Intervista ai Cor Veleno di A. Biagioni || Musica e Teatro || THREEvial Pursuit

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16 Gen Intervista ai Cor Veleno di A. Biagioni || Musica e Teatro || THREEvial Pursuit

 

Intervista ai Cor Veleno

di Andrea Biagioni

cor veleno 1 testa Andrea Calistri - FotoLibera
È capitato a chiunque, almeno una volta, il momento in cui tutto sembra sgretolarsi tra le mani. Solitamente coincide con la perdita di qualcosa in cui si è creduto fortemente e che si è costruito con tenacia o di qualcuno che si è amato con altrettanta forza e tenacia. Per Giorgio e Francesco, invece, questi due tipi di perdita si sono sovrapposti pericolosamente. In realtà, dovrei chiamarli diversamente ma c’è troppa umanità con loro, in questo momento, per usare i loro pseudonimi. Però è necessario, perché tutti conoscono Giorgio come Grandi Numeri e Francesco come DJ Squarta. Insieme formano i Cor Veleno, che sono tornati dopo otto anni con un nuovo album, Lo spirito che suona, e stanno preparando il loro concerto al Combo, organizzato da Progeas Family, che ci ha dato la possibilità di poter fare due chiacchiere con loro.

DJ Squarta è sul palco: ci sono ancora delle cose da sistemare prima del soundcheck. Del resto, basta che uno dei due si presti a rispondere alle domande, tanto quello che dice uno pensa l’altro, perché «questo siamo, una famiglia che ha condiviso un percorso di vita prima ancora di essere una band». Grandi Numeri butta alle volte uno sguardo lontano mentre parla: oltre a controllare i lavori di settaggio, sembra che la mente faccia un’altra strada. Una strada che porta a Primo Brown, a quel «2016 del cazzo», quando un fratello se n’è andato e, nonostante tutti i progetti fatti, era difficile, davvero difficile pensare a che futuro potesse avere tutto quello che avevano costruito insieme, al futuro dei Cor Veleno.

Prima della malattia di Primo avevamo tirato su delle idee di fondo. Lui stava finendo El micro de oro con Tormento e avevamo già iniziato a pensare quali canzoni mettere sul disco. Poi è sopraggiunta la malattia, quindi per un bel po’ di tempo il discorso di un eventuale album dei Cor Veleno è stato accantonato. Mai definitivamente, personalmente parlando, perché comunque sapevo che la potenza delle cose scritte da Primo meritava di trovare uno sbocco discografico vero e proprio. Quando anche Squarta si è sentito pronto a riprendere in mano il progetto, abbiamo riarrangiato alcune cose con Gabbo Centofanti e abbiamo deciso che era il caso di portarlo a un livello ulteriore.

cor veleno Andrea Calistri - FotoLibera ridotta 5All’inizio è stato faticoso, perché riaprire le canzoni in studio e sentire la voce di uno dei nostri migliori amici è stato tosto. Non sapevamo se saremmo stati all’altezza di portarlo a termine. Poi Mauro Belardi, il padre di Primo, ha sentito i primi provini che abbiamo tirato giù. Ha fatto un bel sorriso e ha detto: «Se è questo andate avanti così». E per noi ha contato molto, perché non fosse corrisposto a tutto quello che avevamo messo in piedi, anche riguardo il suo benestare, sarebbe stato difficile. Noi, un po’ come indole personale, cerchiamo sempre di tenere tutto insieme come una famiglia e quindi ci interessa un po’ che l’armonia permei le cose che tiriamo giù. Per tutti questi motivi, questo non è un tributo, un amarcord, ma un vero e proprio nuovo album dei Cor Veleno e doveva essere così.

