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Ayrton 1994, un articolo di A. Biagioni II Three Faces

Ayrton Senna

01 Mag Ayrton 1994, un articolo di A. Biagioni II Three Faces

Ayrton 1994

di Andrea Biagioni

 

Ayrton Senna

È una mattina del Settembre ’94. L’editore della Pressing, casa discografica fondata da Lucio Dalla, entra nel suo ufficio e urta una pila di buste, che da quasi una settimana attendono di essere visionate. Cadono tutte, ma solo una si apre, quella più in alto, perché è stata consegnata il pomeriggio precedente. Sopra c’è scritto, Paolo Montevecchi, presumibilmente un numero di telefono e un indirizzo di Forlì. Dentro c’è del materiale audio-video, sul retro della copertina il testo di una canzone. È un testo che parla di un pilota di Formula 1, dei compromessi, della vita e della morte. Incuriosito decide di ascoltarla e poche ore dopo chiama Lucio Dalla, che l’ascolta.

Dalla è un amante sincero dello sport. Nel calcio trasuda il rossoblu del Bologna, nel basket ha praticamente tatuata sul petto la V nera della Virtus. E ovviamente lo appassiona anche la Formula 1, o meglio lo appassionano i piloti, quella loro capacità di superare il limite che li rende agli occhi della gente dei semidei. Non a caso, in uno dei suoi più grandi successi, ha raccontato le gesta del Mantovano Volante in un brano intitolato semplicemente “Nuvolari”. Forse per questo, appena ascolta le parole di Montevecchi, si rende conto che uno sconosciuto cantautore forlivese ha fatto qualcosa che è proprio solo dei grandi artisti: non ha semplicemente scritto una canzone su un pilota, ha cantato quel pilota. E quel pilota è Ayrton Senna da Silva uno dei due-tre più forti di sempre. Forse, il migliore.

Io me lo immagino, Lucio Dalla, in studio, mentre ascolta la canzone, e se mi chiedete di scommettere un euro sul momento che, secondo me, lo ha convinto che quella canzone era un capolavoro, non vi faccio nemmeno finire la frase. E vi direi che sono tre versi, un passaggio in cui è racchiusa l’essenza del mito di Senna.

“E ho capito che era tutto finto / ho capito che un vincitore vale quanto un vinto / ho capito che la gente amava me”.

Già, perché in fondo Ayrton ha sempre e solo voluto vincere e non per vanagloria. Certo ha vinto per sé, per superarsi, per capire quanto oltre poteva spingersi, ma lo ha fatto anche perché si era reso conto di essere diventato un riferimento, il simbolo di un intero paese. Per questo, ci sono decine di gare che meriterebbero di essere raccontate, sviscerate. Ma ce ne sono solo due, forse tre nelle quali si sono fusi l’uomo e il pilota, compenetrandosi entrambi con i propri difetti, i propri pregi e i propri limiti. Limiti da dover superare, altrimenti non sei un pilota e probabilmente neppure un uomo.

Senna Monaco

Alla prima vorrei dedicare più spazio, ma non c’è il tempo. È il Gran Premio di Monaco ’88. In quel labirinto d’asfalto, Ayrton ha già stupito. È lì che ha fatto capire al mondo quattro anni prima di essere qualcosa di mai visto, rimontando dalla tredicesima alla seconda posizione sotto una pioggia torrenziale, con la Toleman, una monoposto che è praticamente un macinino. Quel 15 maggio 1988, però, guida in maniera talmente perfetta da credere di vedersi dall’esterno. È una gara che può perdere solo lui, perché nessuno riesce a tenere il suo passo: è come se si stesse avvicinando a qualcosa di superiore. Una folgorazione e perde la concentrazione. La sua McLaren sbatte sulla curva Portier. Era troppo concentrato, troppo ossessionato dalla perfezione. L’ha vista talmente a portata di mano che ha commesso un errore. Non ne commetterà più a Monaco. Vincerà lì per sei anni di fila, perché quella lezione gli è servita, lo ha fatto crescere in entrambe le sue anime, quella dell’uomo e quella del pilota appunto.

