E così scoprimmo che Babbo Natale non esiste || Three Faces

E così scoprimmo che Babbo Natale non esiste

di Three Faces

 

Tutti noi, o quasi, abbiamo dovuto fare i conti con l’evento più traumatico della nostra infanzia, ovvero venire a conoscenza che Babbo Natale non esisteva e se esisteva era un dipendente della Coca Cola. Per questo, abbiamo deciso di tornare con la mente al momento in cui i nostri genitori, dopo averci mentito per anni, ci hanno confessato che il maledetto ciccione in realtà erano loro, ma soprattutto che avremmo ricevuto un regalo in meno da quel momento in poi.  Maledetti taccagni! Che poi era questo il vero trauma per noi, fotte sega del vecchio. Comunque ecco come alcuni di noi hanno scoperto che Babbo Natale non esiste.

Babbo Natale Capitalismo

Benedetta Bendinelli

babbo-bastardoPrima di tutto: non ricordo nulla del mio passato. Arrivata a quest’età avrei voluto raccontare qualche aneddoto della mia infanzia, qualche episodio divertente che mi è rimasto nel cuore o negli occhi o semplicemente nella memoria, come restano nella memoria tutte le cose belle e brutte del passato. Ho sempre invidiato gli attori che durante le ospitate nei vari late night show raccontano con dovizia di particolari di quando da piccoli facevano questo o quello, e i nonni rispondevano così e cosà e qualche amico faceva un verso oppure un altro. Mi chiedo come facciano: va bene ci sono gli autori che scrivono le battute e forse alcuni dettagli sono anche inventati di sana pianta ma mi chiedo, nonostante tutto, come riescano le persone a ricordarsi le cose, gli anni, le date, le facce, i nomi, i luoghi. Non ricordo nulla del mio passato.

Ora che ci penso, e ci penso perché siamo vicini al natale (con la n minuscola), ricordo lucidamente di aver riconosciuto la mia baby sitter sotto l’abito rosso sgualcito e sgangherato di Santa Claus. Era lei, lo sapevo. Avrò avuto circa sei o sette anni (boh), sapevo già riconoscere il volto di una donna e distinguerlo da quello di un vecchio con la barba. Oltre a questo ricordo anche un paio di guanti rosa Vileda, quelli per lavare i piatti. Era la mia baby sitter Serena. Era la sua voce e quelli erano i guanti che usava per sciacquare le posate. I guanti Vileda, perdio. A questo punto è chiaro che i miei genitori volevano che lo sapessi (che il vecchio non esiste) o forse speravano che un giorno, arrivata a quest’età, non mi sarei ricordata nulla del mio passato.

Gabriele Levantini

babbo natale miracoloIn questi giorni di festa mi è capitato di chiedermi come arrivai a sapere del grande inganno di Babbo Natale.

Frugando tra i miei neuroni, con un po’ di fatica, ho trovato la risposta che cercavo, e sono rimasto deluso: nessun fatto da raccontare, solo una banale presa di coscienza. Semplicemente cominciai a cogliere sempre più i passaggi sospetti di questa strana vicenda, e le risposte contraddittorie e insoddisfacenti degli adulti. Arrivai da solo alla verità, ma una parte di me non voleva accettarla. Così un giorno i miei genitori, capendo che ero ormai abbastanza grande, assolsero all’ingrato compito che la Natura assegna a ogni padre e madre del regno animale: accompagnare il loro cucciolo fuori dall’infanzia. Lasciarlo andare, senza esitazione, con puro altruismo. Così furono loro a darmi conferma di ciò che già avevo capito. Il ciccione filo-americano era solo una montatura.

Oggi, a distanza di tanti anni, so di aver ricevuto due grandi doni da parte loro: una fiaba che mi fece sognare e la consapevolezza di non averne più bisogno. Quindi forse non avrò grandi fatti da raccontare, ma ho di meglio: una storia piena di amore.

Roberta Dell’Ali

Babbo natale poltrona per dueC’avevo otto anni, ero arrivata al colmo della mia grassezza, ero tipo un’arancina con i piedi e mia nonna mi rassicurava dicendo che era tutta altezza. A quel tempo Natale era ancora la festa che mi aveva gasata di più, era tipo perfetta: scuola chiusa, mangiare senza numeri e misure e il buon vecchio sponsor della Coca Cola attento a soddisfare le richieste da me accuratamente esposte in missive affidate al signor padre, perché le spedisse in Lapponia per tempo.
Quella vigilia fu stupenda, amici miei, c’erano un sacco di cuginetti miei coetanei, si scorrazzava tra le decine di sedie, veloci sotto i tavoli, rubando delizie infinite dai vassoi e attendendo trepidanti l’oh oh oh della mezzanotte – mica il bambin Gesù!
Finalmente il fatidico momento arrivò e la cazzo di bici rossa col campanello che avevo chiesto era lì, spacchettata e fiammante. Sentii il bisogno di comunicarlo al mio grande alleato.