Nel parlare del nuovo lavoro dei Cor Veleno, c’è un aspetto che mi colpisce: Primo che non è più, eppure c’è nell’album come nei loro concerti, con la sua voce. È qualcosa che ho ritrovato di recente in un libro che sto leggendo. Lo ha scritto Lorenzo Iervolino. Racconta di Sócrates, calciatore-filosofo (e medico) degli anni Ottanta scomparso otto anni fa: un uomo amato da tutti i brasiliani, per mille motivi. Chi lo ha conosciuto ne parla come se fosse presente. In ogni incontro c’è sempre un momento o un aneddoto in cui il ricordo si fa troppo forte. Mi domando se ci sia stato qualcosa di simile anche per i Cor Veleno. E visto che i loro ricordi si sono tramutati in canzoni, mi chiedo se ce n’è stata una tra quelle del disco, che li ha impegnati maggiormente dal punto di vista emozionale.

In realtà, tutte quante. Sembra superficiale dirlo, ma è così. È stato un po’ un andare con le molle sui primi momenti di realizzazione. Poi ingranata la quarta, è andato tutto liscio. Però forse un brano come Niente in cambio è qualcosa che mi ha toccato profondamente, perché c’è la presenza di Giuliano Sangiorgi e Roy Paci che insieme hanno fatto un lavoro enorme. È un brano che, da un certo punto di vista, è anche arrivato nel momento storico giusto della musica rap in Italia. Ormai le collaborazioni tra i musicisti cosiddetti big della musica italiana e rapper sono la consuetudine, ma a noi non interessava fare un disco o una canzone preparata a tavolino, per chissà quale classifica. Ci interessava che venisse fuori innanzitutto una canzone che restasse e sia Roy che Giuliano erano settati sulla nostra stessa lunghezza d’onda. Ed è venuto fuori un bel pezzo, perché racchiude un po’ la filosofia con cui abbiamo iniziato a fare la musica, cioè con una sana, e sottolineo sana, dose d’incoscienza. Quando abbiamo iniziato da giovanissimi c’erano pochi punti riferimento, gruppi bravissimi però precedenti a noi. E quindi c’era tutto da scrivere, però nemmeno un mercato a cui vendere. Quindi, devo dire che abbiamo fatto bene a dare retta alla nostra cocciutaggine per portare il progetto Cor Veleno aldilà di tutti gli ostacoli che ci potevano essere, e che abbiamo trovato effettivamente.

cor veleno Andrea Calistri - FotoLibera ridotta 2Madman, Mezzosangue, Marrakech, Johnny Marsiglia, Danno, Coez, Gemitaiz, ma anche Roy Paci e Sangiorgi appunto e Adriano Viterbini dei Bud Spencer Blues Exlposion. Tantissime collaborazioni rispetto ai lavori passati, ma molte di vecchia data. Come se in questo album ci fosse l’intenzione di riunire un mondo intorno ai Cor Veleno: il mondo di coloro che hanno partecipato a quell’universo.

In realtà, il disco sarebbe potuto diventare anche più lungo di quell’ora e tre minuti che è. Oggi la tendenza è fare dischi short e non critico quello. Nel nostro caso, però, c’era stata un’assenza di qualche anno e volevamo dare un senso di completezza alla filosofia che c’è dietro. Questo album racchiude un po’ la sintesi del progetto stesso, di come noi intendiamo la musica e di come i musicisti che sono stati coinvolti hanno voluto rispondere a questa domanda. Inizialmente, abbiamo fatto dei vocali su whatsapp e si sono sparsi a macchia d’olio. Molti altri artisti avrebbero potuto partecipare oltre a quelli presenti, ma non c’è stato tempo, sennò il disco sarebbe uscito, non lo so, nel 2020. Invece abbiamo spinto per chiuderlo a un certo punto. E tutti quelli che hanno partecipato non hanno aspettato più di tanto per realizzarlo. C’hanno mandato subito le strofe che avevano scritto, chi era in tour e chi non era in tour. Alla fine è uscito quello che volevamo raccontare, cioè che la musica non ha confini. Noi siamo stati sempre un gruppo trasversale. Ascoltiamo tutta la musica e non ce n’è mai fregato un cazzo di porci il problema, se il blues o il rock o la trap potessero trovare un punto di contatto con le nostre storie. È sempre stata la filosofia mia, di Squarta e soprattutto di Primo. Quindi, ci siamo detti che questa storia dovesse essere scritta così. Alla fine, i feedback della gente sono andati ben oltre le aspettative e ci hanno ripagato tantissimo.

