El Loco Houseman di G. Mignini || Hobby e Sport || THREEvial Pursuit

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10 Ott El Loco Houseman di G. Mignini || Hobby e Sport || THREEvial Pursuit

 

El Loco Houseman

di Giulio Mignini

houseman testa
In una delle sue ultime interviste si scorge un volto solcato da quelle che sembrano faglie, più che rughe, e se concordiamo con Anna Magnani che rivolta ad un fotografo lo apostrofò con un “mi raccomando non mi tolga le rughe, ci ho messo 50 anni per averle!”, possiamo allora immaginare come quell’ovale sia un vademecum di nozioni su come si possa vivere a cento all’ora.

Velocità esistenziale smodata per sfuggire a demoni e paure, ma questi sono figli del proprio Io. Come disse qualcuno, “credo che da te non ci scappi neanche se sei Eddy Merckx”.

Scusate, mi son fatto prendere la mano, le sinapsi hanno cominciato a dare input che le mani hanno assecondato senza opporre resistenza. Perché un uomo del genere, almeno a me, non può che stare simpatico, se prendiamo l’etimologia greca della parola. Syn, con | insieme, e Pathos, passione | sentire.

L’uomo dall’ovale frastagliato è stato anche bambino prima, e giovane uomo poi.

Breve excursus biografico. Nato il 19 luglio a La Banda del non troppo vicino 1953. Da lì si trasferì, o meglio fu trasferito, dato che dubito avesse la facoltà di esprimere la sua volontà a due anni di vita, alla Villa de Bajo Belgrano.

Perché non ci siano incomprensioni di sorta chiariamo subito che a quelle latitudini con Villa non si intende una comoda residenza borghese, ma baraccopoli fatiscenti che hanno dato i natali ad innumerevoli maestri dell’arte pedatoria. La Villa de bajo Belgrano è un sobborgo di Buenos Aires.

Qui cominciò a inseguire palloni appena le gambette glielo permisero, credo non fossero palloni regolamentari ma più probabilmente sfere inesatte passate da troppi piedi, urtate da troppi sassi e rotolate su troppe distese di terra per avere rimbalzi controllabili e prevedibili. Tutto ciò aumenta solo il mito, feconda le nostre menti di particolari che rendono la storia più interessante.

Per un attimo torniamo alle “questioni formali”, aveva anche un nome René Orlando Houseman. E come ogni argentino aveva anche un soprannome. Il suo, durante l’infanzia era cerdo, maiale. Pare si lavasse poco.

Quando però cominciò a giocare con quelle sfere inesatte, tutti si resero rapidamente conto che il ragazzino non era proprio comune. Allora divenne gambeta, anche se quello che lo ha sempre accompagnato è stato loco. Una traduzione approssimativa risulterebbe “pazzo”, ma con loco si intende di più “folle”. Menzione di merito per un calciatore.

La follia da quelle parti, soprattutto ne la cancha, è coccolata, caldeggiata, sperata. La loro visione del nostro amato gioco è prettamente fanciullesca, esigono che ci sia almeno un giocoliere in campo, in particolar modo in quegli anni. La vita è troppo magra di delizia, per i più, perché si possa vedere una brutta partita di calcio. Come dar loro torto.

Tornando al nostro René, dopo un campionato in terza division con la squadra della Villa, fu fortemente voluto dal Flaco ( lo smilzo ) Menotti che da un anno guidava l’Huracan. Menotti è stato l’allenatore dell’Argentina Campione del Mondo nel 1978 e vincitore nel ’74 del titolo con l’Huracan El Globo. Quando Menotti lo presentò alla squadra, i suoi futuri compagni fecero il grave errore di fermarsi alle apparenze, apostrofando il loro allenatore con un «Profe, éste tiene la cara de borracho, por favor».

In breve, lo avevano scambiato per un alcolizzato. Poi “scambiato” sottintende un’errore, ma René beveva davvero e tanto. Perché nella Villa si cresce in fretta e qualche stampella per sorreggere l’animo serve sempre.

houseman004-759x500 ridottaAl Globo, la dirigenza gli mise a disposizione un lussuoso appartamento nel centro di Buenos Aires per allontanarlo dalle sue passioni. Resse venti giorni. Poi tornò, semplicemente. Nella sua visione, fece ritorno a casa.

Al bajo de Belgrano aveva i suoi punti di riferimento, le sue abitudini, più banalmente era nella sua dimensione. In questo era un rivoluzionario, perché nel nostro mondo come in quello di 40 anni fa il sogno del povero è scappare dalla povertà.

Da tutto ciò che possa ricordargliela, il quartiere è la prima cosa che cambia. I ricchi, a tutte le latitudini stanno da una parte e i poveri dall’altra. Lui no, anche se con il calcio si arricchì, scelse di rimanere tra la sua gente. Dove era cresciuto, dove conosceva riti e sventure.

E poi ha sempre detto: «Non ho mai messo da parte un peso. Quello che avevo, spendevo: per la mia famiglia, i miei amici o per chi ne avesse bisogno. Quando vedo le persone intorno a me felici, a cosa mi serve del denaro?».

