F R A M E di A. Biagioni || Musica e Teatro || THREEvial Pursuit

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28 Feb F R A M E di A. Biagioni || Musica e Teatro || THREEvial Pursuit

 

F R A M E

Una sera a teatro con Edward Hopper

di Andrea Biagioni

 

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“Non entravo in un teatro esattamente da un anno. Oddio, forse anche di più”.
L’amara riflessione introduttiva meriterebbe un breve approfondimento, ma rischierei di dilungarmi troppo. Provo una sintesi decisamente aggressiva: teatro tutte le settimane; poi laurea e lavoro; teatro ogni tanto; quindi teatro fatto da me; basta teatro (da spettatore, s’intende).

Il fatto è che sto per tornare a godermi uno spettacolo: F R A M E, prodotto da Cantieri Teatrali Koreja di Lecce per la regia di Alessandro Serra, che ha anche ideato il progetto.
Alessandro. Serra. Momento di vuoto. Inizio a rimuginare.
“Eppure, questo nome…”
“Non lo conosci, vero?”

Ora, vi starete chiedendo chi sia il mio interlocutore. Ebbene, vi dirò che non esiste, o meglio, non fisicamente. Provo a spiegarmi. Pare che io abbia una strana voce interiore, che assomiglia terribilmente a quella fuori campo in Birdman. Ha la tendenza ad interrompere il flusso dei miei pensieri, intervenendo in maniera scomposta e arrogante: a gamba tesa, si direbbe in gergo sportivo. Vi garantisco che non è affatto una passeggiata portarsela appresso tutti giorni e sono spesso costretto a soddisfare le sue voglie, per sfinimento. (Se non ci credete, leggete pure qui cosa mi ha fatto passare l’ultima volta che ho tentato di scrivere una recensione). Intanto, provo a dissentire.

“Non è vero, ne ho sentito parlare. Mi pare…”
“Finiscila. Non fare il saccentello con me. So che significa quell’espressione”.
“Sentiamo. Che significa?”
“Uno ti chiede se conosci una persona, tu corrughi la bocca, esplodi con un – sì, ce l’ho presente, certo – e poi ti limiti ad annuire per il resto della conversazione, facendo da intercalare”.
Cristo santo, mi conosce bene, ma stavolta ha fatto male i suoi conti.
“E comunque, stavolta non capisco con chi vuoi fare lo splendido. Ci siamo solo io e te qua, sei solo in casa e hai pure la patta aperta”.
Mi tiro su la cerniera ed esordisco:
“Alessandro Serra, caro mio, ha vinto il Premio Ubu 2017 con Macbettu”.
“…”
“Fregato! E ora lasciami in pace che ho da fare”.

Come so chi è Alessandro Serra? È un po’ che non vado a teatro, mica vuol dire che sono così stronzo da non sapere chi ha vinto quello che si potrebbe definire il David di Donatello del teatro italiano. Senza contare che Macbettu ha avuto una discreta risonanza mediatica per la stroncatura di un noto critico, il quale si augurava di non dover vedere l’ennesimo Shakespeare, figuriamoci se interpretato in sardo. Poi, è arrivato il Premio Ubu e nessuno sa se il buontempone, del quale possiamo tranquillamente risparmiarci il nome, ha poi visto effettivamente lo spettacolo. Fatto sta che il progetto di Serra è audace, non solo perché recitato in sardo, ma soprattutto per il fatto di aver calato in maniera egregia Macbeth in un mondo tutto particolare come quello sardo. Peraltro, lo vedremo proprio al Florida il prossimo 15 Marzo, ma io voglio tornare a teatro adesso e se leggo che Serra è parte di un progetto che si ispira all’universo pittorico di Hopper, allora è deciso: si torna in sala.

“Hopper? Dennis Hooper?”
“No. Quello è l’attore. Qui si parla di Edward Hopper, il pittore. E io voglio vedere questo spettacolo per recensirlo. Va bene?!”
“Un pittore a teatro… Non mi sembra una grande idea. Possiamo fare altro?”
“No, taci”.
“Ci andiamo solo io e te?”
“No, viene anche Beatrice”.
“Mmm. Mi piace Beatrice. Puoi almeno mettermi nella recensione?”
“Vedremo…”

E così, eccomi qui a chiedermi da quanto tempo non entrassi in teatro.
“Sedici mesi. Calderòn di Pasolini alla…”
“Shhh, zitto! Che figura mi fai fare che parli di altri teatri… e comunque, abbiamo visto anche uno spettacolo quest’estate”.
“Era all’aperto, di giorno e itinerante. Non vale”.
“Ma mica è teatro solo se sei al chiuso”.
“Ma lì se ti scaccolavi o facevi una delle tue smorfiette da intellettuale snob ti beccavano. Qui no. Io preferisco il buio”.
“Vuoi farmi concentrare, che devo ancora capire dove sono i posti? F86 e F87. Eccoli lì”.

Ed ecco un tipico caso di malcostume italiano: due simpatici sessantenni hanno occupato le poltroncine dedicate a me e a Beatrice; essendo posti centrali, Beatrice si lancia verso i due malcapitati come un pitbull a cui hanno appena sottratto da sotto il naso un pezzo di carne fresca. Dirottati i due vegliardi furbetti alle loro posizioni defilate, ci sediamo.

