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Carlos Caszely di Cartavelina || Hobby e Sport || THREEvial Pursuit

Carlos Caszely EVIDENZA

20 Mar Carlos Caszely di Cartavelina || Hobby e Sport || THREEvial Pursuit

 

Carlos Caszely

Chi ha fatto il turno di notte
di Cartavelina

Carlos Caszely TESTA

Se si guarda la cartina dell’America del Sud, si nota un paese stretto e lungo. Pare che quando è stato deciso come dividere quel continente ci si fosse accorti all’ultimo di un lembo di terra non assegnato e si sia deciso di dargli un nome, Cile. Schiacciato verso l’Oceano Pacifico da un colosso, l’Argentina.

L’11 settembre del 1973 un colpo di stato militare, appoggiato e finanziato dagli Stati Uniti d’America, pose fine all’esperienza socialista, da non confondere con il PSI nostrano, del Presidente Salvador Allende e della coalizione che lo appoggiava, la Unidad Popular. Restano celebri le ultime parole che pronunciò a Radio Magallanes:

«Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori! Queste sono le mie ultime parole e ho la certezza che il mio sacrificio non sarà vano. Ho la certezza che, per lo meno, ci sarà una lezione morale che castigherà la vigliaccheria, la codardia e il tradimento».

Salvador Allende arrestato a La Moneda dopo il colpo di stato del 1971.

Salvador Allende poco prima di morire a La Moneda dopo il colpo di stato del 1971.

I cileni per più di un decennio conobbero le nefandezze di Augusto José Ramòn Pinochet Ugarte: carri armati e parate militari erano una costante. Si spariva in quegli anni in Cile, bastava poco. Frequentare l’associazione giovanile sbagliata o una frase detta al momento sbagliato nel posto sbagliato bastavano e avanzavano per venir prelevati di notte dalla DINA, la temuta polizia segreta.

Dopo poco, rispetto al vigliacco colpo di stato, si doveva giocare il ritorno dello spareggio valevole per un posto ai Mondiali di Germania ’74, tra Unione Sovietica e Cile. L’andata, nella terra del socialismo reale, era finita a reti inviolate. Il ritorno si sarebbe dovuto giocare allo Stadio Nacional, che era stato trasformato dai generali golpisti in centro di detenzione e tortura dei dissidenti politici, che venne ripulito in fretta e furia per tornare luogo ludico. L’Unione Sovietica si rifiutò di andare nel paese andino a giocare la partita e venne data la vittoria a tavolino alla Roja, nome della nazionale cilena. Pinochet dette ordine che un gol comunque venisse segnato.

La nazionale cilena scese in campo, si schierò a centrocampo. E partì l’azione più farsesca della storia, quattro calciatori si passarono il pallone fino ad arrivare davanti alla porta avversaria, ovviamente sguarnita. A quel punto il capitano, Francisco Valdes, colpì il pallone e la tragica rappresentazione del reale si compì. Tra i quattro calciatori che portarono il pallone verso la rete c’era Carlos Caszely, El rey del metro cuadrado, prolifico attaccante del Colo Colo, squadra della capitale cilena. Di dichiarate idee socialiste, amico di Salvador Allende. Aveva detto a se stesso che quando gli sarebbe capitata la palla tra i piedi l’avrebbe calciata via, via da tutto quello schifo, via da quella terra martoriata, via dalla disperazione che affliggeva il suo paese, avrebbe tenuto la schiena dritta e non si sarebbe prestato a legittimare la dittatura con quel gol. Non ne ebbe il coraggio. A quel punto si sentì terribilmente solo.

La farsa del Novembre 1973: Chile-Urss, Stadio Naçional, Santiago del Chile.

La farsa del Novembre 1973: Chile-Urss, Stadio Naçional, Santiago del Chile.

Al Mondiale il Cile grazie al gol farsa andò e finì nel girone con le due Germanie e l’Australia. Alla prima partita Caszely fu espulso, primo nella storia della competizione, e i maligni in patria dissero che lo fece per non dover incontrare nella seconda partita i suoi fratelli della Germania Est. Da qui partì il suo ostracismo dalla Nazionale, si fermò a giocare in Spagna e continuò a gonfiare reti di porta e a sognare un Cile libero. Continuava a pensare a quel giorno di novembre del 1973 quando aveva preso parte alla vergogna di Santiago, quando aveva piegato la schiena, quando aveva mortificato la sua amicizia con Salvador Allende e se ne vergognò.

Nel 1978 torna in patria per stare vicino alla madre che era passata dai centri di tortura del regime, ed è di nuovo pronta per lui la maglia del Colo Colo, con la quale è per tre anni di fila capocannoniere. Ritorna a furor di popolo in nazionale e riporta i suoi a un Mondiale, stavolta edizione 1982. Il mondiale che vide trionfare gli azzurri di Bearzot.

