Bluagata: l’urlo della Generation Y, un articolo di A. Biagioni || Three Faces

Bluagata: l’urlo della Generation Y

di Andrea Biagioni

Sono le undici di una fredda mattina dicembrina. Il cielo è terso, l’aria pungente. Sarà che mancano appena due giorni a Natale, ma questo lunedì mi appare lento, languido nei movimenti e negli occhi svogliati delle persone che mi sfilano davanti mentre aspetto il secondo caffè della giornata. In verità, non è solo il caffè che sto aspettando.

Tra qualche minuto salirò su un’auto che mi porterà a Villa Basilica: un passo dalla Collodi di Pinocchio, poco più di una decina di chilometri dal bivio che separa Gragnano dal centro di San Martino in Colle e al centro del quale sorge una roverella di circa seicento anni. Ha il tronco largo quanto l’abbraccio di quattro persone e una chioma medusea, selvaggia e tortuosa che sembra abbracciare a sua volta tutto l’ambiente circostante. Sarà per questa sua forma inquietante e attraente, semplicemente diversa, che in tempi oscuri il popolo ha immaginato i suoi rami come lo scenario ideale per la celebrazione di sabba infernali, creando così il mito della Quercia delle Streghe.

Quercia streghe bluagata

Non sto divagando per spirito di supponenza. Questa non è una digressione fine a sé stessa. Questa quercia ha un forte legame con ciò a cui sto per partecipare. È lei infatti che si staglia sullo sfondo di ogni concerto dei Bluagata. È sotto di essa che la band ha girato il video Mother / Ghost, primo singolo tratto dall’Ep The Disguises of Evil. Tra poche ore invece saremo sul set per le riprese del secondo video, Father / Poison. Dico saremo, perché inspiegabilmente mi ci sono ritrovato coinvolto anche io in questa storia. Dovrò infatti interpretare la figura tirannica del padre padrone. O perlomeno della sua ombra, come verrò a scoprire più avanti.

Non so come sia loro venuta in mente questa follia. Non so se sia nata per gioco o cos’altro. So solo che un giorno ho ricevuto un vocale su Whatsapp, in cui mi si annunciava che sarei stato il loro antagonista in Father / Poison. Io, che ho due soldi di regia e uno di recitazione. In ogni caso, non potevo dire di no. Un po’ perché il mio ego già si scaldava all’idea. Un po’ perché sono affascinato dal progetto musicale di questi cinque soggetti che conosco da quasi una vita.

Con alcuni di loro sono cresciuto. Con Folco e Alessia per esempio, rispettivamente chitarrista e cantante della band, ho condiviso sogni e ferite, successi e delusioni, risate, lacrime e sangue, ma soprattutto idee. Federico invece l’ho visto letteralmente crescere, da bambino che era, come uomo e come batterista. Con Lorenzo, bassista da strapazzo, è stata una bella giostra di bevute e partite viste al pub, deliranti lezioni universitarie e scambi intellettuali, cinematografici e musicali di non poco valore. Margherita, l’altra cantante, l’ho conosciuta in realtà appena due anni fa, ma se mi dicessero che è sempre stata lì, risponderei che è la verità.

Eppure il fascino che mi attrae verso la musica, le parole e in generale verso l’idea che si annida nel profondo animale del progetto Bluagata non è legato a un sentimento di parte. Non li ascolto, perché sono amici e quindi li devo ascoltare. Non mi piacciono, perché devono piacermi, anzi. Sono sempre stato critico quando ho potuto, forse più critico di altri sia ora che in passato, e proprio perché sono miei fratelli e mie sorelle, conosco e apprezzo la loro intelligenza e quindi pretendo da loro più di quanto pretenderei da altri.