“Che carattere la ragazza! Tu ti saresti accontentato di quei posti di mer…”
“Ti prego, stai zitto. Dicevi che ti piace il buio, eccolo il buio. Ora vedi di non fiatare. O hai intenzione di parlare per tutto lo spettacolo?”
“Dipende dallo spettacolo”.

Signore, o chi per te, aiutami. Già il fatto che F R A M E stia iniziando mi è di conforto. Speriamo che sia bello, sennò chi la sopporta dopo (la mia voce interiore, non Beatrice).

L’inizio è stordente. La scenografia tremendamente minimalista ed efficace nel ricreare un ambiente claustrofobico e isolato: alte pareti che sembrano fatte di cemento grezzo racchiudono l’intera scena; su una di esse, una ragazza vestita di rosso passa le unghie, graffia quella prigione inerme e spoglia. Solitamente, il passaggio delle unghie su una qualsiasi superficie mi provoca un fastidio indicibile, eppure in questo caso non succede: quel rumore accompagna e introduce perfettamente lo spettatore, la quarta parete, nel contesto. Sono già rapito, ma aspettiamo. Di fronte a noi, una finestra rettangolare è chiusa da un pannello. La ragazza nel frattempo si rifugia in un angolo, la luce svanisce e la giovane con lei, mentre il pannello si muove ed entra in scena lasciando dietro di sé un vuoto. La tavola inizia ad oscillare e scivolare sul palco come se vivesse, finché da dietro di essa, a turno e girandole intorno, escono gli attori ovviamente vestiti come i personaggi di Hopper gradirebbero.
In mezzo a loro, un clown che rimane in scena, mentre gli altri si rifugiano dietro il pannello e con gran concorso di grazia scompaiono con esso nel vuoto della finestra ormai spalancata sul mondo, dal quale a breve compariranno di nuovo in vesti diverse: dai giovani amanti a una coppia di amici, dagli ubriachi ridanciani e ormai sfatti alla fumatrice in cerca di fuoco, dal capo ingegnere con tanto di caschetto di sicurezza alla suora corredata di rosario. Il mondo quotidiano passa fuori, mentre dentro questo pagliaccio un po’ Pierrot e un po’ Arlecchino fissa il pubblico: non gli interessa cosa succede fuori, quelle pareti sono il suo universo; quello spazio è suo e suo solamente. Sono incantato dalle sue movenze, ammantante di una leggiadria malinconica che solo le foglie cadenti d’autunno possiedono.
Ricorda tanto il clown di Soir Bleu, dipinto nel 1914 a Parigi, ma egli è molto di più: porta e toglie oggetti di scena, alle volte addirittura gli attori stessi; gestisce cambi e tempi scenici; è mimo, è scenografo, è regista e sipario allo stesso tempo; è il punto di collegamento tra l’universo visivo di Hopper e l’essenza più profonda della Sesta Arte. È il teatro.

Le scene, o sarebbe meglio rispolverare il più antiquato concetto di quadro (qui più che mai adeguato), si susseguono con vorticosa lentezza, portando lo spettatore a domandarsi a quali opere di Hopper esse siano ispirate: Ufficio di notte, Stanza sul mare, Stanza a New York, Una donna al sole e sicuramente molte altre che non ho colto. La gestione delle luci crea tagli netti, tramonti dell’anima che emergono sulla scena nello straordinario e ordinato controllo dei movimenti attoriali. Addirittura ricreano un cinema. Nella scena madre, una luce ad intermittenza fotografa il delirio della solitudine meccanica di uno dei personaggi. Ho la sensazione che Serra abbia dato vita a un universo onirico di fratture interiore, privo di parole e accompagnato da musiche malinconiche come un inverno parigino. Tutto è studiato, tutto fila via liscio senza sbavature (in realtà, una l’avrei notata ma chissenefrega).
Mi alzo per applaudire, non lo faccio praticamente mai. Anche la mia voce interiore è del tutto muta, buon segno. Chissà a che pensa. Mi godo questo silenzio, mentre esco commentando con Beatrice quanto appena visto, con il freddo che mi morde la faccia. Poi, inizio a sentire un prurito alla nuca. Eccola, che torna.

“Scusa, posso farti una domanda?”
“Spara”.
“Ma secondo te, Edward Hopper e Dennis Hopper sono parenti?”
Ecco a che pensava…

 

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progetto e ideazione Alessandro Serra
con Francesco Cortese, Riccardo Lanzarone, Mariarosaria Ponzetta, Emanuela Pisicchio, Giuseppe Semeraro
regia, scene, costumi e luci Alessandro Serra
collaborazione ai movimenti di scena Chiara Michelini
un ringraziamento a Anna Chiara Ingrosso
tecnici Mario Daniele, Alessandro Cardinale
organizzazione e tournée Laura Scorrano, Georgia Ilaria Iben Tramacere
produzione Teatro Koreja
co-produzione Compagnia Teatropersona

 

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