie, Dario era ironico, ve lo giuriamo, NdR): ma non volevamo nemmeno che suonasse bene nell’ottica contemporanea, cioè di un suono tutto in faccia, potente. Gli abbiamo dato alla fine, e soprattutto lui (Taketo, NdR), una bella profondità. Per tornare alla domanda, alcuni richiami sono venuti fuori inevitabilmente dall’utilizzo di alcuni strumenti, ad esempio la mandola o alcune chitarre, perché nel suono dello strumento riecheggia forse qualche residuo di memoria di appartenenza. Sono quindi venute fuori delle atmosfere che possono essere state carpite dall’orchestra. Molte cose comunque sono più istintive che premeditate, sia dalla parte di chi suona sia di chi produce, ed è questa secondo me la cosa più interessante. La registrazione di un disco è una fotografia e, con Taketo e i musicisti, è venuta fuori proprio la fotografia di quel momento. Sono sicuro che se avessimo registrato il disco tre mesi dopo, sarebbe venuto fuori proprio un altro disco. Quindi, è stato quel momento e ci prendiamo quel momento là.

https://www.kanterstrasse.it
http://www.festivaldiffusioni.com
http://www.lefornaci.org
http://www.orchestramultietnica.net
http://www.officinedellacultura.org

 

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