A Ghost Story di C. Francioni || Cinema e TV || THREEvial Pursuit

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31 Ott A Ghost Story di C. Francioni || Cinema e TV || THREEvial Pursuit

 

A Ghost Story

“Whatever hour you woke there was a door shutting”
Un “a parte” su A Ghost Story di David Lowery

di Chiara Francioni

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Salve a tutti. Siccome, al di là di quello che si dice in giro, sono una brava persona, scopro subito le carte e vi avverto: il pezzo contiene degli spoiler, ma – vi prego – non vi lasciate intimorire. Per quanto possa apparirvi strano, lo snodo degli eventi non è certo la parte principale della piacevole esperienza che la visione di A Ghost Story può regalarvi. Quindi, non siate schizzinosi, e andate avanti.

Ps: il primo spoiler, in ogni caso, ve lo dà il regista che, dopo l’incipit, vi lascia per alcuni istanti a fissare uno schermo nero, leggendo solo una frase: “Whatever hour you woke there was a door shutting”. Buona lettura.
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In una casa di campagna adagiata su verdi prati, da qualche parte nel cuore degli Stati Uniti, vive una giovane coppia. Si amano, lo si capisce. C’è una profonda delicatezza nei loro abbracci, un’intensità quasi disperata nei loro baci, una complicità preziosa nelle loro risate.
Lui è un musicista, e compone brani al pianoforte. Ne ha scritto uno che, più o meno, fa così: “Are you runnin late?/ Did you sleep too much/ All the awful dreams/ felt real enough/Is you lover there?/ Is she wakin up?/ Did she die in the night?/ And leave you alone?”*.

ghost story ridotta 2Non resteranno a lungo in quella casa: il trasloco è imminente. Lei, una volta, mentre erano stretti sul divano, gli ha raccontato che quando era piccola, insieme alla sua famiglia, si trasferiva spesso. Così aveva inventato un gioco, una specie di rituale: ogni volta che stavano per lasciare una casa, scriveva su un biglietto alcuni versi di una poesia, oppure appuntava ciò che voleva ricordare della sua vita lì. Poi nascondeva quel ritaglio di sé tra le pareti della casa così, se mai un giorno fosse tornata, lo avrebbe ritrovato, insieme ai suoi ricordi. Forse era un modo per placare l’angoscia dell’addio, per trasformarlo in un arrivederci.

Esce del fumo dal motore della macchina. È stata presa in pieno da un altro veicolo e il conducente è morto sul colpo. L’incidente è avvenuto lungo la strada che attraversa la campagna, a pochi metri dalla casa dove lui viveva con lei. Lui, adesso, non c’è più.

Risvegliarsi sotto a un telo non deve certo essere cosa gradita. Soprattutto se si tratta del telo con cui hanno coperto il tuo corpo esangue. Sei in un obitorio, del resto è lì che stanno i morti. Ed è questo che ora sei. Un morto.
Ma ti sei risvegliato e ora ti alzi, ti muovi insomma. Il lenzuolo ti avvolge, ti cela al mondo che invece è ancora dei vivi. Due fori all’altezza degli occhi ti permettono di scrutarlo, quel mondo, e soprattutto ti permettono di ritrovare la strada per quella che eri abituato a chiamare casa. Attraversi i campi, seguito dallo strascico di stoffa bianca che nessuno può vedere, e arrivi lì, davanti a quella porta, proprio mentre sta sorgendo il sole.

La vedi. Lei è sola. Disperata. Non puoi parlarle, non puoi toccarla. Non puoi fare niente se non contemplarla restando in silenzio.

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Eccomi. Sono in aereo e sto volando verso il Giappone. Di solito la compagnia di turno offre ai passeggeri solo blockbuster per alleggerire le menti già situate ad alta quota. E invece a me è capitata questa occasione. Sul monitor vedo proprio quel titolo: A Ghost Story.
È tanto che voglio vederlo, questo film del 2017 di David Lowery, interpretato da Casey Affleck e Rooney Mara. Non passa un secondo che già sento la vocina interiore che mi pungola, irradiando la sua consueta aurea di acidità: “Ecco la solita snob che sceglie il film indipendente perfino sull’aereo”. Le intimo di stare zitta perché tanto non ho argomenti per controbattere. Ha ragione. Punto. Ma ognuno ha le sue debolezze e a me piace fare l’intellettuale e guardarmi i film impegnati durante voli di linea a basso costo.
Così, piano piano, lascio che la storia di un fantasma e del suo lenzuolo mi possieda, proprio come il fantasma del musicista ora possiede quella che era stata casa sua.

