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Cattivi pensieri, un racconto di F. Bordonali || Three Faces

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15 Apr Cattivi pensieri, un racconto di F. Bordonali || Three Faces

 
 

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Un racconto di Francesca Bordonali

Illustrazione di Brucio & Federico Bria

 

Sento la sveglia suonare le 9:00, scendo dal letto appoggiando prima il piede destro e poi il sinistro. Bevo il caffè con un cucchiaino e mezzo di zucchero e mi vesto: pantaloni grigi, camicia bianca e cravatta. Cravatta a righe spesse, blu, inclinate di quarantacinque gradi. Esco a piedi e mi avvio verso il porticciolo del paese. Una svolta a destra, due svolte a sinistra, un sentiero per il parco, un attraversamento pedonale. Duemilaquattrocentosessantadue passi e tocco le piastrelle rosa antico del lungomare con il piede destro, facendo attenzione a non calpestare le sottili linee scure, che separano una mattonella dall’altra. Mare calmo e ordinato, mare che non giudica.
Aspetto la mia ragazza che esce da lavoro, voglio farle una sorpresa. Riccioli neri attraverso il vetro appannato del bar, fumo bianco e leggero dietro il bancone, uomini grigi che la guardano e ordinano un caffè. Fuori freddo, nuvole, ghiaccio che si scioglie nelle pozzanghere. Mi piacerebbe entrare, guardarla negli occhi e dirle un caffè, amore mio, ma lei non vuole che si sappia. Allora aspetto e guardo. Guardo e aspetto.

«Andrea, come è andata oggi?»
«Molto bene, non è successo nulla di diverso rispetto a ieri.»
Regolarità: mi calma, mi tranquillizza.
«Hai visto di nuovo la tua ragazza? Perché non mi parli un po’ di lei?»
Guance rosse, battito veloce, vampata di caldo.
«Oggi aveva i capelli raccolti, una gonna verde, una camicia bianca, una collana di perle e due orecchini d’argento.»
«E cosa avete fatto assieme?»
«Ho aspettato che uscisse da lavoro, l’ho accompagnata fin sotto il portone del palazzo in cui vive e poi sono tornato a casa.»
Sudore, freddo, brivido.
«Uscite assieme qualche volta, chessò, a cena o al cinema?»
Triste, rassegnato, arrabbiato.
«No, lei non vuole.»
«Capisco.»

Sento la sveglia suonare le 9:00, scendo dal letto appoggiando prima il piede destro e poi il sinistro. Caffè scuro e mi vesto come ogni giovedì: pantaloni blu, camicia bianca e cravatta azzurra tinta unita. I miei passi si susseguono decisi attraversando marciapiedi e strade note, in una sequenza precisa e accurata. Sole, onde dolci, bambini che giocano. Sono di nuovo sul lungo mare ad aspettare la mia Martina.
Porta, si apre con un ding, ciao a domani e compare. Si aggiusta la sciarpa rossa con le frange, si guarda attorno. Il suo sguardo si poggia appena sui miei occhi, prima di volgersi bruscamente alla strada. Svolta l’angolo, svolto anche io, camminiamo assieme. Passo destro, passo destro, passo sinistro, passo sinistro. Siamo sincronizzati, uniti, in armonia, come due ballerini.
Ciao Martina, ciao Andrea. E sono di nuovo a casa. Lame rosse attraverso la tapparella, divano, cuscini. Distendo le gambe, mi rilasso e arrivano i sogni, sogni turbati, incubi. Cattivi pensieri. L’ombra di un uomo che soffoca Martina con un cuscino, che pugnala Martina con un coltello da cucina, qualcuno che sbatte la testa di Martina contro il muro, un uomo che prende a pugni il viso di Martina. Qualcuno che uccide Martina, che uccide Martina, che uccide Martina. Sangue che scorre, lividi che si gonfiano, basta. Televisione, mi sveglio, sudore freddo addosso, i cattivi pensieri svaniti.

«Andrea, per persone come te è normale avere incubi di questo genere.»
La testa fa male, pulsa, la mente si annebbia.
«Voglio che se ne vadano.»
«Sei così preoccupato che accada qualcosa di brutto alla tua ragazza da non riuscire a pensare ad altro. Le preoccupazioni si trasformano così in sogni, o anche in immagini, che la tua mente proietta a occhi aperti. Ti è mai capitato di vedere immagini simili da sveglio?»
Battito di ciglia: gola di Martina tagliata. Riapro. Battito: un uomo che colpisce Martina.
«No, non mi è mai capitato.»
«Non ti spaventare se dovesse succedere. Quello che devi fare è affrontare l’argomento con la tua ragazza. Falle capire quanto tieni a lei, ragiona con lei e cerca di realizzare che il pericolo di cui hai più paura non esiste. A quel punto i cattivi pensieri si scioglieranno come neve al sole.»
Dolore nel petto, non posso dirglielo.
«Ci proverò dottore.»

Sento la sveglia suonare le 9:00, scendo dal letto appoggiando prima il piede destro e poi il sinistro.
Le mani mi tremano, non riesco ad annodare la cravatta blu; prendo quella a righe, mi tranquillizza, esco e cammino. Mare, vento, nuvole che si muovono veloci. Mi rinfresca le idee stare qui. Non guardo verso il bar, osservo le onde, divento schiuma del mare, mi faccio trascinare. Non guardo Martina, ma le immagini ci sono lo stesso: sangue che esce dalla sua gola, mani rosse sporche di sangue, un uomo sconosciuto che la prende e la colpisce. Lasciali fluire, non ballare con loro, guardali passare. Fisso il mare. Vedo un uomo infilare un punteruolo nella pancia di Martina. Vedo un uomo lanciare Martina per terra e colpirla con un bastone. Vedo un uomo prendere Martina a calci. Sto per svenire, mi giro, panchina, mi appoggio, respiro, alzo lo sguardo. Il mare alle spalle mormora; davanti, il bar. Qualcosa nella mia testa fallisce, si ferma, si inceppa.
Niente riccioli neri dietro il bancone, niente caviglie sottili tra i tavoli, niente occhi di bosco ad accogliere i clienti. Martina non c’è.
Gli ingranaggi del mio cervello si scrollano la ruggine di dosso e riprendono a girare. I ricordi della sera precedente si affollano nella mia testa, uno sopra l’altro cercano di rivendicare la loro importanza.
Casa di Martina, odore di fiori nell’atrio, il terrore nei suoi occhi. Quando sono andato da lei per parlarle non sembrava contenta. Eppure, ho fatto tutto quello che mi ha detto il dottore. Chi sei? Vattene! Chiamo la polizia! Urlava sempre più forte, come se non mi conoscesse. Le immagini erano sempre nella mia testa, ma io non potevo lasciare che accadesse. Non potevo permettere che qualcuno le facesse del male.
Finalmente so perché oggi Martina non è andata a lavoro. Ora il bancone mezzo vuoto del bar mi infonde sicurezza. Il vapore delle macchine del caffè dissolve i cattivi pensieri nella testa.
Finalmente lo so: Martina è al sicuro e io sono libero.
Nessuno la troverà mai. Una piccola pioggia calda e rossa che ha bagnato il mio visto, un soprammobile incrinato, i segni lasciati dalle unghie che sfregano disperate dall’interno della cassa.
Nient’altro rimane di lei. I cattivi pensieri che mi affollavano la mente sono spariti.

 

Cattivi pensieri è un racconto di Francesca Bordonali tratto da StreetBook Magazine #3

Clicca qui per sfogliarlo online!

 

 

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