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Forme intelligenti, un racconto di D. Gambit || Three Faces

Forme intelligenti, un racconto di Daniele Gambit, Illustazione di Giulia Brachi StreetStories Three Faces

15 Lug Forme intelligenti, un racconto di D. Gambit || Three Faces

Forme intelligenti, un racconto di Daniele Gambit, Illustazione di Giulia Brachi StreetStories Three Faces IN

Forme intelligenti, un racconto di Daniele Gambit, Illustazione di Giulia Brachi StreetStories Three Faces

Forme intelligenti

Un racconto di Daniele Gambit

Illustrazione di Giulia Brachi SGU

 
“Se l’Universo è così vasto e molto probabilmente ricco di altre popolazioni, perché non abbiamo ancora trovato civiltà al nostro pari tecnologico?” — Paradosso di Ferkmh, scienziato e capo di ricerca xylosiano.
Il Dr. Kruzkl stava ancora cercando di valutare a pieno tutte le possibili conseguenze della sua recentissima scoperta. Aveva atteso le dovute verifiche prima di cantare vittoria, nonostante la conclusione si fosse palesata nella sua mente ormai da giorni. Tuttavia, ora e soltanto ora, grazie all’osservazione della cronostoria completa del pianeta K-Sigma-76, Kruzkl poteva dire di avere risolto il mistero che da anni assillava i 7000 ricercatori e studiosi del reparto di bioastronomia di Xylos.

Kruzkl era in uno stato di piena estasi e fremeva dalla voglia di comunicare al più presto il risultato della sua ricerca al generale Munzorgh, il quale non avrebbe certo fatto mancare dovuti onori per il lavoro compiuto. Salendo sull’elevatore verso i piani superiori, Kruzkl ripercorse con la mente la lunga odissea che il centro di ricerca aveva compiuto in tutti quei cicli lunari.

Erano passati ormai più di sette fasi da quando il professor Jyzxum, allora capo reparto, rilevò grazie alle sonde a curvatura spaziale il primo pianeta abitato da una forma di vita complessa. Si trattava di una popolazione non particolarmente intelligente, diciamo paragonabile a una sottorazza di anforopodi, dotati quindi di istinto di sopravvivenza, senso del branco e discrete capacità di analisi del territorio circostante.

Da quel giorno il Dipartimento Imperiale delle Scienze aveva fornito fondi praticamente illimitati al professor Jyzxum e al suo gruppo, confidando nel fatto che grazie alle sonde a curvatura spaziale, capaci di viaggiare a velocità virtualmente infinita sfruttando le distorsioni spaziotemporali, potessero venire alla luce nuovi pianeti abitati eventualmente da forme di vita più intelligenti. E così fu, oltre ogni aspettativa.

La mappatura quasi totale dell’Universo permise di scoprire forme di vita sviluppate a vari e diversi gradi evolutivi. Si passava dai micro-organismi agli pseudo-krytiridi a specie più evolute su quattro, sei, otto, o anche venti zampe, fino ad arrivare a esemplari capaci di costruire macchinari, nelle forme più disparate a seconda dei materiali presenti sul pianeta in questione.

E qui iniziò a presentarsi l’enigma: stando alle osservazioni ricavate, era come se l’evoluzione di una grandissima percentuale – quasi la totalità – delle popolazioni intelligenti studiate si arrestasse alla costruzione di semplici macchine, mentre una percentuale estremamente bassa era composta da popolazioni abbastanza evolute da disporre di velivoli o macchine più complesse. Inoltre, non si rilevavano casi di tecnologia nettamente più evoluta, come se lo sviluppo scientifico avesse un limite “naturale”, a prescindere dal luogo o dalla popolazione.

Inutile ribadire che si trattava anch’esso di un livello nettamente inferiore a quello raggiunto dagli xylosiani e dal loro gruppo di ricerca. Alcuni ricercatori inizialmente pensarono che si trattasse di una mera questione probabilistica, ma considerando l’età dell’Universo ci si sarebbe dovuti aspettare una configurazione più distribuita dei livelli di progresso raggiunti dalle varie popolazioni. Subito ci si accorse che mancava un tassello.

Le cose diventarono ancora più interessanti quando, accelerando le capacità di rilevazione delle sonde, ci si accorse che molti dei pianeti ritenuti non abitati mostravano i segni di una civiltà estinta, i cui segni erano quasi del tutto spariti, oltre a mostrare la presenza in superficie di valori particolarmente alti di radioattività.

Qualcuno iniziò addirittura a pensare che vi fosse una popolazione aliena cacciatrice di civiltà, impegnata in giro per le galassie a eliminare chirurgicamente ogni traccia di vita qualora questa raggiungesse un determinato livello di progresso scientifico e tecnologico. Chiaramente l’idea, per quanto coerente con i dati, sembrò a tutti alquanto bizzarra.

