La Guerra dei trent’anni, un articolo di G. Bindi || Three Faces

La Guerra dei trent’anni

di Gianluca Bindi

30 anni divieto

 

Luci svolazzanti, visi arrossati nell’era serale del sudore. Il buio, il fumo, il freddo e, in un angolo, anche l’alcol ingerito a partire dalle 2 di oggi pomeriggio. I fianchi delle ragazze mi serpeggiano in testa tramite le aperture oculari. L’odore di umido mi si appoggia in faccia, chiudo gli occhi per non incrociare quelli di altre persone. Wow, hanno messo i Green Day. A volte le discoteche rock sono peggio delle estati zoppicanti del reggaeton. Un disco rotto, mi ritrovo passivamente ad ascoltare una musica inceppata ai gusti e agli standard dei miei quattordici anni. Passivo perché realizzo che non ci si può ribellare a ciò che la vita ti propina davanti a occhi/orecchie/naso e quant’altro. Un po’ come non si può non subire i bagliori dell’ambulanza che sta soccorrendo un tizio che non è riuscito ad avere una bella serata. Oltre alla possibilità che i lampeggianti blu scatenino pure a me un attacco epilettico, realizzo d’un tratto, in un quadro più generale, che non posso oppormi a quello che è fuori di me. Me ne rattristo. Continuo a ballare in maniera automatica, con il giubbotto addosso e una botta strana che non va né giù né su, è costante, rimane lì ferma, esattamente a mezzo come l’ovosodo di Virzì.

DiscotecaEcco forse questa potrebbe essere una buona metafora per spiegare la modalità di esistenza in cui sono immerso. Infatti, la mia vita sembra un po’ diventata un ovosodo, un vagone in sosta su un binario morto della stazione di Borgo a Buggiano, che non va né a Firenze né a Viareggio. Rimane lì, fermo sulla rotaia. È come se sostasse per tempo indefinito sulle guide costruite apposta per permettergli il movimento, ma non facesse la cosa per cui in primo luogo è stato pensato: muoversi, appunto. Ed è grave, per quanto mi riguarda, soprattutto quando dovresti essere pronto per l’avvento imminente di una guerra. No, non la Terza Guerra Mondiale a cui Trump sembra tenere più della sua tinta di capelli, ma la mia personalissima Guerra dei trent’anni. Esatto: fra tre mesi avrò trent’anni e in questo momento mi sento leggermente impreparato a combatterli. Saranno ‘sti cazzo di Green Day che non mi vogliono proprio fare uscire i quattordici dalla testa; oppure, molto più verosimilmente, sarà il fatto che mi ritrovo a sbattere la fronte e i denti costantemente sul solito cazzo di muro, che sembra cambiare colori e fattezze, ma è sempre il solito cazzo di muro invalicabile che mi si para davanti nei momenti di stallo cosmico. Un muro a cui non posso oppormi e che, di conseguenza, mi fa posare gli occhi e le orecchie più del dovuto su una realtà che è diventata stantia.

Movimenti sconnessi aritmici e inarmonici, lo sbattere delle palpebre, le spalle contuse con quelle di estranei con altre beghe in testa, a cui fanno finta di non dare attenzione almeno per una fottuta notte. Al contrario mio, evidentemente, perché pare che in questa notte maledetta mi sia partita la carrellata del decennio che sta per concludersi. Durante l’inverno di dieci anni fa fallivo l’ennesimo esame di una scelta universitaria a dir poco stupida, mi ribaltavo con la macchina a una rotonda, e allungavo le serate con fumate di gruppo sotto i portici a guardare la pioggia accompagnati dai Riders on the storm morrisoniani. Era proprio in quei frangenti che cercavo di stare nel momento, provando a percepirlo e  riuscendo per un attimo a non pensarci troppo, a quel cazzo di momento, rovinandolo.

Era l’alba del decennio, stavo per compiere 20 anni, e sentivo di poter fruire di una forza senza pari e di avere a portata di mano una serie di strade su cui utilizzarla dando forma ai miei futuri. Ero padrone dei miei destini, perché non ne avevo uno solo. Ne avevo molti e non volevo nemmeno sceglierne uno, perché poi dovrei per forza sceglierne uno, cazzo? Io li volevo tutti. Mi sentivo moltitudine ed ero affamato di avventure, di mostri e angeli. È stato anche il decennio delle carezze sottili, degli amori corti e infuocati, delle parole sussurrate piano all’orecchio, dei capelli scompigliati al mattino, dell’odore lunare di pelle leggermente sudata. Di vita che mi entrava senza sforzo in testa, senza per forza maledire i miei canali di senso. Non mi sentivo passivo nel ricevere tutto quel mondo, ma percepivo l’inebriante sensazione di averlo creato io stesso, di essere non più e non meno quello che mi ero meritato. L’aria era filtrata di Sole e giallo e arancione pesca. I sapori mi esplodevano in bocca e l’erba alta non mi irritava le gambe. Era anche il decennio del gelo, dei down bassi e disperati. Di quelli da non voler chiedere aiuto perché mi vergognavo di essere così inutile e schifoso al cazzo. I crateri che stavano forgiando la mia capacità di sopportazione e mi tempravano al mondo sono gli stessi che dieci anni dopo non mi fanno più sorprendere di nulla. La vita a (quasi) trent’anni è diventata l’infinita e pedissequa e ossessiva carrellata di cose già viste e sentite. Come i fottuti Green Day. Pensa a come ti sentiresti se per il resto del decennio vivessi la tua vita con i Green Day costantemente in sottofondo.

Borgo a BuggianoAdesso, quasi all’alba dei trent’anni, i Green Day sono finiti. Non faccio più caso alla musica trascurabile da cui sono stati sostituiti. Forse dovrei concentrarmi su altre cose, tipo baccagliare qualsiasi essere dalle fattezze femminili mi passi di fianco, come fanno tutti gli altri, perché a trent’anni ci si sfoga senza sentimenti di sorta. Non penso che lo farò. Andrò passivamente a farmi investire dalla realtà da un’altra parte. A preoccuparmi su come armarmi per combattere ‘sta maledetta guerra e sfondare finalmente questo muro. O molto semplicemente andrò a letto, ché domani sarà una giornata in meno sul conto alla rovescia, realizzando quanto sia poco furbo combattere il tempo, guerra già ampiamente persa in partenza fin dalla nascita.

Ma forse il giorno dopo aver compiuto trent’anni, mi accorgerò di essere esattamente quello che ne aveva ventinove appena un giorno prima. Forse il miglior modo di vincere la guerra dei trent’anni è non combatterla e andare avanti cercando di smuovere il vagone dal binario morto di Borgo a Buggiano con le proprie forze, un poco alla volta. E se proprio non si vuole muovere, provare a costruire nuovi binari. D’altronde, come salmodiava Giovanni Lindo Ferretti in uno degli incisi più taglienti della sua produzione musicale, l’unica cosa a cui puoi affidarti in questa casi è “l’instabilità che ci fa saldi ormai negli sradicamenti quotidiani”.

La Guerra dei trent’anni, un articolo di G. Bindi || Three Faces

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