Il salto dei beduini – Viaggio in Giordania – L.Bisori

vqp_1

08 Dic Il salto dei beduini – Viaggio in Giordania – L.Bisori

Salto dei Beduini.L.Bisori
Sono le prime fresche serate d’autunno, l’aria è carica di umidità e il vento scuote le poche foglie rimaste sugli alberi. Cerco di assorbire il calore dalla tazza di the che ho tra le mani, e mentre osservo la scura superficie che si increspa la mia mente ritorna ad un the speciale: quello che sorseggiammo di fronte al monastero di Petra, in Giordania. Due beduini si erano arrampicati fino alla sua sommità estrema e seduti lassù ammiravano il paesaggio circostante. Poco più avanti un cartello scritto a mano indicava un sentiero che conduceva alla “The best view of the world”. Ma in cuor mio credo che qualunque sentiero, seppur poco battuto e tortuoso, non possa portare ad assaporare una vista migliore di quella che potevano godersi quei due giovani beduini. Ad un certo punto, dopo essersi ripresi dalla scalata, i due iniziarono a saltare da una parte all’altra del tetto, incuranti del vuoto che si apriva sotto di loro. Non so perché questa scena mi abbia coinvolto così tanto e perché la conservi come uno dei più bei ricordi che questa città di pietra mi ha regalato. Forse perché ho potuto percepire il legame che unisce i beduini e Petra, forse perché da lassù mi hanno trasmesso la libertà e il senso di appartenenza che questa gente prova ogni giorno a vivere in una delle sette meraviglie del mondo moderno.

I beduini a Petra sono ovunque, con i loro abiti tradizionali e moderi, le magliette dei Simpson e delle birre, i loro lunghi capelli neri e la pelle marroncina. La polvere gialla ricopre tutto, gli abiti, i capelli e i volti. Si spostano sul dorso dei loro asini e i giovani sono sempre accompagnati da musica a tutto volume che esce da dispositivi di ogni genere. Fino a qualche anno fa era tutto loro, ora invece si trovano a dividere la loro terra con masse confuse di turisti. Loro, che erano gli unici a conoscere l’esistenza di questo luogo pazzesco, fino a che il viaggiatore Johann Ludwig Burckhardt, travestito da islamico, riuscì a farvisi condurre. Loro che quando uscivano dal sinuoso siq, senza fermare la corsa dei cavalli, provavano a sparare all’urna che si trova sopra l’edificio chiamato il Tesoro, nella speranza che l’urna si rompesse e lasciasse cadere sui fortunati l’oro del faraone. Loro che seppure fin dai tempi dell’abbandono di Petra non l’abbiano mai lasciata, ne hanno dimenticato la storia, attribuendo tanta bravura e grandezza non ai loro antenati e ai Nabatei ma ai faraoni e agli Egizi, perché la loro grandezza era conosciuta in tutto il mondo e quindi anche dai Beduini. Petra per secoli è stato il loro rifugio sicuro, il loro segreto. E la città ne porta le tracce. Il soffitto delle tombe e le pareti sono annerite da chissà quanti fuochi, accesi per difendersi dal freddo, durante le lunghe notti d’inverno. Credo che le storie che vi venivano raccontate prima che il sonno scendesse tra le quattro mura aleggino ancora tra le pietre e i segni delle scalfitture degli scalpelli. Ma nessuno riesce a comprendere le dolci parole che il vento cerca di riportarci alle orecchie. Non è forse per questo che subiamo tanto il fascino delle culture prevalentemente orali? Non è forse questa loro sfuggevolezza, questo esserci e non esserci, questa libertà e mancanza di fissità e questo mistero che ci fa interrogare su come doveva essere e ci fa rimpiangere di non essere vissuti centinaia di anni prima per “vedere come doveva essere sul serio”?

I beduini di oggi non sono certo più quelli di qualche centinaio di anni fa quando Burckhardt arrivò per la prima volta nella zona: la società dell’informazione, la globalizzazione e il turismo hanno cambiato il volto del paesaggio intorno a Petra – soprattutto con l’edificazione di Wadi Musa, un villaggio costituito da una serie di edifici che da noi sarebbero definiti eco-mostri – e hanno anche cambiato gli usi dei beduini che, nonostante i mutamenti, hanno deciso di rimanere in questo luogo.

