Buen viaje, bonne courage Pt. 1 di A. Maglione || Viaggio || THREEvial Pursuit

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19 Dic Buen viaje, bonne courage Pt. 1 di A. Maglione || Viaggio || THREEvial Pursuit

 

Buen viaje, bonne courage Pt. 1

di Alessia Maglione

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Non smetteremo di esplorare.
E alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo
al punto di partenza per conoscerlo per la prima volta
(T. S. Eliot)

Dentro una dimora sotterranea a forma di caverna, con l’entrata aperta alla luce e ampia quanto tutta la larghezza della caverna, pensa di vedere degli uomini che vi stiano dentro fin da fanciulli, incatenati gambe e collo, sí da dover restare fermi e da poter vedere soltanto in avanti, incapaci, a causa della catena, di volgere attorno il capo. Alta e lontana brilli alle loro spalle la luce d’un fuoco e tra il fuoco e i prigionieri corra rialzata una strada. Lungo questa pensa di vedere costruito un muricciolo, come quegli schermi che i burattinai pongono davanti alle persone per mostrare al di sopra di essi i burattini. – Vedo, rispose. – Immagina di vedere uomini che portano lungo il muricciolo oggetti di ogni sorta sporgenti dal margine, e statue e altre figure di pietra e di legno, in qualunque modo lavorate; e, come è naturale, alcuni portatori parlano, altri tacciono. – Strana immagine è la tua, disse, e strani sono quei prigionieri. – Somigliano a noi, risposi; credi che tali persone possano vedere, anzitutto di sé e dei compagni, altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte?
(Platone,
Repubblica 514 a – 517 a)

Il mito della caverna di Platone è un’immagine molto semplice in apparenza, ma terribilmente attuale se la andiamo ad analizzare da vicino. Il filosofo greco immagina che l’uomo cosiddetto “comune” passi tutta la sua vita incatenato all’interno di una grotta, costretto a volgere lo sguardo solamente verso una parete sul cui fondo vengono proiettate immagini di oggetti. Ad un certo punto, però, uno di questi prigionieri riesce a liberarsi, esce dalla caverna e si rende conto che tutto ciò che aveva visto per tutta la sua vita erano solo ombre proiettate da qualcun altro, capendo finalmente che cosa sia la realtà.

Questo mito, insieme al messaggio che trasmette, mi è caro per svariati motivi, primo tra i quali l’attualità con cui mostra, in parole molto semplici, la situazione dell’uomo di oggi. Se pensate che poi è stato scritto tra il 400 e il 300 avanti Cristo, cazzo, è veramente disarmante. Perché ho deciso di citarvi questo saggio? Perché anch’io sento di essere riuscita a liberarmi di quelle catene e di aver visto, finalmente, la verità. Ma andiamo con ordine e parliamo del mio viaggio, il viaggio che mi ha indubbiamente cambiato la vita.

Nessuno comprende quanto sia stupendo viaggiare finché ritorna a casa ed appoggia la testa sul suo solito, vecchio e familiare cuscino
Lin Yutang

Chiariamo da subito che questa non vuole essere una guida turistica per autostoppisti (cit.) né un elenco descrittivo dei posti che ho visitato, dato che, di base, chissenefrega. Vi dirò invece che, se pensate che viaggiare on the road sia figo come nelle bellissime foto di caravan che vedete su Instagram, beh mi dispiace illudervi, ma vi state sbagliando.