Fu così che negli anni a venire si focalizzò l’attenzione delle sonde su quei pianeti noti per essere vicini alla soglia fatidica di sviluppo, sperando di riuscire a osservare un particolare fenomeno che ne spiegasse la fine. I ricercatori sapevano bene che questo esperimento avrebbe potuto non dare risultati, o darne forse in un futuro molto remoto. Ma quando il dottor Kruzkl osservò con i suoi stessi occhi la fine in diretta di un pianeta specifico, la fine di K-Sigma-76, ne rimase semplicemente sconcertato.

Il generale Munzorgh, insieme ad una delegazione di alti ufficiali, lo stava aspettando nella sala principale del palazzo.

«Dottor Kruzkl, è un piacere averla tra noi. Dalle sue comunicazioni ci risulta che lei sia riuscito a risolvere il mistero che da epoche assilla i nostri più geniali studiosi. Mi dica: è forse riuscito a osservare da vicino l’astronave dei distruttori di pianeti?»

Vista la poca credibilità di tale teoria nel corpo accademico, alcuni ufficiali si lasciarono scappare una risata.

«No, generale. Certo che no. Quello che ho osservato è stata la fine endemica di un pianeta, come le dicevo. Ho assistito alla distruzione totale della razza vivente sul pianeta catalogato come K-Sigma-76, signore».

Tutti i quattro occhi del generale erano fissi sul dottore.

«Prego dottore, continui. Siamo curiosi».

«Bene generale. Quello che ho scoperto, e che già ipotizzavo nei miei ultimi mesi di ricerca, è che le civiltà evolute non vengono eliminate da fattori esterni, bensì si eliminano, beh, per così dire… da sole».

I presenti iniziarono a borbottare, increduli e incuriositi.

«Vede, signore, a quanto pare la maggior parte delle civiltà, raggiunta una certa soglia di sviluppo tecnologico, scopre quella che noi chiamiamo l’energia fondamentale, o per così dire “atomica”. Questa energia, come sappiamo, può provocare gravi danni alle strutture e agli organismi se male controllata. Ebbene, pare che molte popolazioni, tra cui quella che ho osservato, facciano di proposito un cattivo utilizzo di questa energia allo scopo di distruggere parte delle proprie strutture o dei propri organismi».

Tutti i presenti scoppiarono in un boato. L’ufficiale Isakmov, uno dei più esperti di catalogazione di razze extra-xylosiane, si alzò in piedi:

«Dottore, ma come è possibile? L’istinto di sopravvivenza è uno dei criteri minimi stabiliti dal gruppo di ricerca per poter dichiarare una forma di vita “intelligente”, ora lei mi sta parlando di forme intelligenti con pulsioni autodistruttive?»

«Beh, vede generale, da quel poco che ho capito, molte specie al di fuori del nostro ecosistema fanno uso di un senso di autotutela individuale anziché di specie, come se ogni singolo esemplare lottasse per la propria sopravvivenza, incurante dell’eventuale terminazione vitale di altri membri. Ho motivo di credere, generale, che la maggior parte delle razze aliene non disponga di sensori tele-empatici, rendendo gli esemplari pressoché insensibili verso la terminazione di propri simili».

Il generale era silenzioso, confuso.

«Alla base dei dati da lei riportati, dottore, come si spiega dunque la scomparsa delle forme tecnologicamente evolute nell’Universo?»

«Ho ragione di pensare, generale, che raggiunta una certa soglia critica di evoluzione tecnologica le popolazioni tendano a scoprire e quindi a utilizzare l’energia atomica come mezzo di distruzione invece che come risorsa. Ma come ho io stesso assistito nel caso di K-Sigma-76, se più nuclei di individui dispongono di questa arma e ne fanno tutti quanti uso, non è difficile immaginare come in poco tempo l’intera popolazione tenda verso l’annientamento. Inoltre, in base alle tracce di materiale radioattivo presente su ogni pianeta segnalato come “precedentemente abitato”, ho motivo di credere che quello che è successo a K-Sigma-76 sia un fenomeno che accomuni tutti questi casi, dunque che l’autodistruzione atomica sia la causa che tanto stavamo cercando».

Nei minuti a seguire il generale e gli altri ufficiali continuarono ad avanzare spiegazioni al dottore sui dettagli dell’osservazione, finendo per convincersi tutti che la teoria proposta sembrava proprio quella giusta. Mentre il dottor Kruzkl stava per uscire dalla sala, si rivolse un’ultima volta verso il consiglio, con un’espressione in volto insolita per uno scienziato abituato a osservare quotidianamente evoluzioni e distruzioni di habitat, come se per la prima volta qualcosa l’avesse toccato più profondamente:

«Se non vi dispiace, generale, quando metteremo agli atti questa scoperta, anziché usare il nome in codice da noi stabilito per indicare il pianeta, potremmo utilizzare il nome che gli davano gli abitanti. È un nome che ho scoperto durante le ore di osservazione. Lo chiamavano “Terra”».

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