Eraclito, un racconto di B. Bendinelli || Street Stories

Eraclito un racconto di B.Bendinelli illustrazione Brucio

Eraclito

di Benedetta Bendinelli

Illustrazioni di Brucio e Giulia Brachi

 
La mattina del 5 ottobre 1997 Costanza andò al mare.
Camminò molto per arrivarci: la strada era in salita, ma, da lontano, la pendenza appena accennata, faceva sembrare fosse pianeggiante. A volte il caldo la irritava, sentiva la saliva schiumosa che le riempiva la bocca e aveva solo voglia di sputare. Guardava in basso per non incrociare lo sguardo dei turisti che facevano ritorno dalla spiaggia (quel giorno alla tonnara non c’era nessuno, ma Costanza questo non poteva saperlo).

Le persone riunite in gruppi di almeno dieci elementi la mettevano a disagio, passavano vicino a lei emettendo suoni simili a parole, ma che, pronunciati in coro ad alta voce, le sembravano solo richiami di animali in branco: il primo lanciava un segnale e l’ultimo in fondo alla fila rispondeva con un lamento acuto e prolungato.
Per questo motivo manteneva gli occhi sulla strada: non voleva vedere lo stormo, temeva che uno di loro potesse rivolgerle una domanda o un saluto, pronunciando quei suoni incomprensibili che l’avrebbero distratta dal percorso.

Lei, invece, aveva bisogno di camminare lungo una linea retta, senza soste se non quelle che da sola si imponeva. Le curve la disorientavano, non avendo una direzione precisa, un angolo o un’apertura visibile: erano per lei rotte prive di ambizione, e per questo misteriose, ma in modo negativo. Quel giorno di ottobre non dovette preoccuparsi di tutto ciò, dato che non trovò nessuno a disturbare la sua processione lineare, e non fu nemmeno costretta a curvare mutando il corso del suo destino. Dopo circa mezz’ora raggiunse la caletta.

Erano quasi le cinque del pomeriggio. Costanza non lo sapeva perché non aveva l’orologio, ma il sole era già sceso all’altezza delle sue spalle, e perciò, considerando la stagione, la posizione della sua ombra e il fatto che non avesse incontrato nessun branco di gente sul suo cammino, dedusse a grandi linee un probabile orario.

Era ancora molto arrabbiata per il caldo: si irritava molto con le sensazioni e quasi mai con le persone, che selezionava con cura empirica.
Una sensazione di dolore la si può elaborare e perciò perdonare; una persona, al contrario, non può essere né elaborata, né tanto meno perdonata.
Scese velocemente le scalette di pietra rossa rassegnandosi alla bellezza di quel corpo liscio e nudo che le si stese davanti: perdonò la terra, il sole e la fatica delle sue gambe, poi fece pace con il mare.

Costanza confermò a se stessa che quella era l’acqua più limpida che avesse mai visto, pensò che fosse unica non solo perché aveva il colore dell’aria, ma anche perché dentro non c’era nessuno, nessun corpo, nessuna imbarcazione, non un oggetto o una foglia naufraga a galleggiare.
Costanza, tuttavia, pensò che la bellezza non esiste se non vi è un pubblico di almeno due persone ad ammirarla, come se ad un concorso per belle ragazze vi fosse solamente un giurato. Così scattò una foto: questo la faceva sentire testimone di qualcosa di importante.

Dopo numerose considerazioni e negazioni di presunte certezze si sedette sulla riva. Si tolse i vestiti fradici, fece per togliersi anche le mutande, ma si era dimenticata di indossare quelle a fiori che le piacevano tanto, e così decise di tenerle mentre entrava in acqua.
Si lavò la faccia sudata, non sentì il sale in bocca quando si bagnò le labbra, e nemmeno più tardi quando bevve consapevolmente un sorso di mare, come se fosse acqua di fonte, lì per dissetarla. Notò che intorno non si muoveva nulla, e subito dopo smise di pensare. Il mare non era più mare, era diventato un corpo orfano di semantica: Costanza ne percepiva l’esistenza e la consistenza, ma senza associarlo a nient’altro. Se potessimo liberare il significato dal vincolo sacro del matrimonio con il significante, forse potremmo riuscire in imprese impossibili, impensabili.

Non trascorse molto tempo tra quell’attimo di pace e quello di un fastidio profondo: all’improvviso sentì il suo corpo che da denso e liquido come l’acqua che la ospitava, era diventato d’un tratto un ammasso di muscoli e nervi in tensione. Guardò di fianco a lei, verso il profilo della gamba destra e notò una piccola medusa blu e marrone, che si stava allontanando facendo profondi respiri come se fosse un polmone. La seguì con lo sguardo, muovendo appena il collo, senza sforzarsi di raggiungerla dove probabilmente la piccola medusa non voleva essere vista.
Intanto la pelle cominciava ad arrossarsi, la sentì bruciare mentre il veleno sottile arrivava fino al braccio destro, poi saliva veloce aggrappandosi ad una spalla, poi dietro il collo, per posarsi finalmente sulla testa e sui capelli.

La medusa era già oltre la boa gialla, a circa venti metri dalla riva: non sapeva che dietro di lei, una donna sola si sarebbe sentita vulnerabile, impaurita e debole. Non sapeva che il mare era così grande, e non sapeva nemmeno di farne parte lei stessa, composta com’era principalmente d’acqua. Non sapeva che cosa significasse la parola conseguenza, eppure lei stessa era il motore che ne avrebbe innescate molte.

