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Green Go – Viaggio in Messico, atto I – B.Bendinelli

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22 Apr Green Go – Viaggio in Messico, atto I – B.Bendinelli

Green Go.B.Bendinelli
Premetto subito che scrivere di un viaggio non è semplice quanto parlarne. Si rischia sempre di esagerare o di tralasciare qualcosa, si usano troppe parole e io per prima faccio abuso di aggettivi, che van giù come caramelle. Non si possono usare le mani, fare gestacci, fare le facce, è sconsigliato imprecare, non si sa mai chi dovrà leggere e non si può certo mimare o simulare una caduta, una qualsiasi figuraccia, non si può bere o fumare sigarette nervosamente.

Scrivere di un viaggio non è mai tanto bello quanto farlo, una banalità che vale per qualsiasi cosa sia di sua natura eccitante. Non è certo facile raccontare una bella storia e farla sembrare tanto speciale quanto lo è stata davvero. Per questo, infatti, esistono gli scrittori veri.

Dunque questa breve e inutile introduzione è più che altro una confessione: non ho mai scritto di un viaggio, sono più brava con i gestacci, con le facce e, decisamente, con le sigarette. Per evitare il tremendo abuso di aggettivi taglierò corto sul mio viaggio concentrandomi su ciò che più mi è rimasto nel cuore e negli occhi, il Chiapas.

Il mio viaggio parte dal Messico centrale, da Guadalajara, il capoluogo dello stato di Jalisco.Era Marzo e mi aspettava un caldo insopportabile.

I primi cinque giorni li ho passati a perdermi, letteralmente. Sono ospite di un amico italiano conosciuto a Londra che si era trasferito oramai da qualche anno in Messico, proprio a Guadalajara. Abita con Eli, la sua ragazza, è bellissima. Hanno due cani, Luigi e Gaia. Una bella macchina – la mia preferita – un Cherokee grigio scuro. Hanno il sorriso, parecchia erba e acqua potabile. Fin qui tutto bene.

Come dicevo, ho passato i primi giorni a vagare per le strade in maniera molto disorientata. Tutto è veramente poco europeo: la temperatura, il cibo e il cielo. Ma in qualche modo sento di non essermi del tutto allontanata dalle cose che già conoscevo. Anzi ritrovo molte cose, cose che avevo in testa, forse sognate o immaginate, ma che adesso lì di fronte a me sono di una bellezza certamente più fervida.

Le case in alcuni quartieri della città sembrano puzzle colorati, geometrie perfette che si incastrano con tutto ciò che sta attorno: le strade, le macchine, i cartelli stradali, i migliaia di cavi elettrici fissati su pali altissimi. Ogni cosa è un pezzo che appartiene ad un altro pezzo e via dicendo. Fermandosi per strada, al centro di un marciapiede, guardando a dritto come a fissare l’inquadratura di una foto, si ha l’impressione che tutto si appartenga.

Decido che voglio mangiare la cosa più piccante, subito, senza esitare. Va fatto e quello è il posto giusto. Mi portano ad un mercato, nel centro della città, quello che i miei amici definiscono “una specie di grande magazzino” che però, del grande magazzino, non ha proprio nulla. Un mercato gigante, un labirinto di cibo, scarpe, sigarette, cellulari, collane, erbe magiche, borse, orologi, cappelli. Non riesco a fermarmi neanche per un secondo, devo vedere assolutamente tutto. Vengo distratta da un piccolo banco di cianfrusaglie che fra le molte cose vende Vigorsol a pezzi singoli. Non i pacchetti interi, non pacchetti a metà. Singoli pezzettini incartati da acquistare e masticare. In fondo fanno bene a razionare anche le gomme, la maggior parte delle volte le perdiamo, cadono tra il sedile e il freno a mano, una diaspora di menta nelle borse e nei cassetti, ovunque. Uno spreco, e in Messico non si spreca niente.

Eccoci finalmente davanti al mio cibo piccante. Alla fine decido di non ordinare nulla di estremo, come per esempio il Menudo – sarebbe la nostra trippa, una zuppa piccante di interiora che non pare così hardcore se non fosse che come garnish talvolta aggiungono nel pentolone una bella testa di capra o di pecora o di qualsiasi altra bestia che, priva di pelle, assume un aspetto tutt’altro che amichevole – ma tuttavia il piatto, che per i miei amici è come un uovo al tegamino, per me è come un raudo nello stomaco. Buonissimo.