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Mentre ti muovi lentamente sul parquet scricchiolante, senza emettere il minimo suono, la osservi. Lei che era la tua donna. La vedi soffrire, sfogare la sua rabbia per aver perso qualcuno e quel qualcuno sei tu. Poi la vedi indugiare: era così decisa a trasferirsi, eppure adesso sembra non voler uscire da quel bozzolo di legno, cemento e vetro che era la vostra casa.
La osservi mentre ti cerca tra quelle pareti, sperando di riuscire a trovare anche la più piccola briciola della tua essenza svanita. E mentre la guardi, non riesci a comprendere se adesso stai provando qualcosa e, in caso affermativo, di cosa si tratti: non ti sembra frustrazione, né tristezza. Forse è una somma di entrambe il cui risultato somiglia a una piatta apatia. Quell’apatia che provano i morti, forse. Ma non puoi esserne sicuro, perché non sei mai stato morto prima d’ora.

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Penso, mentre le immagini scorrono davanti ai miei occhi, lassù tra le nuvole di quel cielo sconfinato, che io da bambina avevo una paura matta dei fantasmi.
Ricordo che ogni scricchiolio, ogni cigolio, ogni fruscio che avevo la sfortuna di cogliere mentre giacevo a letto, nel buio della mia cameretta, mi sembrava una minaccia di morte.
Mi tuffavo con la testa sotto le coperte, trattenendo il respiro per non fare rumore, sperando di diventare invisibile. Ricordo poi, ancora vividamente, l’alluvione di brividi lungo la schiena ogni volta che, a causa di forza maggiore, ero costretta a spegnere una luce alle mie spalle e sentivo, freddo come il ghiaccio siderale, l’alito dell’ignoto che mi drizzava i peli sul collo. Gli spettri tramavano negli angoli più bui della casa, cospiravano contro di me sotto al letto, bramavano la mia vita nascosti nella soffitta polverosa o nei corridoi troppo lunghi.

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Prima di prendere la decisione di lasciare quella casa, lui e lei hanno discusso molto. Lui non voleva proprio abbandonarla, la loro casa.
“Cosa ci trovi in questa casa?” le aveva chiesto lei una volta.
“Amore, i nostri ricordi” era stata la risposta di lui.
E forse lei ripensa a questo mentre, ormai giunta al limite degli indugi e decisa a lasciarsi alle spalle quello che era stato il lori nido, riempie uno scatolone di libri per prepararsi all’improcrastinabile trasloco. Rievoca quel ricordo quando uno dei volumi le scivola dalle mani e si apre, circa a metà, dando voce all’inchiostro: «Al sicuro, al sicuro, al sicuro», il polso della casa batteva gioiosamente. «Il tesoro è vostro.»** Si intravede il titolo del libro: A Haunted House and Other Short Stories***.

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Di cosa parlava A Haunted House? Ripenso mentre continuo il mio lavoro di spettatrice ad alta quota.

“A qualunque ora ci si svegliasse c’era una porta che si chiudeva. Da una stanza all’altra andavano, mano nella mano, sollevando, qua e là, guardando ancora – una coppia spettrale”****.

Ecco di cosa parla il racconto di Virginia Woolf! Parla di due amanti, separati dalla morte, ma incapaci di dirsi addio. Parla di anime irrequiete che continuano a percorrere i corridoi, ad attraversare le stanze, a cercare quello che avevano lasciato lì, in quella casa che era stata la loro casa. Cercano un tesoro perduto.

“Qui abbiamo dormito” dice lei. E lui aggiunge: “Quanti baci”. “Svegliarsi al mattino…” “Argento tra gli alberi…” “Arriva…” “Nel giardino…” Quando arrivò l’estate…” “Nei giorni nevosi dell’inverno”. In lontananza le porte continuano a chiudersi, distanti, con un suono soave come il battito di un cuore.*****

C’è stato un momento nella vita in cui ho smesso di pensare che i fantasmi fossero minacciosi. Certo. Crescendo si entra nel magico mondo della secolarizzazione e il fagotto di superstizioni e paure recondite resta indietro. Certo, sono diventata quel tipo di persona che mia madre continua a definire “tutta cervello e ragionamento”. Certo, ho smesso di credere che i fantasmi striscino nella penombra. Il punto però è un altro. Da quando ho provato a dire addio, quel tipo di addio definitivo nel suo essere per sempre, tutto è cambiato.

