Arrivederci a fra vent’anni fa di A. Biagioni || Musica e Teatro || THREEvial Pursuit

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20 Mar Arrivederci a fra vent’anni fa di A. Biagioni || Musica e Teatro || THREEvial Pursuit

 

Arrivederci a fra vent’anni fa.

Meganoidi in concerto

di Andrea Biagioni

 

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Mi sono svegliato nella tarda mattinata di una domenica marzolina con una strana sensazione. Non c’entrava la stanchezza per una nottata conclusasi con il sole che sorge e che solitamente si accompagna a due riflessioni: ho passato i trent’anni e si sente; sabato prossimo brodino di pollo, film, tisana e arrivederci giovinezza. No, non è quello, anzi. La consueta e leggera emicrania che solitamente si palesa in questi risvegli è assente, il cervello è già attivo dopo appena cinque ore di sonno effettivo nel quale mi sembra di aver sognato me stesso, un viaggio indietro nel tempo di dieci anni o forse più e un concerto dei Meganoidi: insomma, uno di quei sogni confusi, fatti di immagini e situazioni in apparenza scollegate, con i quali ti diverti come con un puzzle. C’è un però: io non ho sognato, non letteralmente almeno, e le fotografie che mi si accavallano in testa non erano roba di oltre un decennio fa, ma di poche ore prima. Ora capisco l’origine di quella strana sensazione. È un misto di adrenalina e disagio, perché ho visto davvero i Meganoidi in concerto, ed è stato un delirio. Venite con me.

Prima, però, devo aprire una breve quanto doverosa parentesi (rumore di gente che sviene, pensando alla ormai celebre “brevità” delle mie parentesi). Sono un ammiratore dei Meganoidi. Non un fan di quelli sfegatati, uno di quelli che sa ogni loro singola nota, ogni parola a memoria. Non sarebbe giusto dire o far trasparire attraverso queste frasi il contrario solo per far bella figura, ma li ammiro questo posso dirlo senza remore. Li stimo soprattutto come persone.

Ho avuto modo di incontrare e parlare con Luca e Davide un anno fa, proprio al Capanno 17 (che è sempre un po’ casa per me). Li ritrovo in un sabato pomeriggio di pioggia intermittente e scontrosa, mentre si preparano al live della sera. La disponibilità è la stessa di sempre. Conosco anche Jacco, Andrea e Saverio, il resto della band. Tutti si prestano volentieri ad una breve intervista (spoiler? Chissà), poi parliamo: parliamo della serata, dei loro ultimi impegni, di Genova in cui sono stato pochi mesi fa dopo chissà quanto tempo. Mi chiedono come l’ho trovata, se mi piace. Esordisco con questo colpo di genio.

«Allora, sinceramente, a primo impatto ho pensato: brutta…»

Rumore di zoccoli annuncia l’avvicinamento dei cavalli ai quali verrò legato per le caviglie e che tra poco mi trascineranno per il parcheggio del Capanno, facendo giustamente scempio del mio corpo.

«…però, quando ho iniziato a perdermi per i vicoli, a scoprirla, mi sono innamorato».

Ci facciamo una risata, io sono sollevato di aver evitato la fine di Ettore e la conversazione continua, finché non arriva per tutti il momento di andare a cena. Ci rivedremo per il live. Ovviamente, il mio posto sarà sotto palco. Ma intanto io ho nuovamente un bel ricordo del tempo passato con loro. Non è facile trovare persone che, nonostante il loro status, ti ascoltano e riescono a metterti a proprio agio, a far cadere quella barriera artificiale che si può creare tra una band e il loro pubblico. Potrà sembrare una sviolinata fuori luogo e un po’ ruffiana, ma sinceramente non me ne frega un cazzo. “È giusto che quel che è giusto sia giusto”, dicono loro in Bye bye presente, tratta dal loro ultimo lavoro Delirio Experience. Se una cosa è giusto dirla, va detta, aggiungo io. E questa andava detta per ricordarvi, cari lettori, che gli artisti non sono idoli incorporei raffigurati su tavolette di legno come le icone medievali: sono uomini e donne fatti di carne, sangue, sudore e lacrime come noi, e se ogni tanto ne trovate uno o una che si ricorda chi è e da dove viene, tessetene le lodi più che potete, perché vuol dire che c’è ancora un po’ di speranza in questo mondo.

Nel caso dei Meganoidi, poi, questa attitudine personale si lega inevitabilmente ad un percorso artistico che la rende una delle migliori band italiane. Per vent’anni sono sempre stati in grado di evolversi e a far evolvere la loro musica. Potevano continuare a essere i Supereroi vs Municipale, i Meganoidi contro Daitarn 3. Potevano continuare con lo ska, il punk rock e rimanere là, dove tanti fan della prima ora, della generazione Mtv, li hanno lasciati. Invece ha prevalso la voglia di lasciare l’usato sicuro, di mettersi alla prova e di mettere alla prova i propri ascoltatori, prima con passo leggero ma sostenuto (si legga Outside the loop, Stupendo Sensation), poi hanno iniziato un viaggio tortuoso e progressivo che si chiama And we met Impero, e che probabilmente è uno dei progetti più ambiziosi, azzardati e meglio riusciti nella storia recente della musica italiana: uno di quei viaggi da cui rischi di non tornare, perché lo senti quando suona che svuota chi ascolta e chi lo ha partorito. Chiedere a Syd Barrett per credere. Invece, per i nostri genovesi è stato un nuovo punto di partenza che da Granvanoeli passando per A posto del fuoco, arriva fino a Welcome in disagio, che io ho chiamato per tutta la sera, di fronte a loro, Welcome TO disagio. Ve l’avevo già detto che sono persone splendide, i Meganoidi?

