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Come i figli obesi delle mamme a dieta, un racconto di S. Mattei || Three Faces

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18 Ott Come i figli obesi delle mamme a dieta, un racconto di S. Mattei || Three Faces

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Come i figli obesi delle mamme a dieta

di Selene Mattei

illustrazione di Coito Negato

 

O e M sono stesi su un prato. Al di là dei piedi scalzi, un fitto manto verde si srotola via via più opaco lungo l’orizzonte. I contorni formosi delle colline recintano il paesaggio dove i due sembrano vivere una dimensione tutta loro. Ogni cosa è calma. Il cielo terso delle prime giornate primaverili sembra consistente, uno strato solido e colorato che strizza il sole in una morsa e lo costringe ad abbandonarsi mogio sopra i campi, mentre intorno l’unico rumore che si muove è quello degli uccellini, che giocano a rincorrersi fra un ramo e l’altro senza prendersi mai, nell’imperturbabilità della situazione.

«Ce l’ho, ecco cosa sono due cose opposte» esordisce d’un tratto O.
«La luce e l’ombra, il bene e il male, la Coca Cola con gli zuccheri e la Coca Zero…» risponde M.
«Ma se quando facevi la dieta pure tu la bevevi la Coca Zero!»
«È stato un periodo dove ero nell’ombra, dalla parte sbagliata del dualismo. Ero passato al lato oscuro».
«Sì vabbè, comunque la mia è una storia vera, c’entra anche con la tua fissa per le kcal».
«Ti ho detto che quel brutto periodo è passato, ora sono tornato a essere un grande estimatore degli zuccheri. Cosa sarebbero quindi due cose opposte?»
«Due cose opposte…» O starnutisce, tira fuori un fazzoletto dalla tasca e dopo essersi soffiato il naso riprende di nuovo. «Due cose opposte non sono per forza due cose contrarie».
M rimane in silenzio per un po’. Ha tirato fuori la Settimana Enigmistica dallo zaino e ora è preso da un cruciverba che tiene sollevato in aria. La sua faccia si contrae e una strana ruga verticale si allunga dalle sopracciglia al naso dandogli un’espressione piena di circospezione.
«Appunto,» riprende M «te l’ho detto: come la Coca Cola Zero che spacciano per Coca Cola. Prima orizzontale, si sente con il naso… Cinque lettere».
«Puzza?» chiede O tirando di nuovo fuori il fazzoletto dalla tasca.
«Sì, la tua» risponde M girandosi verso O e, senza aggiungere altro, inizia a scrivere qualcosa sul cruciverba.
«Comunque, stavo dicendo una cosa riguardo al dualismo…» riprende O schioccando le labbra come per voler attirar l’attenzione.
«Sette orizzontale, otto lettere: lo è lo sprovveduto» M lo interrompe di nuovo.
«Coglione?»
«No, quello sei tu».
«Mi fai finire la mia storia o no?» il viso di O si contrae e un tremore lo coglie intorno alle labbra. M sembra notare la sua espressione corrucciata e abbassa lento gli occhi. Ha capito di aver passato quel limite implicito oltre il quale lo scherzo non può più essere tollerato perché degenera in qualcosa di volgare e indisciplinato. Vorrebbe pentirsi, ma non sa bene per cosa, e nel continuare a pensarci il suo viso muta in una smorfia piena di rammarico che però non sembra suscitare alcuna risposta in O. Infastidito dall’idea di non essere stato divertente se non che per sé stesso, M appoggia il cruciverba sulla pancia e, senza essere più in grado di pronunciare altre parole solleva la mano per carezzare i capelli di O.
«Scusa, hai ragione» dice con voce lieve.
«Finalmente. Allora, stavo dicendo…» riprende spostando i capelli indietro, e nel muoversi scosta la mano di M che era rimasta poggiata sulla sua testa «Nei Paesi Bassi, durante la Seconda Guerra Mondiale, i nazisti bloccarono i traffici commerciali. Per un certo periodo non ci fu da mangiare e molte donne incinte finirono per partorire bambini rinsecchiti, mezzi morti e mezzi vi…» O starnutisce di nuovo. Il fazzoletto che ha in tasca è ormai completamente fradicio, uno strato viscido gli gocciola fino al mento.
«Salute. Non hai altri fazzoletti?»
«No».
«Dai usa la mia sciarpa, poi la lavo, tanto è caldo».
M prende la sua sciarpa ma mentre la passa a O la sua espressione non sembra voler sottomettersi ai suoi reali propositi che invece esprimono qualcosa d’altro, in completo disaccordo con quel gesto. O lo capisce e gli strappa la sciarpa dalle mani.
«Grazie» gli risponde mentre si soffia il naso, soddisfatto della sua piccola rivincita.
«Dunque, dove ero rimasto… Ah sì. Stavo dicendo… Dopo un po’ il commercio riprese e gli olandesi tornarono a mangiare tonnellate di patate. La cosa buffa di questa storia è che secondo le stime, ci fu un aumento considerevole dell’obesità nei bambini delle donne rimaste incinte durante la guerra. Per alcuni psicologi cognitivisti, i feti avevano somatizzato la fame patita dalle madri e, da adulti, erano più propensi a mangiare in modo eccessivo. Qualche tempo più tardi l’esperimento venne ripetuto, degli scienziati presero come cavie trenta donne incinte…»
«Trenta e basta?» lo interrompe M guardandolo di sottecchi.
«Forse trecento, oppure tremila. Non lo so, dai, non essere puntiglioso. Di sicuro c’era un tre. Queste donne, comunque, vennero divise in due gruppi. Quelle del primo gruppo potevano mangiare quello che più preferivano, le altre, invece, erano costrette a seguire una dieta ferrea».
«Quindi?» chiede M appoggiando il cruciverba sulla pancia.
«Quindi, dopo qualche anno, si verificò che i figli delle madri a dieta erano inclini a mangiare troppo e a diventare obesi, proprio come era successo durante la guerra».
«Vedi, tutto torna. Dobbiamo lottare per un mondo pieno di zuccheri, abbasso la Coca Zero» conclude M girando il pollice verso terra.
«Sì abbasso la Coca Zero…» risponde O pensieroso. «Ma ci pensi? Questo esperimento è la conferma del fatto che non puoi mai costringerti a essere qualcosa che non sei».
«E questo cosa c’entra con il dualismo?»
«Tutto! Non puoi mai lasciarti un pezzetto indietro facendo finta che non ti appartenga, quello prima o tardi torna a prenderti…»
«Come l’obesità?»
«Come i figli obesi delle mamme a dieta».

Una tiepida frescura serale si sdraia sui corpi di M e O. Il frusciare dell’erba viene a sentirsi sempre più forte fino a coprire le chiacchiere degli uccelli intorno, che nel frattempo hanno smesso di inseguirsi, aspettando il passare della folata per tornare a parlare dei fatti loro.

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