Rifletto su quel malcostume italiano, o sarebbe meglio dire “malpensiero”, che vede la musica divisa in compartimenti stagni. Del concepire la contaminazione di genere solo come aspetto negativo e non come un valore. Nel catalogare le correnti musicali con caratteristiche preconfezionate. Come il rap che non poteva essere visto come un modo di cantare, perché il canto era esclusiva del cantautorato, tuttalpiù del rock. Invece, adesso, si parla senza nessun problema di cantautorap, per esempio.

cor veleno Andrea Calistri - FotoLibera ridotta 6Prima dire una cosa del genere era un’eresia. Se vuoi, questo è pure un retaggio, una mentalità un po’ cattolica. C’hai sempre paura che da un giorno all’altro arrivi l’infedele che porta il Verbo e che può mettere in crisi le tue certezze, i tuoi dogmi del cazzo. Qualsiasi sia il genere musicale che incarni. Succede nel rock come nella musica classica come nel rap. Io per esempio amo tantissimo la musica rock, diciamo alternativa, che ha fatto da sottofondo alla seconda metà degli anni Sessanta primi anni Settanta. Son cresciuto con quello che ascoltava mio padre. Tempo fa incontrai una persona, mi diceva che ascoltava solo quel genere, perché per lui la musica è morta lì e si vantava di essere un grande ascoltatore. Gli ho risposto, pur rispettando il suo pensiero, che questa teoria si può smontare tranquillamente, nel momento in cui incontri un direttore di un’orchestra di musica classica e ti dice: “Per me fa tutta cacare la musica che non è musica classica”. Quindi, ‘sto gioco delle chiese e delle parrocchie che vanno difese racconta molto dell’approccio che si ha verso la musica. Nel nostro caso specifico, senza fare polemiche, ci siamo ritrovati tutti e tre ad avere delle storie alle spalle che erano complementari. Abbiamo conosciuto tantissima musica solo essendo amici a vicenda, perché ci siamo trasmessi le nostre conoscenze. Poi l’hip hop è sempre stato il nord magnetico dove volevamo andare noi, ma nella fattispecie c’è sempre stato tutto il bagaglio che ha fatto da sfondo alla nostra storia e son contento che sia stato così. Non cambierei quasi nulla di quello che abbiamo fatto musicalmente.

E infatti il muro si è finalmente sgretolato. Addirittura, l’hip hop nelle sue varie forme è diventata la musica popolare e sembrano lontani i tempi e le “critiche” in cui era relegato tra i generi di nicchia. Viene da chiedersi, come abbiano visto e vissuto questo passaggio i pionieri. E come vedano oggi la nuova generazione di rapper.

Credo che ci sia una ribalta maggiore perché è più matura la gente che fa questa musica e più maturo è il pubblico che l’ascolta. In generale poi, nel parco musicale dell’ultima generazione dell’hip hop c’è musica per tutti i gusti. Per noi che siamo del “genere”, è solo una grande soddisfazione vedere come ci sia tutto questo mosaico di gente che fa musica in una forma autentica, che è la loro. Ognuno porta il suo. Quello che a me non piace è magari vedere un nuovo ragazzo che inizia a rappare e vuole fare la musica come il suo mito. Sui social è tutto talmente amplificato che oggi trovi tantissima roba che è la copia di quello che va per la maggiore. Sfera Ebbasta è bravo, fa un disco e poi escono diciotto ragazzini che vogliono essere come Sfera. Prima c’erano i demo e non venivano messi necessariamente in rete o su Youtube. Era l’attenzione magari del tale discografico che poteva lucrarci. Adesso non c’è il discografico, c’è il pischello che ha visto che tizio fa clamore e lo fa identico. Diventa un po’ una cosa ripetuta. Non credo che questo alla lunga paghi. Un consiglio che posso dare ai neofiti è di ragionare un pochino di più su quello che vogliono proporre, di essere più loro che il loro mito. Perché poi comunque i social amplificano, ma allo stesso tempo ti schiacciano, perché dopo non ne esci fuori e va a scapito tuo.