Il ricordo della bellezza sconvolgente e della familiarità di Petra, delle sue tombe e del suo arido paesaggio è così vivido che tornare alla mia cucina e al mio the mi fa quasi male. Non so spiegare con le parole la sua magia. Fin dai primi passi nel siq mi è sembrato di appartenere a queste rocce rossicce e levigate. La seconda mattina che abbiamo trascorso nel sito archeologico ci siamo diretti verso l’altura del sacrificio. Su un piccolo pianoro a strapiombo un giovane dormiva avvolto in una coperta. Poco più avanti una signora anziana aveva trascorso la notte a fianco della sua bancarella. Ecco altre due immagini che mi hanno rapito il cuore. Possono scegliere ogni notte dove coricarsi e dove risvegliarsi, ammirando ogni volta un panorama diverso ma sempre sensazionale. Noi, invece, siamo diventati schiavi dei letti e dei tetti. Siamo certi che la comodità sia un lusso, mentre oggi lo è la libertà.

Chissà, lentamente gli usi e i costumi moderni avvilupperanno completamente anche questa tribù, le contaminazioni già oggi sono evidenti: soprattutto l’abbigliamento dei più giovani è già occidentalizzato così come i loro gusti musicali – almeno a giudicare dalla musica che risuonava dai loro potenti smartphone – ma questo mash up, per dirlo con una terminologia musicale, è interessante da osservare, e forse anche un po’ divertente per noi occidentali che sorridiamo vedendo i ragazzini che si atteggiano sugli asini come da noi fanno gli adolescenti sui motorini.

La città di Petra fu potente e centrale nei commerci fino alla seconda metà del I secolo d. C. , quando i romani riuscirono a spostare la via dell’incenso, che dallo Yemen arrivava a Petra per poi biforcarsi verso Gaza e Damasco, in zone per loro più comode. Ma la bellezza della città era tale che l’imperatore Adriano si fermò a visitarla nel 131 d. C. . Poi arrivarono i cristiani, i crociati franchi e infine gli islamici. Da circa il XIII secolo non si hanno più sue notizie, fino al 1812, anno in cui lo svizzero Burckhardt fu il primo occidentale a mettere di nuovo piede, dopo secoli, nella città. E da allora gli occidentali non si sono più dimenticati di lei. Anche noi Rintronauti la sognavamo fin da piccoli, Petra è un sogno che per quanto alte siano le aspettative non ti può deludere. perché ad attenderti non ci sono solamente le rovine dei templi, le facciate delle grandi tombe scavate nella friabile pietra, le colonne misteriose e i resti di castelli crociati, c’è anche un intera tribù di beduini che la abitano e la vivono come se fosse ancora una città viva e alla fine Petra è rinata con la vitalità dei suoi abitanti. Se vi dirigete lungo il sentiero che porta alle due tombe dipinte, quasi di fronte al museo, e proseguite oltre scoprirete numerose grotte e aperture – il cui uso originario era di sepoltura – che oggi sono usate come abitazioni. Porte posticce, mattoni che chiudono aperture inutili, panni stesi – e lavati con chissà quale acqua –, bambini che giocano e profumi che escono dalle finestre o dai bracieri posti di fronte agli ingressi.

E mentre l’acqua bollente del the, a contatto con le mie labbra mi distoglie dalle emozioni di Petra mi chiedo se questo sito saprebbe ugualmente stregare senza i suoi abitanti. Non ho bisogno di pensarci su so benissimo quale è la risposta. Un sorriso mi spunta quando penso alla passeggiata odissea per raggiungere Piccola Petra, ma questa è un’altra storia. Apro la mia guida sulla Cambogia: i Rintronauti si preparano per il prossimo viaggio.

Lisa Bisori
I Rintronauti – Due toscani in viaggio

Nessun Commento

Lascia Un Commento

Shares