Solo dopo mi avvertono di un fatto sconveniente, qualcosa che fa tanto divertire gli amici messicani. A noi femminucce del vecchio continente spetta una prova epica da superare ogni volta che mettiamo il naso oltre l’oceano, la Venganza de Moctezuma, ossia la diarrea del viajero, ossia la diarrea. A quanto pare, noi spacconi europeos – i gringos verranno dopo e sì, anche loro si beccheranno la diarrea – facevamo grandi scorte di mais proveniente da tutta l’America centrale, specialmente dal Messico, ma senza conoscerne a fondo le proprietà nutritive e soprattutto gli effetti collaterali dovuti a una pessima lavorazione. Il mais una volta arrivato in Spagna o in Inghilterra veniva trattato alla stregua del grano, saltando così un preciso passaggio che permetteva a quest’ultimo di liberare vitamina B3, un elemento indispensabile per la nostra alimentazione. Così noi femminucce – ormai mi riferirò agli europei con questo termine – abbiamo cominciato ad ingozzarci quotidianamente di chicchi dorati, facendone l’alimento principale della nostra dieta. Ma l’assenza di vitamina B3 presto è diventata una piaga, provocando locura y muerte (suona meglio in spagnolo). A Moctezuma proprio non andava giù questa storia del mais, derubato di una tale prelibatezza in casa propria e per giunta da gente che sbagliava pure la ricetta. Le conseguenze sono state terribili. E nonostante siano scorsi fiumi di diarrea, la rabbia ad oggi non si è ancora placata. Questa leggenda mi viene raccontata proprio durante il pranzo e fino alla fine del mio viaggio ho temuto il peggio per me. Solo alla fine del racconto scoprirete quello che sono certa vi stiate chiedendo.

La notte a Guadalajara. La prima notte fu molto strana, non riesco a dormire, i cani continuano a saltarmi sul materasso e mi sento lontanissima da tutto, impotente. Non si può cambiare idea, prendere un treno, un taxi, chiamare qualcuno. Tra me e il tutto c’è quasi una giornata. Ma non sono i chilometri, lo spazio o le distanze a farmi sentire così. Quello che mi tiene lontana è il tempo, quello che faccio non sarebbe mai potuto accadere nello stesso modo, nello stesso momento dall’altra parte del mondo. Anche se ho già vissuto in un posto con un fuso diverso, non mi sono mai sentita così tremendamente lontana come oggi. Penso a una persona già fuori dal letto mentre io sto appena chiudendo gli occhi.

La mattina a Guadalajara. Guardo il cielo e noto che da rosa diventa subito blu, blu intenso, senza sfumature, ovunque mi giro l’intensità è la stessa.

I quartieri fuori dal centro sono tranquilli, le ragazze portano a spasso i cani, i ragazzi vanno a lavoro, li vedi sopra i pick-up a prendere il vento, per strada a bere una zuppa di pesce. Alcuni guidano come pazzi, altri scelgono di camminare e ti chiedi dove vanno, per quanto devono camminare, con la valigetta 24 ore, la camicia sbottonata e i pantaloni polverosi. Ci sono tir di coca-cola parcheggiati ai lati delle strade, mi fermo per fare una foto ma poi cambio idea, già mi avevano fatto il lavaggio del cervello con la storia dei gringos, quindi saboto il mio atto estremamente turistico.

Eli più tardi mi spiega l’origine della parola gringos. Stiamo camminando e lei mi sta davanti, parla bene l’Italiano ma a volte si trattiene perché non vuol fare errori, ci va piano. In ogni caso la sua lentezza mi rende ancora più attenta, sto ad ascoltare la storia. Senza voltarsi mi dice che durante la guerra tra Messico e Stati Uniti i soldati americani indossavano le uniformi di color verde, green. I messicani, riferendosi a queste uniformi, cominciarono a scrivere sui muri greens go! e dopo poco questa espressione divenne simbolo del rifiuto dei nativi verso i soldati e in generale verso tutti i bianchi americani. Il suo racconto è molto affascinanate ma io non ascolto più lei quanto i suoi capelli. Sta approfondendo l’argomento, quando il suo ragazzo inizia a prenderla in giro per il suo italiano, la cosa è divertente ma mi trovo ancora a fissare i capelli di Eli.

Nel pomeriggio mi portano a mangiare grilli, forse fritti o forse solo rinsecchiti. Ne mangio due forse tre, volevo solo raccontarlo e vantarmene per dimostrare che queste cose non le fanno solo in tv.

Dopo cinque giorni arriva il momento di partire, comincia il mio vero viaggio, dove non c’erano amici ad ospitarmi, materassi, colazioni pronte e passaggi in auto. Non so bene cosa mi aspetta, ma forse avrei proprio trovato amici, materassi, colazioni e passaggi in auto. In ogni caso sarebbe stata una sorpresa. Manca solo un’ultima cosa prima di partire: la mia amica Francesca, in arrivo da Londra. Temo che abbia un nuovo taglio di capelli perché le mie reazioni ai nuovi tagli di capelli sono pessime, vorrei dire bello ma la mia faccia dice “oddio!”. Temo più questo che l’eventualità che non arrivi.

 

Benedetta Bendinelli

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