Cazzotti cibernetici di S. Piccinni || Varie ed eventuali || THREEvial Pursuit

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14 Feb Cazzotti cibernetici di S. Piccinni || Varie ed eventuali || THREEvial Pursuit

 

 

CAZZOTTI CIBERNETICI

Presa di coscienza e mea culpa

di Simone Piccinni

 

Fonte immagine: blogsicilia.it

Fonte immagine: blogsicilia.it

 

È successa una cosa strana sulla pagina Facebook Three Faces: siamo diventati virali.
“Bene”, direte voi. “Mah”, rispondiamo noi. “Perché?”, incalzerete (sempre che ve ne freghi qualcosa).
Con queste riflessioni io, fondatore e presidente dell’associazione, vi spiego i motivi per i quali non siamo così contenti di tutto ciò.

Anni di attività social in cui ti sei sbattuto per trasmettere i tuoi valori, il frutto del tuo lavoro e della tua passione. Anni in cui ogni giorno pubblichi contenuti interessanti. Anni di vita passati a sparare il tuo seme nel web attraverso un medium, indispensabile ai giorni nostri, come Facebook. Hai sputato l’anima, ma ci sei e ci stai.

Gli anni continuano a scorrere ma tu, nel frattempo, hai ottenuto almeno in parte ciò che volevi: hai un tuo pubblico, della gente che ti segue, che apprezza il tuo lavoro e la tua visione. Per quanto ti riguarda sei anche contento che quello che scrivi, quello in cui credi, non venga letto solo da tua madre e dagli amici che hai costretto a mettere il like alla pagina. Hai l’impressione che il lavoro che stai portando aventi non sia gettato al vento. Non ci tiri fuori un euro ok, ma vabbé, ci sei abituato. I tuoi post vengono visualizzati quel tanto che basta a sentirsi più o meno gratificati: 1000 o 2000 persone vedono quotidianamente cosa pubblichi, non male.

Poi, d’improvviso, ecco uscire dal mazzo il jolly: la viralità!

Hai svoltato! Hai trovato la vena aurea dei tempi social (aurea davvero, se si pensa che Neymar prende circa 450.000 $ – QUATTROCENTOCINQUANTAMILA CAZZO DI DOLLARI – per ogni minchiata che pubblica sui social, tra sponsor e ammennicoli vari…)! Hai finalmente accesso alle bacheche di centinaia di migliaia di sconosciuti. Dai, cazzo!

Ma. C’è un “ma”.

Ti fermi a riflettere un attimo su ciò che è appena accaduto e tutto si ridimensiona. Analizzi cosa ti ha dato questa visibilità. E la gioia per il nuovo e quasi mistico evento si trasforma in un nanosecondo in un ciclopico giramento di coglioni.

Sono anni che predichi la passione per la lettura perché credi che ciò sviluppi nell’individuo una serie di conseguenze estremamente positive: una capacità di analisi del mondo circostante maggiore; una migliore empatia con gli altri dovuta alla capacità di immedesimazione; un’apertura mentale accresciuta; una capacità di argomentazione o di articolazione di un pensiero complesso.

Anni di ferma convinzione del fatto che attraverso la condivisione di articoli, contenuti e stimoli avresti generato una risposta positiva in termini di interesse e di coinvolgimento. Anni andati a baldracche con un post. Uno solo.

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Nulla di male: un tizio ha scritto ciò che pensa in un gruppo e un altro ne ha fatto uno screenshot, pubblicandolo in un altro gruppo del quale fai parte. Tu la reputi una boiata e decidi di rendere pubblica la cosa – censurandone ovviamente il nome – per innescare un dibattito o, al limite, farcisi semplicemente una risata. Un post riempitivo, una cazzata alla quale dai pochissima importanza.

Poi, pian piano, ecco che sempre più persone ne vengono attratte attraverso quel subdolo meccanismo dell’“a Tizio piace X”, “Tizia ha condiviso Y”. Il post attrae. I like aumentano. Le condivisioni pure. Ad un certo punto vieni letteralmente sommerso di notifiche, sempre provenienti da quel post. Immancabili, arrivano pure i commenti. Ed è lì che inizia a suonarti in testa qualcosa, prende corpo un antipaticissimo deja-vu. Un tizio la prende sul ridere e ci fa una battuta. Ok, bene. Ne arriva un altro e carica con un “per gente come te ci vorrebbe la forca”. Mmm, meno bene. Poi un altro: “andiamo a pestarlo!”. Boia, addirittura? “È un fake, fate click-baiting!”, fa eco un altro utente. “Vogliamo il nome di questo coglione!”, prosegue un altro. E di colpo ti vengono in mente tutte le stringhe di commenti delle pagine dei quotidiani “maggiori”, quelle popolate dalla cosiddetta ggente. Sfilze di commenti infiniti, costituiti per l’80% di piccole scaramucce, di guerre di posizione ideologica senza scambio alcuno ma ricchi di insulti e violenza verbale. Un ecosistema che tutti, almeno una volta, abbiamo contribuito ad arricchire di incomunicabilità (siate onesti: chi di voi non ha litigato su Facebook riguardo qualcosa, con qualche sconosciuto? Senza peraltro arrivare mai ad un punto di accordo…).