Ma non è stata solo quella gara a farlo maturare. Neppure vincere il Mondiale quello stesso anno. È stata più di tutti la rivalità con Alain Prost, pilota dalla mente machiavellica dentro e fuori dalla pista. Tutto l’opposto di Ayrton, che pure odia la parte politica della Formula 1, ma contemporaneamente condivide lo stesso obbiettivo: essere il migliore. È stato Alain in un certo senso a fargli commettere quell’errore a Monaco, perché Ayrton voleva umiliarlo, voleva fargli capire che essere nella sua stessa squadra non voleva dire fargli da seconda guida. È la storia di una rivalità che nello sport individuale non ha eguali. Forse solo quella tra Muhammad Ali e Joe Frazier può superarla.

È stata una continua lotta di scorrettezze reciproche, di dichiarazioni al veleno. Una guerra di nervi in cui la politica sportiva ha avuto un peso specifico veramente importante. Ayrton questo lo aveva capito e ha capito che i giochi di potere per quanto sporchi, sono necessari. Fanno parte della vita. Dipende da che parte ci si schiera e Senna ha sempre scelto quella dei piloti, quella che sta sotto al potere, di fatto la sua.

Senna Prost

E lo stesso ha fatto con il Brasile e i brasiliani, in paese che usciva dai suoi anni più bui, quelli di una dittatura militare che aveva ridotto l’orgoglio di un popolo in carta straccia. Un popolo che vedeva in Ayrton il proprio riscatto. Eh già, in Ayrton Senna da Silva: un paulista, ovviamente bianco e figlio di ricchi proprietari terrieri. Seguendo questa descrizione uno dei quelli che gli ultimi anni del Brasile ce li avrebbe dovuti avere sulla coscienza per la sua estrazione sociale. Uno di quelli aveva sempre potuto scegliere, mentre per molti in Brasile la “scelta” non era neppure contemplata. Solo che Ayrton ha sempre scelto la via più difficile, quella della parte sbagliata, di coloro che partono indietro, perché ogni cosa se l’è sempre voluta conquistare, non ha mai voluto che gli fosse concessa per diritto di nascita, fosse una vittoria in pista, un amore o il rispetto degli altri, soprattutto dei brasiliani.

Aveva una passione per la sua gente che sconfinava nella devozione, peraltro ricambiata. La gente lo amava, come probabilmente non aveva mai amato uno sportivo. Forse come non aveva mai amato nessun altro. Dal bambino che giocava scalzo tra le lamiere delle favelas al giovane rampante dal futuro dirigenziale, Ayrton era il filo rosso che legava il Paese, il simbolo di un sogno che si può conquistare: il sogno di un Brasile diverso, un Brasile migliore. Una speranza nata in un piovoso Marzo del 1991 e frantumatasi tre anni dopo.

Che Ayrton fosse capace di grandi imprese, nessuno aveva il coraggio di negarlo prima del Gran Premio del Brasile ’91, neppure il suo grande rivale Prost. Ma dopo quel giorno tutti, proprio tutti hanno dovuto ammettere che il suo nome era divenuto leggenda. Non solo perché a Interlagos, lui che lo sognava sin da bambino, non era mai riuscito a vincere e vinse. Fu il come. Sembrava una gara semplice, la più semplice da vincere: pilota migliore, macchina migliore, pole position e passo di gara nettamente superiore agli inseguitori. E infatti Ayrton comanda, sente che questa è la volta buona, ma il cambio s’inceppa a dieci giri dalla fine. La quarta non entra più e già scalare dalla terza alla quinta è dura, tanto che Ayrton si fa male al braccio nel cambiare la marcia che al 65° giro si blocca in sesta. Ayrton non può più cambiare. I telecronisti della Rai sbalorditi commentano, “guarda non mette la mano sul cambio, non cambia più”. Non ci credono.