La medusa, ignara del suo significato, è capace di proseguire e perseguire la propria essenza con leggerezza poiché libera da ogni peso semantico.
Costanza chiuse gli occhi e si concentrò sulla pelle arrossata, senza toccarla, chiuse gli occhi e pensò al letto del fiume di Eraclito.

La mattina del 5 ottobre 1975 Costanza andò al mare.
Ci vollero circa trenta minuti prima di raggiungere la spiaggia. Quel giorno non aveva la sua bicicletta perché il fratello più grande se l’era giocata in una partita a ramino al bar del paese.
Sapeva di non essere bravo a carte, ma sapeva anche che quel che contava era mettere sul piatto qualcosa di vagamente prezioso, qualcosa che davanti agli occhi degli amici lo avrebbe fatto sembrare un giocatore coraggioso e sicuro di
sé, poiché metteva a rischio la propria dignità insieme a un oggetto di valore. Se avesse perduto, gli amici si sarebbero meravigliati poiché aveva rischiato il tutto per tutto, provando di avere una certa padronanza del gioco.
Avrebbe dimostrato che ciò che lo aveva tradito non erano le sue capacità, ma bensì la fortuna. Michele aveva pensato a tutto e così aveva conquistato il rispetto degli amici: sì, aveva perso, ma adesso tutti lo guardavano con altri occhi.

Costanza tornò a casa e non trovando la sua bicicletta chiese spiegazioni, e suo fratello, dopo aver elencato una serie di inutili dettagli riguardo la partita a ramino e il bar che aveva aperto a pranzo nonostante la bassa stagione, riuscì a confessare e guardò Costanza con aria di sfida, come se si aspettasse di dover fare a pugni con la sorella. Era pronto a difendere la sua colpevolezza.
Costanza fece un sospiro lunghissimo, mentre la gabbia toracica si gonfiava e si allargava in tutto il suo diametro, la testa le si svuotava velocemente, come se dovesse far spazio soltanto all’aria che inalava eliminando tutto ciò che in quel momento era superfluo: il pianto, il buon senso, la delusione, la collera, l’affetto.

Uscì di casa senza chiudere la porta: non era un gesto provocatorio, se avesse voluto andarsene sottolineando la propria irritazione, avrebbe sbattuto forte la porta. Costanza non era spazientita, non sentiva nulla e perciò si dimenticò di chiudere la porta dietro di sé. Cominciò a camminare, prima veloce, poi rallentando la spinta motrice delle braccia e il passo fino a che non raggiunse un ritmo coordinato col suo respiro. L’unica cosa che le dispiaceva era di doverci impiegare più del solito per raggiungere la spiaggia.
Eraclito un racconto di B. Bendinelli illustrazione di G. Brachi

Vendicari non era un posto come tanti, era unico e lo era più per Costanza che per tutti i turisti che venivano a spiarne la bellezza: per loro rimaneva un ricordo, una fotografia, qualcosa che piano piano si sarebbe sciolto come ghiaccio, lasciando dapprima una sensazione, e poi dopo il nulla definitivo. Per chi abitava vicino alla riserva, Vendicari era davvero unico proprio perché lo era sempre, non lo vedevano cambiare, o invecchiare, e nemmeno sciogliersi come ghiaccio. Costanza lo sapeva, anche se era una bambina, che quel posto era unico perché lo sarebbe stato per sempre. Vendicari era come una promessa rispettata.

Dopo una marcia serrata e solitaria lunga trenta minuti, Costanza arrivò alla tonnara, si tolse i vestiti tenendosi solo le mutande a fiori che detestava (le detestava è vero ma erano le sue preferite quando doveva andare al mare, in acqua i fiori rosa diventavano più scuri, alcuni quasi neri e questo le piaceva molto). Si sedette sulla riva, l’acqua non era fredda nonostante fosse autunno, ma sapeva che tuffarsi le avrebbe fatto male allo stomaco, ormai conosceva bene il suo corpo. Piegò le ginocchia simultaneamente e cercò la sabbia con le mani.

All’improvviso le venne in mente la bicicletta e il fratello che le aveva dato un pugno con lo sguardo, sentì le mani chiudersi ancora prima di volerlo, poi sentì la rabbia pungerle una gamba e si stupì perché non aveva mai provato una rabbia così fisica.
Guardò la gamba destra e vide una piccola medusa che si allontanava, in silenzio e in pace. La rabbia scomparve, e restò il dolore che le fece stringere i denti e i pugni; la pelle, intanto, si era arrossata, e la medusa già non si vedeva più. Quel piccolo centro caldo di sofferenza si stava allargando verso altre parti del corpo. Costanza non voleva muoversi per non perdere quella sensazione. Si concentrò di nuovo sulla bici, su Michele e i suoi stupidi amici che adesso avevano qualcosa di suo: chiuse gli occhi per tenere stretta la rabbia di una perdita e la conquista di
un’afflizione, come se queste emozioni fossero un filtro magico di energie che la portavano verso un mondo lontano, verso il futuro.

Chiuse gli occhi e vide se stessa seduta sulla riva del suo mare: era adulta e aveva i capelli lunghi, era bella e aveva ancora i fiori scuri che la coprivano appena.
Riaprì gli occhi e sperò che il dolore fosse ancora con lei, ma se ne era andato, doveva essere rimasta a lungo a guardarsi nel futuro perché adesso il veleno si era sciolto nel suo organismo lasciando solo le tracce rosse sulla pelle. Ne rimase delusa e sperò che un giorno, sulla riva del suo mare, quel piccolo centro caldo di sofferenza sarebbe tornato a cercarla.
 

Eraclito, un racconto di B. Bendinelli || Street Stories

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