Ubriacone sì, ma dal cuore d’oro.

Di aneddoti che ci inquadrano il personaggio ce ne sono innumerevoli. Il più celebre avvenne il 22 giugno 1975, quando sparì alla vigilia della partita contro il River Plate per ricomparire a poche ore dall’inizio del match. Ricomparve il corpo, ma non la mente: era ubriaco perso. Aveva esagerato nei festeggiamenti per il compleanno del figlio.

Gli furono somministrati svariati litri di caffé e continue docce gelate, ma sembravano non aver sortito l’effetto sperato. Entrò in campo un corpo poco reattivo, ma Menotti preferì lui ubriaco a qualsiasi altro suo giocatore.

Le divinità del calcio, perché il calcio è un culto politeista, gliene resero merito. Si ridestò all’improvviso e forse, sapendo bere alcol come pochi, applicò la stessa perizia nel saltare l’intera difesa dei Milionarios (soprannome del River Plate) e depositare la palla alle spalle del Pato Fillol, portiere della nazionale campione del mondo nel 1978. Poi crollò a terra, visibilmente frastornato. Si fece sostituire e la sua uscita dal campo venne accompagnata dal coro più celebre che i suoi tifosi gli dedicarono:

Y chupe, chupe, chupe… no deje de chuopar… el Loco es lo màs grande del fùtbol nacional
(Che beva, beva, beva… non smetta mai di bere… il Loco è il più grande del calcio nazionale)

Le sparizioni dai ritiri erano cosa comune, non li sopportava. Credo non comprendesse il bisogno di prepararsi alla partita; nella sua visione tremendamente argentina, e quindi profondamente pura, si trattava di un gioco e tale per lui restava. Professionismo? Cosa?

Una volta Menotti non trovandolo andò a cercarlo dalle sue parti, nel barrio, e lo trovò impegnato in una partita di strada, in quelle partite dove ci sono i soldi in palio. Quando arrivò però il loco sedeva in panchina e quando lo interpellò chiedendo «René, cosa ci fai qui?», i due non si capirono. Perché se da una parte Menotti era preoccupato che si potesse far male in vista di partite del campionato, René la prese come una reprimenda sul fatto che sedesse in panchina e non stesse giocando. Rispose infatti: «Cosa ci faccio qui? Dia un’occhiata al titolare, è un fenomeno».

Uno scontro culturale: per lui era inconcepibile abbandonare la Villa e quella ritualità che attorno ad essa ruotava, comprese le partite nella terra battuta.

Sempre Menotti ci racconta che «un giorno, sul campo del Velez, Houseman fece un tunnel proprio davanti alla mia panchina, e io gli dissi ‘guarda che qui stiamo giocando seriamente’. Lui mi rispose che no, che sul serio giocava lui nella sua Villa, dove vincere significava guadagnare 10 pesos per poter mangiare e perdere dover tornare a casa senza vestiti».

Certo questa vita sregolata non aiutò il protrarsi della sua carriera, girovagò in altre squadre argentine, giocò in Cile al Colo Colo, in Sudafrica.

Si ritirò a 31 anni, ma era l’ombra di quel 7 sublime dei primi anni di carriera già da parecchio. Fece in tempo a vincere un Mondiale, fece parte della selezione del 1978. Il mondiale organizzato dalla giunta argentina di Videla con il beneplacito della FIFA.

Dopo il ritiro dal calcio giocato sparì anche dalla circolazione, ed è stato ritrovato qualche anno fa che chiedeva l’elemosina per strada.

Essersi donato e aver allietato le domeniche di milioni di argentini lo avevano comunque lasciato solo con i suoi demoni, perché in un campo da calcio per superare il tuo avversario devi essere un po’ ladruncolo e un po’ illusionista, devi saper padroneggiare l’arte dell’inganno. In questo, maestro di primissimo ordine.

Ma nella vita, quella vera, non puoi ingannare, tantomeno te stesso e loro, i demoni sono lì che aspettano. Più cadi in basso e più sarai una preda facile da divorare.

Dopo il ritrovamento, l’Huracan lo ha ingaggiato all’interno della società, credo soprattutto per riconoscenza, cosa non da poco. E lui, riconoscente della riconoscenza, ha affermato: «Se spreco anche questa chance, sono proprio un coglione».

Il 22 marzo di quest’anno le divinità pallonare lo hanno chiamato con loro nel Pantheon degli Illustri.

Voglio per un attimo immaginare che sia sparito un’altra volta, facendo perdere le sue tracce come faceva con i terzini avversari. Un po’ come “Jones il suonatore che fu sorpreso dai suoi novant’anni”, nello specifico 65.

Ma credo faccia poca differenza “lui che offrì la faccia al vento, la gola al vino e mai un pensiero non al denaro, non all’amore né al cielo.
Lui sì, sembra di sentirlo cianciare ancora delle porcate mangiate in strada nelle ore sbagliate. Sembra di sentirlo ancora dire al mercante di liquore: “Tu che lo vendi, cosa ti compri di migliore?’”

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