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Garrincha Alegria do Povo, un THREEvial Pursuit di Cartavelina || Three Faces

Garrincha EVIDENZA

17 Apr Garrincha Alegria do Povo, un THREEvial Pursuit di Cartavelina || Three Faces

 

Garrincha Alegria do Povo

Un THREEvial Pursuit di Cartavelina

La maglia del Botafogo sulla tomba di Garrincha a Pau Grande.

La maglia del Botafogo sulla tomba di Garrincha a Pau Grande.

Quella volta la signora Lìvia Isadora Castro in Barbosa pretese di seguire il marito, all’anagrafe Alcebiades Custodio Barbosa, nel viaggio che compiva ogni 20 gennaio. Il fedele custode dei suoi abbracci era titubante, avrebbe voluto andarci solo, come faceva sempre. La moglie irremovibile aveva preparato la valigia, sapeva solo che Alcebiades si recava a Pau Grande. Dopo trentacinque anni si era stufata di quell’incognita. Voleva sapere cosa spingeva il marito, un compulsivo abitudinario, ad abbandonare la routine giornaliera e a percorrere i novantasette chilometri che li separavano da Pau Grande. Lì non aveva parenti né amici. Doveva sapere, doveva a ogni costo.

Entrarono in quell’agglomerato di lamiera che era stata una FIAT Ritmo e iniziarono il viaggio. Non fu piacevole, onestamente non lo trovò nemmeno fastidioso, diciamo che regnava un opprimente silenzio.
Buttò lì un «puoi dirmi perché proprio Pau Grande?». Alcebiades replicò, assorto, «lo vedrai, lo vedrai».
Con quel trabiccolo novantasette chilometri furono interminabili ma alla fine raggiunsero il paese. La macchina si fermò in uno spiazzo, davanti uno sgangherato cimitero. Lìvia Isadora Castro era sempre più perplessa. Entrarono e il signor Barbosa estrasse da sotto il cappotto un fiore di peonia. Lei si ripromise all’uscita di chiedere conto del fiore in questione, conscia del fatto che il marito era un esperto florigrafo e quindi la scelta non era certamente casuale.
Arrivarono davanti a una lapide mezza sbertucciata, anonima. L’epitaffio recitava: Aqui descansa em paz aquele que foi a alegria do povo, Mané Garrincha.

17 Febbraio 1980, Garrincha al Carnevale di Rio.

17 Febbraio 1980, Garrincha al Carnevale di Rio.

Anche lei, che non aveva mai amato ciò che in Brasile si ama, cioè il calcio, sapeva chi era Garrincha. Calciatore del Botafogo, bi-campione del mondo nel 1958 e nel 1962. Vera stella di quei mondiali, in barba al ben più spendibile Pelé.
Però non capiva la visita del marito a quella lapide, a sua memoria non tifava nemmeno Botafogo, non era un frequentatore dello Stadio Nílton Santos dove giocava appunto O Glorioso, soprannome del club. Si voltò verso Alcebiades, pronta a fare domande, tutte quelle che si era tenuta dentro, era un fiume in piena di quesiti, e lo trovò in lacrime. Lacrime disperate, lacrime di chi ha un peso enorme.

Alcebiades bisbigliò: « È colpa nostra, solo nostra…»
Lei non capì, sapeva poco della morte di Garrincha, ma era sicura che la famiglia Barbosa c’entrasse poco o nulla. Iniziò a soffiare un vento trasversale, tagliente. Come se la natura volesse che i suoi occhi si inumidissero come quelli del marito. Sentì una prima goccia che la colpì appena sotto l’occhio, il cielo lacrimava e lei cercò riparo sotto una tettoia. Il marito rimase impassibile davanti alla tomba, i minuti passavano interminabili e lui non accennava a muoversi.
Pietrificato e perso nei meandri della tristezza e dei ricordi, o così lei almeno immaginava.
Era confortata, vedeva in quella pioggia una legittimazione del pianto disperato di Alcebiades. E attese.

Zuppo come un passerotto grasso, all’improvviso lui si voltò e si diresse verso la moglie. La prese sotto braccio e coprendola con il suo cappotto si diressero verso la macchina. La FIAT ritmo li attendeva impassibile nello spiazzo. La messa in moto venne accompagnata da un sinistro rumore di ferraglia.
Percorso poco meno di un chilometro Alcebiades la guardò e con un’innocenza disarmante esclamò «ho fame!»
Si fermarono alla Pousadas Altas, una bettola lungo la strada che aveva sicuramente visto giorni migliori. Entrarono e li accolse un cane, un meticcio come se ne trovano a tutte le latitudini. Si avvicinò con aria svogliata e in maniera altrettanto svogliata li annusò per poi tornare sulla sua coperta, nei pressi del camino. Dalla cucina si affacciò un uomo, scoprì dopo che si trattava del proprietario della bettola e come questa aveva sicuramente visto giorni migliori. Salutò Alcebiades come se si conoscessero da una vita, e rifletté che la cosa non avrebbe poi dovuto stupirla dato che il marito compiva quel viaggio da trentacinque anni. Rientrò in cucina e il marito si diresse a un tavolo, l’unico apparecchiato, sotto l’unica finestra della stanza. Alcebiades sapeva di dover parlare, spiegare il viaggio, spiegare il pianto. Ma come si può spiegare un pianto!? Le parole, per quanto possano essere calcolate, ben ponderate, le migliori parole che una bocca possa regalare non renderanno mai onore a un pianto. E allora decise di raccontarle una storia.

