Il mio eterozigote, un racconto di F. Mazzanti || Street Stories

Il mio eterozigote, F. Mazzanti, illustrazione G.Brachi

Il mio eterozigote

di Ferruccio Mazzanti

Illustrazione di Giulia Brachi

Ho deciso di studiare le funzioni del cervello perché ho un gemello eterozigote a cui è stata diagnosticata la schizofrenia. Come fratello e come scienziato ho sentito il bisogno di comprendere come sia possibile che i sogni, cioè i sogni di uno schizofrenico, possano essere miscelati alla realtà che ci circonda e come sia possibile che il malato consideri la sfera onirica come una verità vera e non semplicemente una proiezione della mente.
Come è possibile che il mio gemello eterozigote non riconosca le differenze tra questi due mondi, l’onirico e la realtà, come noi tutti facciamo quotidianamente?
Dato che amo terribilmente studiare, la mia carriera ha preso fin da subito il volo. Il luminare con cui stavo facendo la specializzazione, il dottor Marco Zampigna, ha riconosciuto in me un degno erede e mi ha aiutato in tutti modi a diventare uno dei massimi esperti del settore. Le nostre ricerche si sono focalizzate sulle differenze che rimarcano il funzionamento di un cervello normale da quello affetto da disordini di varia natura.
Abbiamo intrapreso un percorso di mappatura di tutti i microcircuiti che costituiscono il nostro sistema centrale nervoso, di tutte le cellule, del loro ordine e delle loro connessioni, dei legami chimici, delle quantità di molecole che circolano – quanta chimica mi è toccato studiare, non potete neanche immaginarlo.
Se durante il giorno ho sempre dedicato tutte le mie energie nel laboratorio, nel tempo libero sostenevo attivamente l’associazione per i disordini mentali della mia città dove il mio gemello eterozigote aveva trovato i suoi amici, anch’essi affetti da disturbi psichiatrici di vario genere, e dove lo andavo a trovare settimana dopo settimana con l’ottimistica speranza di capire come fare a curarlo o come fare a comprendere realmente cosa gli passasse per la testa. Settimana dopo settimana. Riuscite ad immaginarlo? Un gemello eterozigote. Schizofrenico.

La mattina del 6 dicembre 1996 ho scoperto che pure il mio cervello era affetto da un disordine mentale: una arteria è letteralmente esplosa nel mio emisfero sinistro e nell’arco di quattro ore ho assistito ad un collasso generale delle mie facoltà mentali. Quella fatidica mattina io non potevo camminare, leggere, parlare, usare correttamente il telefono o quant’altro. Mi sono ritrovato con le capacità intellettive di un bambino. Guardatemi attentamente: ho le spalle ben sviluppate, sono alto, ho fatto pallanuoto per tantissimi anni, ma qua dentro, dentro a questa scatola cranica qua, non avevo neanche due anni.
Se per caso avete presente come sia fatto un cervello umano, allora saprete con certezza che quella massa grigia è composta da due emisferi che sono quasi completamente separati tra loro: sono come due processori che lavorano in parallelo, collegati dal corpo calloso, che è un cavo composto da più di 300 milioni di assoni. Dato che i processori sono differenti, i due emisferi elaborano e pensano le cose in modi non paragonabili tra loro: hanno, penso di poterlo affermare con sicurezza, due personalità molto differenti. L’emisfero destro è tutto concentrato sul momento attuale, su quello che c’è qui, adesso. Riflette il mondo attraverso delle immagini che crea attraverso la cinestetica del corpo: i miei movimenti. Tutte le informazioni fluiscono attraverso il corpo simultaneamente e si effondono in tutto quanto il sistema nervoso per esplodere in un gigantesco collage che è proprio l’immagine del mondo in questo istante, qui ed ora, davanti a me: il modo in cui questo momento profuma, la sensazione tattile, il rumore di fondo. L’emisfero destro concepisce la realtà come pura energia. Per lui tutti sono legati da vincoli invisibili e bellissimi a tutto quello che si manifesta, come se fossimo una sola, unica, unita, magnifica famiglia biologica: noi ora, intendo proprio ora, siamo unici, connessi, magnifici e perfetti.
Il nostro emisfero sinistro invece manifesta una personalità molto differente: pensa metodicamente, analizza in modo ossessivo il passato e tenta di predire il futuro. Il sinistro prende il colossale collage creato dall’emisfero destro e ne estrae dettagli, dettagli e ancora dettagli a partire dai dettagli stessi; perso in questo processo nevrotico organizza il materiale che ha a disposizione, associandolo agli elementi che compongono la nostra esperienza e progettando le nostre future possibilità. È l’emisfero sinistro a pensare le cose attraverso il linguaggio: un pettegolio senza fine. È come una piccola voce qua dentro che dice: ciccio ricordarti di comprare l’ammorbidente quando vai al supermercato; non ti scordare i panni dentro alla lavatrice. E forse, cosa ancora più importante, è quella voce che mi ripete continuamente che io sono: IO SONO.
Scopriamo così di essere singoli individui separati da tutto quel mondo in cui l’emisfero destro vorrebbe invece farci sprofondare; l’emisfero sinistro mi mostra continuamente la differenza che c’è tra me e tutti voi.