Per questo, se sono qui oggi per fare un pezzo della loro strada, non lo faccio perché lo devo fare. Lo faccio perché sono curioso. Anche se ne abbiamo parlato in lungo e in largo, ci sono ancora molti aspetti che devo capire e che loro non possono spiegarmi perché fa parte del lato ineffabile della creazione. C’è qualcosa all’interno di esso che nemmeno l’artista riesce a definire, perché spesso è l’artista stesso a esserne inconsapevole. Io voglio capire l’inconscio del loro processo creativo e posso farlo solo entrandoci dentro. Come un’ombra appunto.

Intanto siamo arrivati a Villa Basilica. Ci presentiamo finalmente sul luogo del misfatto. Ci accoglie in casa sua mauchi, regista del video e curatore grafico e fotografico del progetto. È uno di quei personaggi su cui potrei scrivere un intero THREEvial. Lo vedi e hai l’impressione di trovarti davanti all’archetipo del visionario. Ad attenderci c’è anche Teresa, che non è solo una make up artist perché due mani come quelle, capaci di tirar fuori da un volto l’inespresso dell’anima di chi quel volto possiede, sono il frutto di un genio degno dell’arte pittorica.

Iniziamo il briefing. Io ascolto e nel frattempo non posso fare a meno di analizzare il percorso che li ha portati tutti fin qui. Mi rendo conto che quello che i Bluagata hanno deciso di affrontare è qualcosa di diverso, di non scontato. Sinceramente, neppure io che li conosco da vent’anni o quasi, avrei mai sospettato che fossero così pazzi da spingersi fino a questo: a cercare di emergere dalla massa, non facendo niente di quello che ci si aspetterebbe da una band nel panorama musicale italiano, dove l’originalità è solo una facciata sotto cui si nasconde l’usato sicuro. Perché se da quel panorama escludiamo il cantautorato, questo paese è musicalmente parlando la terra dei wannabes. Siamo invasi da wannabes wannabes del grunge, wannabes dell’hip hop, wannabes del metal e dell’hardcore, wannabes dell’elettronica e della trap. Non a caso siamo la terra delle cover band.

Invece, i Bluagata hanno fatto una scelta complessa. Non hanno scelto un genere. Hanno preso le influenze e conoscenze musicali di ognuno dei propri componenti e la loro voglia di sperimentare, miscelandole. Non si fa punk o metal, non si fa pop o britpop, non si fa elettronica, non si fa cantautorato. Hanno scelto un non genere, che può essere solo loro e dove si può fare tutto, che rischia di voler dire niente se si incastrano male i pezzi che si hanno a disposizione.

Mentre il briefing si conclude e s’inizia ad allestire il set, mi scopro a pensare proprio a questo, ovvero al fatto che in fondo l’arte sta tutta nella capacità dell’artista di trovare i giusti incastri. E ciò che mi stupisce dei Bluagata è la cura e la lucida consapevolezza nel posizionare i tasselli del loro personalissimo e immenso puzzle.

I primi due lavori in studio, ovvero Sabba e The Disguises of Evil, le canzoni al loro interno, i video che le personificano, i live, la presenza scenica della band all’interno di essi, sembrano frammenti di un quadro complesso che pezzo dopo pezzo svelano ognuno un dettaglio, una parte del tutto: sia essa un oggetto, un volto o una scena. Sono quelle porzioni che nella ricostruzione di un puzzle si completano e si mettono per il momento da parte, in attesa che altre se ne formino e si possa finalmente arrivare al punto finale di collegarle tra loro per poter ammirare l’opera compiuta.

Il progetto Bluagata è un elogio alla lentezza, alla pazienza in un’epoca in cui il mercato ha reso la frenetica corsa verso il successo il fulcro della creazione artistica, depotenziandone il messaggio. Invece, nei testi di questa band (e se una classe della scuola media “Convenevole da Prato” li sta studiando, un motivo ci sarà) il messaggio non solo c’è, ma ti prende pure a schiaffi, anche quando la musica ti fa ballare. Le loro parole sono allo stesso tempo un atto di accusa e di ribellione.