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Prima di abbandonare la casa, lei scrive qualcosa su un pezzo di carta, poi, lo infila nello stipite di una porta. Dunque, esce, lasciando la casa vuota, dietro di sé.

Tu, che segui muto la scena, nascosto nel tuo lenzuolo, sai già cosa devi fare. Cercare quel biglietto, per leggere, per sapere. Forse perché da quando lei, quella volta sul divano, ti ha raccontato del gioco che faceva, non hai mai smesso di chiederti cosa scrivesse su quei biglietti. E allora cominci a scavare con unghie che non hai più contro la superficie fisica che a malapena, e non sai nemmeno come, riesci a sfiorare. E lo fai a lungo, per tanto tempo. Gratti, scavi, bussi. Chi dorme tra le pareti di quella casa sente il rumore delle tue gesta, nel cuore della notte. Avverte che sei lì. Ma non sa che ci sei.

“A qualsiasi ora ci svegliassimo c’era una porta che sbatteva”.

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Io, ovviamente, continuo la visione fino a giungere all’epilogo di questo film delicato e breve. Poco più di un’ora fatta di immagini bellissime, luci patinate, atmosfere a loro modo bucoliche. Il tutto condito da una colonna sonora soave, emozionante. Ma non vi dirò come si conclude, questa piccola opera quasi muta, perché è giusto che anche voi possiate scoprirlo, come dire, da vergini. O quasi. Non dimenticate poi che, in fatto di spoiler, sono stata sincera, fin dal principio.

Però vi dirò questo, e non perché sia tenuta a concludere in qualche modo il mio articolo: nel film si parla poco, ma si dice molto. Si dice che i fantasmi non sono solo il prodotto del folclore. Sono il risultato della difficoltà, lacerante, che noi umili esseri umani troviamo nel gestire i distacchi. I fantasmi sono ricordi che prendono vita e ci tengono legati al passato. I fantasmi sono un modo per placare l’angoscia dell’addio per trasformarlo in un arrivederci. Proprio come un biglietto nascosto dietro a una porta. Per questo quando sei bambino i fantasmi li temi, mentre quando sei adulto, non riesci a lasciarli andare.

Anche Virgina Woolf, abbandonandosi all’irresistible corrente del flusso di coscienza, ci dice che si tende sempre a tornare, con la mente e con il cuore, là dove si è amato.

“Al sicuro, al sicuro, al sicuro”, batte orgoglioso il cuore della casa. “Tanti anni…” sospira lui. “Mi hai trovato di nuovo.” “Qui”, mormora lei, “addormentata, leggendo in giardino, ridendo, facendo rotolare le mele dal solaio. Qui abbiamo lasciato il nostro tesoro…”. Chinandosi la loro luce fa aprire i miei occhi. “Al sicuro, al sicuro, al sicuro!”, batte impazzito il polso della casa. Mi sveglio gridando: “ E’ questo il tesoro che avete nascosto? La luce nel cuore.******

A Ghost Story
Di David Lawry
Con Casy Affleck e Rooney Mara

 

Note:

* I Get Overwhelmed – Distraction Sickness/ Dark Rooms (torna su)
** Per coerenza e correttezza vi dirò l’ovvio: nel film il testo è in inglese. “Safe, safe, safe,” the pulse of the house beat gladly. “The Treasure yours.” (torna su)
*** Virginia Woolf, A Haunted House and Other Short Stories, 1944. Raccolta di racconti dell’autrice nel quale è contenuto anche A Haunted House, per la prima volta pubblicato in una precedente raccolta di opere dell’autrice del 1921 dal titolo Monday or Tuesday. (torna su)
**** Virginia Woolf, A Haunted House. (torna su)
***** ibid. (torna su)
****** “A Haunted House” cit. (torna su)

Fonte immagini: http://www.imbd.com/

 

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