cor veleno Andrea Calistri - FotoLibera ridotta 1Non solo il rap ha preso campo a livello artistico, ma anche a livello, se vogliamo, sociale. Prima era altra la musica impegnata. Era nei testi dei cantautori che si trovava la critica sociale o in quelli della scena cosiddetta “indie”, mentre oggi sono proprio i testi di quegli ambiti lì a risultare depotenziati di quella carica sociale. Non che tutti i testi debbano essere impegnati, questo no, ma qualche giorno fa mi ha fatto effetto sentire un esponente di spicco della scena indie rock (pop) dire: «Io e i miei testi non parliamo di politica, perché la politica non parla di me». E dire che il nome della sua band suggerirebbe tutt’altro.

Pur non essendo d’accordo in linea di massima con quello che ha detto questa frase (e non so chi l’abbia detta), ti rispondo che ha detto una gran frase politica. Già che l’ha menzionata sta facendo politica, anche se lui non ne è consapevole magari. Quando dice che la politica non parla di lui, c’ha ragione. Nel senso che la politica dovrebbe interessarsi da un punto di vista etico più della vita della gente comune e non usare la gente comune come trampolino per finire in parlamento. Mi muovo in un contesto che è fatto di persone che vive il mondo e si sporca le mani, invece di andare in televisione e rendere criminali i deboli, quelli che non si possono difendere per fare due voti, tre voti o centomiliardi di voti. E ti dico che è più onesto chi ha detto quella frase, di quello che dice: “Lo sai che c’è, visto che adesso nessuno ce capisce un cazzo, visto che tutti si interessano di politica, mi metto a fare il politico pure io così mangio”.
Ogni artista giudica la società del tempo in cui vive. Castigat mores, dicevano gli antichi. Anche il rap si nutre proprio di questa roba qua, che non significa prendere una bandiera, aderire al tale partito. Prima abbiamo citato Sfera Ebbasta. A tutti quelli che lo hanno criticato per il Primo Maggio, dico che lui il suo contesto lo racconta bene. Racconta in una maniera autentica e onesta da dove viene e quello che il circuito, il posto di provenienza ha trasmesso a lui come valori. Nessuno che non conosce quello spaccato può dirgli che non deve fare o dire quella cosa là, perché questo è classismo. È come se ti dicessero: “Tu stai dicendo una cosa che è diversa da come sono stato educato io, quindi zitto”. Non si può fare questo.
Purtroppo, oggi non riusciamo e non vogliamo capire l’altro, perché sappiamo già tutto quanto noi e questa è una gran cagata e cazzata. Quindi, anche se la musica non c’ha una bandiera o un vessillo ma è fatta in maniera onesta, è comunque politica, perché non racconta il conformismo, non racconta la massa, racconta chi cazzo sei tu. E mi dà una sfaccettatura, come per l’autore di un libro, mi dà la chiave per capire chi sei ed è quella la cosa grande.

Fermo il registratore. Sento di aver rubato fin troppo tempo ai Cor Veleno, ma c’è ancora voglia di parlare un po’. Passiamo da un argomento all’altro, ci confrontiamo, poi arriva il momento di salutarsi. Loro devono preparare un concerto, io ho una storia da scrivere: una storia che ha ancora molto da raccontare, con loro due su un palco, avvolti da uno spirito che suona e che non smetterà di farlo.

Foto di Andrea Calistri – FotoLibera

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