Nell’85 lascia il calcio giocato e a un incontro a La Moneda al cospetto di Pinochet si presenta con una sgargiante cravatta rossa. Il dittatore lo interpella con un «Lei porta sempre la cravatta?» ed El rey del metro cuadrado replica: «Sì, non me la tolgo mai. La porto dalla parte del cuore». «Io gliela taglierei» è la risposta di Pinochet mimando le forbici con le dita. Ma questo ancora non bastava per redimersi, si era piegato e questo lo tormentava perché oltretutto “la pelota no se mancha”, come dirà nel suo struggente addio al calcio Diego Armando Maradona. La palla non si macchia di fronte a tutte le storture del mondo, la palla e con essa il gioco non si possono e non si devono macchiare. Il gioco è fanciullesco di natura, è spensierato per antonomasia e lui almeno doveva rimanere lindo. Invece El rey del metro cuadrado in quel 1973 non era riuscito a preservarlo, aveva permesso che la dittatura prendesse anche quello.

Carlos Caszely con la madre per dire NO alla conferma di Augusto Pinochet.

Carlos Caszely con la madre per dire NO alla conferma di Augusto Pinochet.

Però la vita ci pone spesso davanti una seconda occasione e visto che Caszely non aveva mai smesso, per usare un pensiero gramsciano, di essere partigiano (nel senso etimologico del termine), quando nel 1988 su forti pressioni internazionali Pinochet indisse un referendum per chiedere al popolo il mandato per restare ancora al governo, El rey del metro cuadrado si spese in prima persona per la campagna del NO.

A ridosso del voto il popolo cileno vide in televisione una signora rotonda, si legge in sovrimpressione il nome, Olga Garrido. Una delle tante vittime della dittatura, inizia a parlare: «Sono stata sequestrata e picchiata brutalmente, le torture fisiche sono riuscita a cancellarle, quelle morali non posso dimenticarle. Per questo io voterò NO”.

In realtà usa la parola clavada, rispetto alle torture morali.
Clavada vuol dire inchiodata, che rende ancora meglio la sofferenza patita e le sofferenze che quel tipo di umiliazioni hanno lasciato nel suo cuore. L’inquadratura si allarga, abbandona il volto della signora Garrido. Sulla parete si scorge un gagliardetto del Colo Colo, viene inquadrato un uomo sulla quarantina, precisamente 38 anni, con folti baffi. È Carlos Caszely, con voce serena ci dice che anche lui spera in quello in cui spera la signora Garrido. Conclude dicendo che anche lui voterà NO, «porque està linda señora es mi madre».

Pinochet perse quel referendum, anche grazie alla presa di posizione netta del rey del metro cuadrado, e partì la transizione democratica, non pagando mai realmente però per i crimini commessi se non con arresti domiciliari.

Carlos Caszely espulso durante Chile-Germania Ovest al Mondiale '74.

Carlos Caszely espulso durante Chile-Germania Ovest al Mondiale ’74.

La storia più o meno finisce qui, i morti non torneranno in vita, le ferite inferte all’anima delle tante/i Olga Garrido non riusciranno mai a cicatrizzarsi e una generazione di cileni perse la sua giovinezza per mano di generali traditori e rapaci aquile nordamericane.
Però se vi fosse capitato di leggere Izet Sarajlić e in particolar modo “Chi ha fatto il turno di notte per impedire l’arresto del cuore del mondo? Noi, i poeti”, e se a quel punto pensaste alla carezza con cui Roberto Baggio rapì il pallone su un lancio di quaranta metri di Andrea Pirlo forse, ci scorgereste poesia.

Se pensaste per un attimo all’epifania del sublime che si compì quel 22 giugno del 1986 allo Stadio Azteca, quando quel furfante di Maradona vestì prima i panni del ladruncolo, segnando di mano grazie a un intervento divino, come lui tenne a precisare, e poi quelli del Messia Redentore annichilendo sudditi di Sua Maestà come fossero pini secolari, forse, ci scorgereste poesia.

Se teneste per una maglia viola ornata di giglio e provaste a ricordare quando il ragazzo di Reconquista, fattosi uomo in riva all’Arno, illuminò Wembley con un diagonale perfetto, forse, ci scorgereste poesia.
Se vedendo Il mio amico Eric aveste concordato con Cantona quando esclama che il momento più bello della sua carriera è stato un passaggio, sapreste scorgere la poesia.
E allora questo cambia tutto, perché se un uomo su un rettangolo verde può esprimere poesia allora può anche fare il turno di notte per impedire l’arresto del cuore del mondo.

“Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che ‘vivere vuol dire essere partigiani’. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città.
Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.”

Antonio Gramsci.

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