È proprio questa la parte del mio cervello che è stata duramente colpita quella fatidica mattina.
Quando mi sono alzato avevo un intenso dolore intorno all’occhio sinistro, come quando metti il ghiaccio secco sulla pelle e hai quella percezione caustica, quasi non fossi più capace di distinguere tra il caldo e il freddo. Questa sensazione prima mi aggrediva e poi mi lasciava e poi mi riaggrediva e poi mi rilasciava ancora e ancora e ancora.
Non sono una persona particolarmente raffinata nell’analizzare i tipi di dolore, per me è inusuale star male, così mi sono detto che dovevo solo cominciare la mia giornata come tutti i giorni. Sono andato alla cyclette e ho impostato il mio solito programma di allenamento a pieno regime. chchchchc. E mentre i pori della pelle si dilatavano per far uscir fuori chchchchch nudo sudore, ho guardato le mie braccia che sembravano, erano come, avevano tutto l’aspetto di, erano dei veri e propri artigli primitivi aggrappati alle archeologiche maniglie della cyclette.
Poi il mio sguardo è caduto sul resto del mio corpo e… Oh, che aspetto fuori dal comune che aveva: lungo, tondo, smisurato. Lo spazio intorno a me era esoterico. Forse era meglio fermarmi: sono sceso dalla cyclette. Camminavo in camera per capire cosa mi stesse succedendo. Ho realizzato che il mio corpo era rallentato, ogni passo tremendamente rigido, mancava fluidità nella mia andatura. Era una costrizione alla normale percezione motoria. La paura mi ha spinto a verificare le mie condizioni psicofisiche nel modo più oggettivo possibile: ero arrivato in bagno e avevo messo un piede dentro la vasca per farmi la doccia e nella mia testa stava avendo luogo una discussione: ok adesso voi muscoli dovete contrarvi, ora rilassatevi, contrai quell’altra contrazione. Ho perso l’equilibrio e per non cadere mi sono appoggiato al muro. Lo sguardo mi è caduto nuovamente sulle braccia. Non ero in grado di definire i confini del mio corpo, dove iniziavo e dove finivo: le mie molecole, quelle che stanno unite tra loro per definire la mia estensione fisica, mi sfuggivano dalla pelle per andare a mischiarsi alle molecole delle mattonelle della doccia. Erano come flussi, correnti galvaniche in movimento da una parte all’altra senza distinzioni tra organico e inorganico. Vedevo questa energia. Mi sono chiesto: che c’è? Cosa cazzo c’è? Cosa cazzo sta succedendo? È stato proprio in quel momento che il mio emisfero sinistro è diventato muto come se qualcuno avesse premuto il pulsante per spegnerlo.