Alegria do povo.

Alegria do povo.

La storia era quella di un bambino povero, come ce ne sono stati, ce ne sono e ce ne saranno sempre in Brasile.
Figlio della favela e della fame che una dannata poliomielite rese claudicante, donandogli però la più bella finta che il calcio avesse mai avuto. Passava le giornate a saltellare sbilenco rincorrendo un uccellino e la sorella gli dette, come soprannome, il nome di quell’uccellino, Garrincha. Cresce l’uccellino e si inizia a parlare della finta ubriacante che ha. Il Botafogo gli propone di fare un provino, lui ci va scalzo e viene mandato via. Il giorno dopo rimedia delle scarpe e si ripresenta. Viene schierato all’ala, sulla destra. Terzino sinistro gioca Nílton Santos, soprannominato A Enciclopedia per la sua enorme conoscenza del calcio. L’uccellino non ha alcun timore reverenziale, la prima volta lo ubriaca con un movimento di corpo degno di un ballerino di samba, la seconda A Enciclopedia lo aspetta per portarlo sull’out sinistro e lui lo schernisce con un tunnel, la terza lo salta con un pallonetto beffardo. Nílton Santos, inferocito ma conscio di aver affrontato un fenomeno, corre dai suoi dirigenti e ordina di tesserarlo subito.

Sta iniziando la carriera di quello che Raul Castro definirà “il più grande giocatore amatoriale che il calcio professionistico abbia mai creato”.
Dopo essersi conquistato la maglia del Botafogo fu il turno della maglia verdeoro, quella della nazionale, con la quale vinse i due mondiali nel 1958 e 1962. In una partita amichevole, di preparazione al mondiale svedese, quello del ‘58, il Brasile affrontò la Fiorentina allo stadio Nervi. Sul risultato di 3 a 0 per i verdeoro Garrincha scartò Robotti, Magnini e Cervato, superò poi il portiere Sarti e si bloccò improvvisamente sulla linea di porta. Robotti accecato dalla rabbia, o forse solo inconsapevole attore di una commedia con un copione già scritto, tornò furente su di lui.
Garrincha con una finta lo mandò a riflettere contro il palo e depositò in rete. I compagni lo circondarono, un po’ per festeggiarlo, un po’ per redarguirlo e come ha scritto Eduardo Galeano: “Garrincha camminava guardando a terra, Chaplin al rallentatore, come se chiedesse scusa per quel gol che fece scattare in piedi tutta la città di Firenze”.

Dopo la vittoria del mondiale i ragazzi tornarono in patria e furono accolti da eroi. Il governatore di Rio promise loro in dono una villa e a quel punto l’uccellino alzò una mano per richiamare l’attenzione. Il governatore lo interpellò scocciato, pensando che avrebbe avanzato ulteriori pretese.
Invece, fissando un passerotto in gabbia sull’altro lato della strada, affermò che avrebbe rinunciato alla villa in cambio della libertà del pennuto. Questa dolcezza d’animo veniva spesso e volentieri affogata da litri e litri di cachaça. Ancora non se ne vedevano i segni ma l’alcol stava logorando dall’interno il fisico del nostro uccellino. Era solo questione di tempo e il suo corpo non gli avrebbe più permesso di volare sui ciuffi d’erba. Vinse altri campionati con il Botafogo, un altro mondiale e poi all’improvviso la luce si spense. Basta, fine, il sogno si era interrotto.

Garrincha fa impazzire i sovietici a Svezia '58.

Garrincha fa impazzire i sovietici a Svezia ’58.

Manoel dos Santos, in arte Garrincha, tornò a essere quello che tutti alla nascita si aspettavano che sarebbe diventato, un povero storpio.
Il 19 gennaio del 1983 venne ricoverato in coma etilico, sulla cartella medica si leggeva “Manoel da Silva” una curiosa amalgama tra il suo nome, Manoel dos Santos, e il nome che in Brasile si usa per le persone non identificate, Josè da Silva. Il 20 gennaio Manoel da Silva morì. E in quel nome si manifesta in toto la macchia che il Brasile porterà con se in eterno, la vergogna che prova a nascondere sotto il tappeto, la sua povertà. Ha fatto morire da sconosciuto colui che aveva dato la speranza che il carnevale potesse durare qualche giorno in più, la quintessenza dell’irrazionale in cui era bello perdersi. Tutto sommato è stato anche giusto così, questo lo dico io, non il signor Alcebiades, perché quando si è volato come Garrincha non si può morire umani come un Manoel dos Santos qualsiasi.

La signora Lìvia provò a dire qualcosa ma il marito continuò.

Da quel giorno c’è un detto. “Ancora oggi, se chiedi a un vecchio Brasiliano chi è Pelé, il vecchio si toglie il cappello, in segno di ammirazione e di gratitudine. Ma se gli parli di Garrincha, il vecchio chiede scusa, abbassa gli occhi e piange”.

Alcebiades svuotato abbassò le spalle, sconfortato, rassegnato o forse solo stanco.
La moglie potè finalmente parlare e gli chiese «e la Peonia?»
Uscì un sibilo, come un battito d’ali. «Vergogna amore mio, solo vergogna».

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