Intanto Ayrton a ogni passaggio perde tre secondi. Il pubblico fischia più per paura che per protesta. È evidente che ha un problema tecnico e il timore è quello che anche stavolta si risolva tutto in una grande, semplice delusione, perché è altrettanto evidente che Senna mollerà. Può sperare nel terzo, forse nel secondo posto, ma alla fine qualcuno lo raggiungerà. Ayrton però sa di non poter cedere. Ha aspettato questo momento per vent’anni, lo ha voluto, lo vuole adesso, lo vuole il suo popolo e non può deluderli. In quei sei giri, la mente prende il controllo della situazione, gli ricorda di tutti gli allenamenti fatti per situazioni come queste.

Senna Brasile

Photo by Pascal Rondeau/ALLSPORT

Ayrton Senna è in grado di percorrere in corsa quindici giri di stadio allo stesso ritmo, con tempi che non hanno niente da invidiare a un fondista. Può fare consecutivamente otto serie di quindici ottave alla sbarra, un esercizio che ti attacca la fatica addosso solo a pensarlo. La sua preparazione atletica è anormale. Per questo, in una situazione che avrebbe costretto al ritiro ogni pilota, lui riesce a collegare il corpo alla mente, a gestire ogni singolo movimento e spasmo muscolare per compiere quei sei giri e tagliare il traguardo, urlante. Devono aiutarlo a scendere dall’auto, perché da solo non ce la fa. Lo portano nel paddock, dove chiede al padre di abbracciarlo piano, perché le spalle sono dei blocchi di marmo doloranti. E infine sale sul podio alzando la bandiera brasiliana con fatica, la coppa con ancora più difficoltà. Ma la alza. In quel momento, tutti i brasiliani sono suoi, come in un travolgente amplesso sportivo.

Quanto il Brasile e il suo popolo amasse Ayrton Senna da Silva si è capito tre anni dopo, il 5 Maggio 1994. Erano in due milioni ad accompagnare la sua salma verso l’ultima destinazione, come fosse un eroe greco. E c’erano tutti i suoi colleghi, gli amici più vicini come Gerard Berger, che aveva avuto un incidente proprio al Tamburello, la stessa curva in cui la Williams di Ayrton era uscita di pista in un caldo giorno di maggio del 1994 a Imola. Anni prima una volta rimessosi dal proprio incidente, Gerard era andato con Ayrton proprio dove era successo, per capire se era possibile allargare la via di fuga, perché qualcuno prima o poi ci avrebbe lasciato la pelle su quella curva. Ma si resero conto che non si poteva fare niente, perché dietro alla curva del Tamburello c’è un fiume e modifiche non se potevano fare.

Poi, c’era Alain Prost, il suo eterno rivale. Prost si era ormai ritirato. Ayrton e Alain avevano iniziato a sentirsi spesso per telefono, perché Ayrton voleva convincerlo a tornare in pista: senza di lui non era più la stessa cosa. Alain a Imola cdi andò comunque, ma come commentatore. Poco giorni prima del Gran Premio, Ayrton avrebbe dovuto fare un giro televisivo di prova per spiegare il tracciato. Sapendo che dall’altra parte c’era il suo vecchio nemico-amico, esordì salutandolo. “Ci manchi Alain”. Oggi mi piacerebbe chiedere ad Alain quanto gli manchi Ayrton.

E infine c’era Xuxa. Nel 1988, Xuxa presentava un programma per bambini e Ayrton, fresco campione del mondo, era l’ospite d’onore della puntata di Natale. Fu l’inizio della loro breve, ma intensa storia d’amore. Xuxa in diretta lo baciò sei volte: “Buon Natale. Buon anno. Buon 1990, buon 1991, buon 1992, buon 1993”. E ora Xuxa è lì, coperta da un paio di occhiali da sole, mentre accarezza il mogano per alcuni secondi che sembrano interminabili e forse pensa a un bacio. Quell’ultimo bacio, mai dato ad Ayrton.

Funerali Senna

La salma di Ayrton Senna trasportata dall’autocarro dei pompieri per le strade di San Paolo

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