«Zio Memi! Zio Memi! Guarda la bici!»

Così, bastò un momento di distrazione.

«Sì, o’ zio. Bellissima!».

E cazzo, Babbo Natale era lo zio Emilio.

Gianluca Bindi

Babbo natale papàScoprii che Babbo Natale non esisteva relativamente presto. Tutti i nodi vennero al pettine durante la recita di Natale dell’asilo, dove venni scritturato per la parte di Giuseppe. Senza focalizzarci anche solo per un attimo sul fatto che manco avevo mai avuto la fidanzata e già mi trovavo con la moglie messa incinta dallo Spirito Santo, cosa che mi aveva comunque destabilizzato un po’, non so se fu per questo o per altri mille motivi che, vedendo i tre magi arrivare sul palco, abbandonai Maria e mio figlio illegittimo per andare a scartare i doni che avevano portato tra lo sconcerto generale. In fondo, mi ero solo calato a capofitto nella parte del capofamiglia di duemila anni fa.

Fatto sta che ferito nell’animo per aver trovato solo cartapesta e deriso dalla folla, dopo la recita provò ad avvicinarsi il ‘vero’ babbo natale per darmi un regalo, ma prontamente si prese da me un calcio nelle palle. Iniziò a bestemmiare con intonazioni conosciute, tanto che si tolse la barba e venne fuori che era mio padre, il quale non mise mai più piede nell’asilo. E questa è la storia di come feci fuori in un colpo solo due archetipi maschili.

Chiara Francioni

Babbo Natale cassonettiL’immagine del ciccione di rosso vestito, con il naso da avvinazzato e le guance da ipotiroideo, è un trigger fortissimo: la vedi e vieni immediatamente scaraventato nel guazzabuglio di ricordi annebbiati che chiami “infanzia”. E proprio lì si annidano quelle scene natalizie che, se ben ti concentri, puoi ancora rammentare. E così rivedo mio padre che, credendomi addormentata, si dirige di soppiatto in salotto per mettere il dono di turno sotto l’albero, barcollando al buio e bestemmiando a ogni spigolo colpito, oppure il tizio del centro commerciale che si toglie la barba finta per grattarsi la faccia e ingurgitare un sorso di birra.

Ricordo anche il terrore negli occhi di mia madre quando le chiesi come potesse, un singolo uomo, riuscire a visitare le case di tutti i bambini del mondo in una sola notte. E soprattutto ricordo l’appagante sensazione di superiorità intellettuale che provavo. Perché io sapevo, cazzo. Da che ho memoria, non ho mai creduto all’esistenza di Babbo Natale, però ho sempre preso per il culo tutti, facendogli pensare che ci credessi.

Andrea Biagioni

babbo natale parcheggio

Partiamo da un presupposto fondamentale: mia madre è incapace a dare cattive notizie. Proprio non le riesce, non le sa gestire. Per esempio, una sera venne a prendermi in centro il sabato sera. Ero solo un po’ alticcio, situazione gestibile, ma cerco comunque di darmi un contegno entrando in auto, ma non faccio in tempo a chiudere la portiera, che mamma spara.

«È morto Pantani!»

Marco Pantani? Uno dei miei idoli sportivi?

«Che cazzo dici, mamma?»

«Eh oh, è morto, Andrea».

«Mamma! Ma porca puttana…»

Non parlai per il resto del viaggio, durante il quale mi ricordai di un fatto simile accaduto tempo prima. Questa volta era venuta a prendermi a scuola. Sarà stato Ottobre tipo, niente faceva sospettare alcunché. Cinque minuti di silenzio, poi…

«Andrea, per quanto riguarda questo Natale, che vuoi avere per regalo? Fammelo sapere per tempo, mi raccomando. Ah, e niente letterina a Babbo Natale quest’anno, non esiste».

«Mamma! Ma che cazzo dici?»

«Eh oh, Babbo Natale non esiste».

«NON È VERO! NON CI CREDO! IO L’HO VISTO! C’È LA FOTO!»

«Era Mauro, quella volta. L’amico del babbo, sai…»

«MI AVETE MENTITO, QUINDI? E PER TUTTI QUESTI ANNI. BUGIARDI!»

Non le parlai per tre giorni. Anche quando morì Pantani. Avevo 18 anni. Anche quando morì Pantani. Il 2004, che annata di merda!

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