Se parti con una city car molto molto piccola, che deve caricare non solo i bagagli e le attrezzature da campeggio di tre persone, ma anche le persone stesse più un cane, il viaggio vi assicuro che si rivelerà un disastro ed usciranno fuori le vere doti di giocatori di Tetris che sono in voi. Perché stare quattro mesi in giro è figo se lo fai in camper, con tutti i tuoi comfort, come quei ragazzi che ho incontrato in Francia ed erano riusciti a camperizzare un vecchio camion che trasportava mobili, al cui interno c’erano un forno, una lavatrice e un frigo più fighi di quelli che ho ora a casa mia. E allora vi chiederete: che gusto c’è a liberarsi dalle proprie catene, abbandonare il lavoro stabile, gli amici, le responsabilità, uscire da quella cazzo di caverna mollando la routine opprimente della vita di città, un lavoro insoddisfacente, luoghi e persone poco stimolanti se poi ti porti comunque appresso varie comodità? Beh perché, vi assicuro, che l’azione di smontare e rimontare la tenda con l’ansia che arrivino gli sbirri a cacciarti, avere solo uno zaino come armadio, un fornellino da campeggio come cucina e una paura fottuta quando vedi il Maestrale abbattersi sulla tua tenda a 90 km/h una casa vi manca, e parecchio. E ti manca anche quando devi dormire su un divano in una baracca con altre dieci persone, quando i tuoi vicini di tenda fanno un casino della madonna e fai fatica a prendere sonno, quando vorresti che il tuo cane avesse più spazio, ma lo spazio manca anche per te. Una casa ti manca quando inizia a fare freddo e la tenda è umida, i vestiti sono sporchi di terra, quando il gas comincia a scarseggiare e inizi a mangiare zuppe pronte che hanno tutte lo stesso sapore, quando vorresti farti una doccia calda e invece ti tocca buttarti l’acqua della tanica addosso. Quando torni da lavoro e la schiena ti fa male e vorresti un letto vero, il tuo piumone e una tisana calda da appoggiare sul comodino. Sono stati questi momenti di sconforto a farmi pensare: cazzo, voglio tornare a casa.

Modem festival, Mjesto Primišlje, Croazia.

Modem festival, Mjesto Primišlje, Croazia.

Perché il motivo della mia partenza non è stato esclusivamente per farmi la cosiddetta vacanza. Questo nomadismo temporaneo nasce dalle svariate proposte che mi sono arrivate di lavorare in dei festival di musica elettronica. Bellissimo, fantastico! Festival gratis con artisti che conosco e che adoro, cibo gratuito, entri a far parte dell’organizzazione, cosa vuoi di più? Beh, consideriamo che circa il 90% dei partecipanti a questi eventi (e non dico il 100% solo perché spero che i bambini che erano presenti si salvino) sono solitamente sbronzi o fatti di ogni tipo di sostanza. Vi siete mai ritrovati a dover allestire un artist camp montando circa trenta tende sotto al sole o a dover lavorare al bar dove devi tentare di spiegare alla gente che per prendere da bere deve prima cambiare i soldi in gettoni? Beh se ne avete l’occasione fatelo, perché il disagio e il divertimento che proverete supereranno di gran lunga ogni immaginazione. Se poi non avete mai fatto il lavoro di driver la situazione si complica ulteriormente. Che cosa fa un driver? A parole è un incarico veramente molto semplice ed è così che me lo descrissero quando mi proposero il lavoro: «Ti verrà data una lista di persone, artisti e dj per lo più, che avranno bisogno di un passaggio verso la stazione o l’aeroporto più vicino. Avrai degli orari con cui ti regolerai per andare a prenderli e poi riportarli». Tutto molto facile, no? Eh sì, se non fosse che la vera sfida era, ogni giorno, riuscire a riunire i cosiddetti artisti ad un orario specifico in un luogo preciso del festival per caricarli tutti insieme, artisti che probabilmente avevano assunto le sostanze che vi citavo poco prima, che avevano dormito poco come tutti noi, che avevano fatto festa e che non sempre avevano il telefono a portata di mano. Artisti stranieri che ovviamente non parlano in italiano, di cui non conosci nemmeno la faccia, che hanno il tuo numero e a volte ti chiamano per poterli riaccompagnare alla casa che hanno affittato e tu, in ogni caso, un minimo di regolarità la devi mantenere, ché mettersi in macchina dopo aver assunto allucinogeni non è proprio l’idea più adatta per fare bella figura. Però, ragazzi, vogliamo mettere quanto sia stato soddisfacente poter conoscere artisti di fama internazionale che mi raccontavano le loro normalissime vite, che mi offrivano il caffè ringraziandomi per il passaggio tra un viaggio e l’altro?

Lavorare nei festival è dunque stressante, devi avere degli orari fissi in una realtà dove normalmente le persone vanno proprio per non avere orari, liberarsi momentaneamente da quelle catene e uscire dalla grotta della quotidianità.

Però ve lo assicuro: vendemmiare in Francia è stato di gran lunga peggio.

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