L’ho capito ascoltando Church / Revenge, terzo brano di The Disguises of Evil. Ripensando al secondo verso di questa canzone, mi sembra di riuscire a cogliere quell’ineffabile che muove il motore interiore di questi artisti e di cui probabilmente anche i Bluagata stessi sono inconsapevoli.

“I never thought my beauty’d be like a stone for you” canta Alessia. Sin dalla prima volta che l’ho ascoltata, quella frase me ne ha rammentata un’altra. Vandalism: beautiful as a rock in a cop’s face.

Era l’adesivo che ha campeggiato per anni sulla chitarra di Kurt Cobain, mio primo amore musicale. In quella frase più che l’invito alla sassaiola, era sintetizzato il malessere di un’intera generazione, l’allora Generation X, contro un sistema autoritario che aveva deciso di mettere ai margini della società chiunque avesse una propria identità: un’identità diversa da quella comunemente accettata e consentita. Quel verso di Church / Revenge ha la medesima potenza espressiva.

In esso c’è tutta la rabbia di una donna svilita dal bigottismo di un’istituzione morale che di morale ha ben poco, e che si riallaccia al concept del precedente album Sabba, dove ogni canzone era dedicata a una donna processata e condannata dall’Inquisizione e da una società oscurantista, che appare più simile alla nostra di quanto immaginiamo.

È la stessa rabbia che proviamo in decine di milioni di fronte allo schiavismo legalizzato del mercato globale e che Worth / Slave esprime con puntale ferocia.

È la voglia di smascherare le debolezze e le prepotenze che manovrano le azioni e i sentimenti di figure che siamo abituati a considerare benevole, ma che celano sotto la veste del proprio ruolo sociale la negatività frustrata della propria inettitudine e una perfida o indolente soddisfazione nel vedere i propri figli fallire così come loro stessi hanno fallito (Mother / Ghost e Father / Poison).

Infine, è il disprezzo del masochismo che la razza umana perpetra su se stessa, cercando quasi ossessivamente il modo più lento e doloroso di annientarsi e di annientare l’ambiente che la circonda (Freedom / Treason).

In definitiva, il processo concettuale dei Bluagata è il perseguimento di una rivoluzione intesa nel senso primordiale del termine, ovvero come capovolgimento di un sistema sociale malato che un manipolo di tiranni di bassa lega vuole farci credere essere ben congeniato, giusto e immutabile. E vuole pure convincerci che se c’è qualcosa di sbagliato al suo interno, quel qualcosa siamo noi perché non siamo abbastanza “devoti alla causa”. Invece noi non siamo altro che una generazione stuprata. Una generazione resa schiava e vittima dalla cecità di chi prima di noi ha lasciato dietro di sé solo macerie sociali, non mantenendo le promesse fatte. In un’espressione, noi siamo la Generation Y (anche se adesso vogliono schifosamente chiamarci Millennials).

Urlo-Bluagata

Ora capisco perché i Bluagata hanno deciso di affrontare un simile percorso. Soprattutto, capisco perché hanno pensato che fosse arrivato il momento di abbattere i generi, sia musicalmente che concettualmente parlando: perché sono stanchi e incazzati, come tutti noi. E questo li ha resi ambiziosi. Chi ha davvero grandi ambizioni, non accetta compromessi. O si fa alla sua maniera o niente. Gloria o fallimento. Non esiste nient’altro, nessuna via di mezzo. Non so fin dove arriveranno, se riusciranno a soddisfare queste ambizioni, ma comunque vada almeno ci avranno provato. Avranno provato a essere l’urlo di una generazione. E ci vuole coraggio per questo.

Per il resto, io non sento di avere altro da dirvi. Ho scritto fin troppo. È tempo di riprese per me, adesso. Non pretendo né di convincervi dei miei deliri né di influenzarvi. Ascoltate, vedete e giudicate voi. Non sono io che devo spiegarvi qualcosa, siete voi che dovete comprendere. Io sono solo un’ombra. E adesso si va in scena.

Father / Poison

Bluagata: l’urlo della Generation Y, un articolo di A. Biagioni || Three Faces

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