Un ecosistema che genera, nelle sue sfumature più estreme, dei veri mostri: si pensi al recentissimo caso del post sul ragazzo nero, accusato di viaggiare senza biglietto e con un cellulare costosissimo, esposto alla gogna web da un indignato X. ‘Sticazzi se poi è scesa in campo addirittura Trenitalia per affermare che il ragazzo, in realtà, il biglietto ce l’aveva: in qualche giorno la “notizia” ha comunque fatto il giro d’Italia, non solo macchiando la reputazione del malcapitato, ma anche buttando benzina sul fuoco dell’odio razziale dilagante, con utenti che paragonano questa persona, vittima di una diffamazione, con i killer di Pamela Mastropietro. E questo solo per la comunanza del colore di pelle. Che dibattito è nato da tutto ciò? Nessuno, solo uno starnazzare da pollaio tra opinioni opposte ed estreme, con l’unico beneficio di questa faccenda tratto da chi sull’odio costruisce carriere e crea correnti politiche. Citando Geert Lovink (sociologo olandese autore di Ossessioni collettive – Critica dei Social Media), il web 2.0 non è stato fatto per facilitare il dibattito: “Se il web privilegia il tempo reale, c’è meno spazio per la riflessione e più tecnologia tesa a facilitare le chiacchiere impulsive”. Se a questo aggiungi ciò che sostiene Andrew Keen nel suo The cult of the amateur in cui definisce il contesto socio-comunicativo odierno come frutto di un sempre più forte Darwinismo digitale, nel quale solo le voci più possenti e forti (non autorevoli, badate bene) vengono ascoltate, il problema appare grossotto.
Penso all’ascesa di Salvini, culminata in questi giorni con la trovata della sua pagina Facebook e il nuovo sistema da tele-quiz a punti/like…. Dio santo, serve altro a spaventarvi?

Ad ogni modo il web è sicuramente una risorsa infinita, senza dubbio. Ma a fianco delle facilitazioni, comodità e utilità, porta con sé anche due fardelli pesantissimi: il condizionamento e l’effetto-branco. Beninteso, non è una prerogativa esclusiva del web: ci si influenza a vicenda e ci si unisce ai nostri simili dall’alba dei tempi. Ma questa rete globale amplifica a dismisura la portata di questo condizionamento, rendendolo un effetto di massa. E se aggiungi i suddetti soggetti ad influenzare le opinioni… siamo nella merda.

Fin qui nulla di nuovo, è un sistema già in atto da un po’. Ma quindi, vi domanderete, dove stai andando a parare? Che c’azzecca la digressione sociologico-salviniana con il post virale dal quale sei partito?

C’entra, purtroppo. Perché quando ti rendi conto che in realtà la popolazione dei “lettori”, quella stessa popolazione che vorresti aumentare di numero con i tuoi progetti, quella su cui basi le speranze di una rinascita, si rivela comunque composta da persone che amano l’insulto, la violenza verbale, il pubblico ludibrio, esattamente come la massa che vorresti nel tuo piccolo educare, beh, il contraccolpo è pesante. Vuol dire che siamo fondamentalmente tutti corrotti dal nostro tempo e dalla tecnologia che noi stessi abbiamo creato. Le convinzioni vacillano, almeno momentaneamente.

Ad ogni modo, abbiamo la testa abbastanza dura da non mollare. Prendiamo atto che sui social questo è l’andazzo e torniamo a concentrarci sulla vita reale, che d’altra parte è sempre stato il principale focus nostro e di StreetBook Magazine.

Concludiamo chiedendo scusa a tutti: non era nostra intenzione alimentare il mostro. Non abbiamo messo questo post per ottenere like facili. Non lo abbiamo creato per dare il via ad un linciaggio pubblico. È successo. È successo per una nostra leggerezza che ci ha fatto sottovalutare l’entità del fenomeno. Ve ne chiediamo scusa e, soprattutto, la chiediamo a noi stessi.

Se siete interessati ad approfondire la tematica dei disagi da social e, più in generale da Internet, eccovi un paio di suggerimenti di lettura:

– A. Keen, The Cult of the Amateur: how today’s Internet is killing our culture
– G. Lovink, Ossessioni collettive – Network without a cause
– N. Carr, Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello
– A. Braner, Alone: finding connections in a lonely World
– J. Dean, J. W. Anderson, G. Lovink, Reformatting Politics: Information Society and Global Civil Society

 

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