Silenzio.

Era scioccante scoprire che dentro alla mia testa ci potesse essere un silenzio sordo ad ogni mia richiesta. Ma non era una sensazione sgradevole: ero affascinato dalla magnificenza dell’energia che mi fluttuava intorno. Mi sentivo enorme e in continua espansione. Ero tutt’uno col mondo che mi circondava. Ogni cosa magnifica ed eterna.

Poi l’emisfero sinistro si è risvegliato. In modo petulante, con la sua vocina da maestrina delle medie, ha cominciato la cantilena: ehi svegliati non va affatto bene, ripigliati. Huston abbiamo un problema dobbiamo chiedere aiuto, non stare imbambolato a guardare una parete. Mi sono reso conto che la situazione era grave. Il mio emisfero sinistro mi ha fatto capire che IO avevo un problema. IO, non un altro. Mi ripetevo: oh cazzo non va bene c’è qualcosa di sbagliato, oh cazzo devo fare qualcosa.
Sono stato ricatapultato nell’altro emisfero. Provate ad immaginarvi una situazione in cui siete disconnessi dal vostro mondo interiore ed estroflessi come una tra le cose che aderisce a tutte le altre cose tanto da non trovare la parola giusta per definirla perché siete fusi assieme, tutti quanti in un’unica cosa. Lo stress, le preoccupazioni, le paure, tutto volato via, mi sentivo miracolosamente leggero, pacificato, quarantacinque anni di bagaglio emozionale perduto, come se mi fosse stata data la possibilità di ricominciare da capo: oh mio dio che euforia, che felicità, che estasi, tutto era bellissimo. Poi è riemerso l’emisfero sinistro persistente nel suo comportamento compulsivo e con petulanza: ancora non l’hai capito? Non fare lo scemo devi stare attento non starò qui a ripetertelo per sempre, dobbiamo chiedere aiuto, capisci? Parliamo la stessa lingua?
Dovevo chiedere aiuto, effettivamente qualcosa non funzionava come avrebbe dovuto. Sono uscito dalla doccia, mi sono vestito con qualcosa che ho trovato sulla sedia, ho attraversato il mio appartamento. Stavo riflettendo su quello che ero ancora capace di fare. Potevo andare a lavoro? Sarei stato in grado di guidare? In quel momento tutta la parte destra del mio corpo si è paralizzata. Allora ho capito che stavo avendo un ictus. La prima cosa che ho pensato è stata: wow, ma questa cosa è così fica! Oh mio dio quanto è fica! Quanti neurologi hanno l’opportunità di studiare dall’interno un ictus? Ma non posso permettermi un’emorragia cerebrale! Non posso fermare l’ictus. Mi durerà una o due settimane e dopo potrò tornare a lavoro. Quindi devo chiedere aiuto a qualcuno. Chiama i tuoi colleghi. Ma non riuscivo a ricordare i numeri di telefono. Illuminazione: nel mio portafogli ho i biglietti da visita, e allora sono corso, cioè mi sono trascinato le gambe fino a raggiungerlo sul tavolo e ho estratto tutte le carte che c’erano dentro, ma non riuscivo a distinguere cosa fossero quelle carte, perché tutte le immagini erano disgregate in pixel. I pixel si miscelavano con lo sfondo sottostante. Poi ho avuto questa ondata di chiarezza che mi ha riagganciato alla realtà e ho capito che questo biglietto non andava bene e neanche quest’altro, questa era la mia carta di credito: non potevo usare i suoi numeri per telefonare. Ci ho messo quarantacinque minuti per rintracciare da un mucchio alto così un numero che avrei potuto chiamare. Solo che in questi quarantacinque minuti l’emorragia nell’emisfero sinistro si è fatta sempre più grande e io non ero più in grado di capire niente. Non mi rimaneva che un’unica possibilità: sperare di digitare correttamente il numero che intravedevo sul biglietto che avevo trovato, immaginando le cifre che non codificavo. Era proprio un lavoraccio: il mio braccio si era irrigidito e spostarlo da una parte all’altra, dalla linea su cui erano riportati i numeri e su cui facevo scorrere l’indice per aiutarmi a leggere e la tastiera del telefono, vi assicuro che era uno sforzo incredibile. Oltretutto non sapevo se stavo componendo un numero sensato, confidavo in un colpo di fortuna, ma poi il telefono ha preso la linea e squillava, in un luogo che sembrava un’oscura ipotesi di salvezza, quando un mio collega, ho riconosciuto la sua voce, ha alzato la cornetta e mi ha chiesto:
«Wow wow wow wow»
Sembrava un pastore maremmano. Nella mia mente il messaggio che volevo dirgli era assolutamente evidente, gli ho detto: Giovanni, sono io, ho bisogno di aiuto, non so come fare, ho bisogno di aiuto. Ma quel che ho sentito è stato ancora un:
«Wow wow wow wow wow»
Per quanto ci provassi non potevo comprendere o esprimermi tramite il linguaggio, ma il mio collega ha capito e poco dopo ero disteso su un’ambulanza, raggomitolato dentro ad una campana di vetro, una bolla chiusa dove rimaneva talmente poca aria che avevo a disposizione appena contabili respiri. Ho chiaramente percepito che la mia energia stava defluendo via, un qualcosa di non riducibile a materia si stava sollevando sopra di me, mi stavo arrendendo. Ho detto addio alla mia vita. Era puro terrore. Poi una luce, che brucia i contorni di ogni cosa. Non ero più il regista e l’attore principale della mia esistenza. I suoni erano confusi, espansi, non ero capace di intenzionalizzare alcunché dallo sfondo generale delle vibrazioni che stimolavano il residuo di elettricità dei nervi tesi del mio corpo. Volevo scappare in un posto sicuro dove rannicchiarmi. Non ero più in grado di definire la posizione del mio corpo. Ero enorme e in espansione, come bolle d’aria in una bottiglia d’acqua che salgono in alto e si mischiano alla stratosfera non appena qualcuno giri il tappo di plastica e si versi l’acqua in un bicchiere. Era come perdersi in un oceano silenzioso di rassicurazioni. Mi domandai come fosse stato possibile che tutta questa estensione potesse essere stata racchiusa dentro ad un corpo così piccolo e timido. Ero immerso in questo abisso lattescente, ma ero ancora vivo, in un senso ben diverso da quello che si intende con la parola vivo. Era come se potessi passare da una parte all’altra del mio cervello, dall’emisfero sinistro a quello destro, semplicemente con un piccolo balzo elettrico. Un terribile dono questa esperienza, ve lo assicuro: l’ictus era proprio il modo in cui avevo sempre voluto vivere.

Quando alcune ore dopo mi sono risvegliato all’ospedale ero scioccato di fronte alla scoperta di essere vivo. Hanno rimosso dal mio cervello una palla da golf di sangue. Nei primi giorni di ricovero i miei parenti, amici e colleghi sono venuti a trovarmi. La stanza era sempre piena di cose e persone e tutti parlavano, ed ero contento di sentire in modo chiaro e distinto le voci, le mettevo a fuoco, le distinguevo. Ma una persona, forse la persona a cui sono stato in tutta la mia vita più legato, non veniva mai a trovarmi: il mio gemello eterozigote. All’inizio pensavo che fosse ricoverato anche lui in un qualche ospedale per i suoi disordini mentali. Mi mancava così tanto il mio gemello eterozigote. E quando poi un giorno, riacquistata con grandi sforzi la parola, trovai il coraggio per chiedere a mia madre dove si fosse cacciato il mio gemello eterozigote, come stesse, se potesse venire a trovarmi anche una sola volta, lei semplicemente mi ha risposto: «tuo gemello eterozigote chi?»

Per riprendermi completamente mi ci sono voluti otto anni.

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