Comunque, sono passati sei anni dal loro ultimo album, loro sono tornati con Delirio Experience e io sono sotto palco. Ora, dovrei dirvi che hanno fatto prima questa, poi quest’altra, poi ancora quella… no. Non è possibile, non mi va, non voglio, perché significherebbe ridurre tutto ad una lista di canzoni e relativi giudizi. Non mi ricordo ogni pezzo che hanno fatto in quasi due ore di concerto, non mi interessa snocciolare sapienza spiccia. Vi dirò solo che le hit le hanno fatte, almeno siete contenti. Vi dirò che gran parte del nuovo album è stato eseguito in un modo che, se hai ascoltato Delirio Experience, non ti saresti aspettato: le canzoni, le stesse canzoni che nell’album sanno di un piacevole ritorno al futuro, che ti rimangono in testa e magari ti fanno ancora riflettere, sintomo che sul messaggio i Meganoidi non hanno perso il loro tocco, quando le ascolti live hanno la potenza di una bomba H che sprigiona centinaia di migliaia di chilotoni (chiedo venia per la metafora bellica, ma ci stava).

Per me però è più importante rendervi partecipi di un momento collettivo e sfrenato che ha coinvolto cinque, seicento anime e forse un’intera generazione.
Tutti in quelle due ore abbiamo pensato le stesse cose. Abbiamo ascoltato il gruppo di apertura, i Bluagata, e abbiamo pensato, “Hey, there’s a new band in town” (da leggere con il tono di Henry Fonda/Wyatt Earp). Saliti sul palco i Meganoidi, abbiamo pensato che il tempo era passato, per noi e per loro, eppure tutti saltavamo come se non fosse vero, come se fossimo rimasti a vent’anni fa o quello che sono. Abbiamo tutti cantato all’unisono almeno un paio di canzoni, di quale album fossero chissenefrega, era semplicemente bello cantarle. Ognuno di noi ha incontrato qualcuno che non vedeva da una vita, ha offerto e si è fatto offrire da bere, ha ballato abbracciato agli amici di sempre e a quelli nuovi, magari conosciuti quella sera stessa. Come me che ho conosciuto Alessandro, fan storico della band, presenza praticamente fissa ai loro concerti con tanto di famiglia al seguito. Abbiamo per così dire “legato”, perché ci siamo ritrovati entrambi a disquisire con un irreprensibile buttafuori di Fenomenologia del pogo, con argomentazioni valide sia da una parte che dall’altra: alla fine, diciamo che ha vinto lo sport. A fine concerto, ci siamo salutati e abbracciati. In tutto questo, in questo vero e proprio delirio, lo confesso, non sono riuscito a tenere a mente tutta la scaletta, perché ci sono stati momenti che avevano bisogno di maggiore spazio nella memoria. Uno in particolare. Fatemi concludere con questo, fatemelo ricordare.

meganoidi piccolaParte la linea di basso. Inconfondibile. Ognuno guarda il suo vicino. Abbiamo capito tutti e forse tutti stiamo chiudendo per un attimo gli occhi, perché abbiamo sentito entrare la tromba. E stiamo tutti cantando parole che conosciamo come una preghiera, e non solo perché ai tempi le abbiamo sentite ripetutamente e praticamente ovunque. Sarebbe svilente ridurre a questo Zeta Reticoli. Non è per la sua risonanza mediatica che la stiamo urlando quasi con rabbia. È per il fatto che Zeta Reticoli è un manifesto della nostra generazione. Mi guardo intorno e vedo solo ragazzi e ragazze che hanno più o meno la mia età. Vedo negli occhi di tutti noi un velo di rabbia e di lacrime. Le riconosco. Sono la rabbia e le lacrime per le promesse non mantenute da un sistema e da un Paese di bocche riverenti che ha prosciugato le speranze della nostra adolescenza, che ci ha cucito addosso un completo di cartone e una cravatta stretta come cappio. Vedo l’Italia che dovrebbe essere e che non è, ma che canta a squarciagola perché sente che in quelle parole i Meganoidi, come fossero nostri fratelli maggiori, ci hanno lasciato un insegnamento e ci stanno quasi chiedendo di recitarlo come un mantra per coglierne l’essenza e per metterlo in pratica. Accogliamo l’invito, lo intoniamo con più vigore, all’unisono, come fosse il nostro vero unico inno contro tutto e tutti quelli che non ci vogliono al loro posto. Lo facciamo per respirare, per ricordare a tutti loro, e soprattutto a noi, che brucia ancora, che prima o poi ritorneremo. Che conserviamo di nascosto sempre lo stesso smalto. Stiamo solo aspettando. Ebbene sì, è una minaccia.

Vedremo, fra vent’anni fa, se avremo mantenuto o meno la promessa. L’importante è ricordarsi un’altra lezione, l’ultima per il momento lasciataci dai nostri fratelli di Genova.

“Decideremo solo noi”. Decideremo sempre noi.

Foto di Mattia Martini

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