Buen viaje, bonne courage Pt. 2 di A. Maglione || Viaggio || THREEvial Pursuit

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21 Dic Buen viaje, bonne courage Pt. 2 di A. Maglione || Viaggio || THREEvial Pursuit

 

Buen viaje, bonne courage Pt. 2

di Alessia Maglione

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Lavorare nei festival è dunque stressante, devi avere degli orari fissi in una realtà dove normalmente le persone vanno proprio per non avere orari, liberarsi momentaneamente da quelle catene e uscire dalla grotta della quotidianità.

Però ve lo assicuro: vendemmiare in Francia è stato di gran lunga peggio.

Se non vi siete mai spostati per fare un lavoro del genere, vi spiego brevemente come funziona se decidi di partire senza un minimo di organizzazione. Partiamo dal presupposto che, anche qui, se hai un camper hai svoltato, ma stavolta seriamente, perché finché vivi nell’ambiente di un festival hai il culo parato: hai le docce, i bagni, stand che vendono cibo, la cucina dello staff sempre aperta, gente sempre attorno e se sei una persona che apprezza il campeggio riesci a vivere in una situazione agevole. Ecco, nel momento in cui decidi di andare a vendemmiare e non hai un mezzo che ti possa garantire tali comfort, ti assicuro che sei nella merda.

Pensate che soprattutto verso sud (quindi più vicino a noi, ovvero lungo la Costa Azzurra e nella zona di Marsiglia) i patron sono abituatissimi all’arrivo di persone che richiedono di lavorare nei loro cheateau o domaine, e che chi si presenta alla loro porta sono solitamente lavoratori stranieri, italiani e spagnoli per lo più, oppure francesi che si spostano continuamente per lavorare. Di base quindi succede questo: il patron ti dice che puoi lavorare, che ti puoi accampare nelle sue terre, ma che non ti fornirà né luce né acqua. E lì sono cazzi: lì ti devi sapere arrangiare davvero. Perché quando torni all’accampamento con mezzo dito tagliato per colpa delle tronchese, le mani, le braccia e le gambe graffiate, piene di terra e zucchero d’uva, dopo una giornata intera sotto il sole a tagliare grappoli e non hai nemmeno una doccia calda per lavarti, lo sconforto ti assale.

Isola di KRK, Croazia.

Isola di KRK, Croazia.

Non è vero. Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: ”Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in Primavera quel che si era visto in Estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre.
(Josè Saramago)

E allora, vi chiederete voi, perché hai deciso di partire se le difficoltà erano così tante?
A questa domanda vi posso rispondere solamente in questo modo: lo rifarei mille volte e tante altre ancora, perché niente è più soddisfacente di poter tornare a casa e raccontare tutto questo a cuor leggero.

Perché le persone con cui ho affrontato questo percorso, quelle che adesso posso definire, senza ombra di dubbio, come la famiglia che mi sono scelta, che ho conosciuto in questi mesi girando tra la Slovenia, la Croazia, l’Italia e la Francia, giuro che non le dimenticherò mai. Persone folli, originali, eccentriche, sconosciuti con la voglia di viaggiare, conoscere, esplorare. Nomadi su case mobili costruite da loro, esploratori del mondo senza fissa dimora.

Ed è vero che l’universo a volte ci ha remato contro, ma molto spesso ci ha aiutato lungo la strada. Come quando abbiamo trovato lavoro a Gervans e i patron ci hanno permesso di campeggiare nel loro giardino di casa, permettendoci di usare la dependance adibita ai dipendenti dotata di doccia calda, bagno, cucina e corrente elettrica. O come quando abbiamo condiviso il nostro viaggio con J, che con il suo furgone ci ha accompagnato ovunque donandoci ombra, acqua e cibo quando iniziavano a scarseggiare, che ci ha aperto le porte di casa sua a Valence, che ci ha portato ad un rave sulle alpi francesi e che, quando cerca di parlare italiano, ha la stessa voce di Stitch della Disney. E quindi, chi devo ringraziare per tutta questa esperienza? Nella mia mente girano tanti nomi, volti, storie e persone, ma la prima che merita di essere citata è R, che con il suo carisma e la sua energia mi ha aiutato ad uscire dalla mia caverna, R che odio e che amo come un fratello e con cui mi sono scontrata più volte per motivi futili, R che in Italia non ci è voluto tornare, che dopo il lavoro in Francia è montato su un autobus che lo ha condotto in Germania dove, spero, abbia trovato quello che cercava: la felicità. E poi c’è M, con cui continuo a condividere leggerezza e paure, la mia compagna di follie, quell’inguaribile romantica che a breve rivedrò a Napoli e non so se ne uscirò viva. Quante storie formidabili e folli si può avere il piacere di scoprire? C’è la storia di T che vive in una baracca sistemata da lui che si trova dentro la rimessa di un gommista ed ha un cane corso buono come il pane, che si è innamorato di S nelle vigne, un amore così bello e puro che la distanza spero non possa mai intaccare; H, un messicano matto come un cavallo che chissà se sarà ancora in California a tagliare le cime nei campi di marijuana, D che vorrebbe ritornare in Australia; TP a cui piacciono le rivisitazioni medievali, i gemelli che tagliano i grappoli d’uva veloci come il vento. M che si è fatta accompagnare lungo una strada dove avrebbe poi fatto l’autostop diretta in Spagna; T che dice che nella vita fa tante cose a cazzo di cane, ma che fare musica con la sua chitarra gli riesce veramente bene; il nostro vicino di accampamento di cui non ho mai capito il nome, la cui casa era il suo camper e che parlava in un francese incomprensibile, ma bastava fargli capire che avevamo finito il gas perché ci versasse una tazza di caffè prima di andare a lavorare.

Img pt2 2 ridottaQuesto viaggio lo rifarei ancora; è stato il primo, ma di sicuro non sarà l’ultimo. Perché campeggiare sul mare dell’isola di KRK è stato una bomba, come lo è stato lavarsi in un ruscello, ballare per ore ascoltando la musica che adoro, partecipando attivamente nell’organizzazione di festival dove l’arte, la condivisione, la spensieratezza e il divertimento fanno da padroni. E quindi viaggiate ragazzi, mollate tutto e partite, che la paura non vi serve, rompete le catene della vostra zona di comfort, uscite dalla caverna per rivedere le stelle (citando il buon Dante), ché in città nemmeno si vedono e sono così tante che è impossibile contarle tutte. Osservate le sfumature del tramonto e dell’alba cambiare di continuo su sfondi ogni giorno diversi. Liberatevi dall’idea che la vita comoda sia la soluzione ai vostri problemi, ché accendere un fuoco tutti insieme e mangiare cibo cotto nella brace è fighissimo, anche se sei costretto a parlare una lingua che non conosci ma tanto alla fine bastano giusto un paio di gesti per capirsi. Uscite dalla vostra caverna, per poter essere come quel prigioniero che, uscendo, potrà osservare e contemplare quale è veramente il sole, non le sue immagini nelle acque o su altra superficie, ma il sole in se stesso, nella regione che gli è propria.

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